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GENOVA | Palazzo Ducale | 18 ottobre 2012 – 24 febbraio 2013
Intervista a STEVE MCCURRY di Ilaria Bignotti
Steve McCurry. Scatti come sguardi sull’anima del mondo
da Espoarte #74 | dicembre 2011 – gennaio 2012

Le sue fotografie non vanno guardate: ci guardano, ci coinvolgono, ci affascinano come sirene dagli occhi densi di vita e dal canto struggente, capace di raccogliere tutte le voci del mondo. Impossibile non sentirsi coinvolti, avvolti e “inghiottiti” dalle opere di uno dei più noti fotografi del mondo, Steve McCurry: membro dell’agenzia Magnum dal 1986, vincitore di prestigiosi premi di fotografia, dalla Robert Capa Golden Medal al Magazine Photographer, ai quattro primi premi al World Press Photo. Ma gli onori e le medaglie sono il punto finale di un lavoro che è, innanzitutto, necessità: quella di essere davanti, e dentro, all’anima degli esseri umani e dei luoghi del mondo, restituendoli nella loro più drammatica, e vitale, verità, attraverso un linguaggio fotografico di altissimo livello […] Sguardi provenienti da diverse popolazioni; il sacro dal cristianesimo al buddismo, attraverso le icone religiose; uno specchio d’acqua che si dispiega dal nord al sud del mondo; il dramma che è uguale in America come in Medio Oriente…

«Se sapete aspettare, la gente si dimenticherà della vostra macchina fotografica ed il loro animo più profondo si mostrerà», ha detto. I suoi soggetti preferenziali sono, infatti, gli esseri umani, abitanti di ogni angolo del mondo, dei quali riesce a cogliere «il momento indifeso, l’anima più genuina che si affaccia, l’esperienza impressa sul volto». Dov’è la sua anima quando scatta una fotografia? Riesce a tenerla discosta dal sentire del soggetto ritratto o è necessaria la ricerca di una empatia con esso?
L’anima è una metafora che si riferisce alla natura etica ed emotiva degli esseri umani. Alcuni soggetti hanno una forte presenza, un aspetto tale, un particolare tipo di caratteristiche che emergono sul loro volto: sono queste cose a rendere le persone che fotografo così interessanti. È la personalità di un soggetto, in altre parole, ad attirare la mia attenzione su di esso.

I suoi ritratti simboleggiano la complessità della condizione umana: così pare dimostrare anche la fotografia della Geisha in metropolitana: sembra che lei cerchi spesso il conflitto tra culture ed economie differenti. È in questo continuo scontro, forse, che oggi si trova la condizione umana del XXI secolo?
Non credo che una sola immagine possa simboleggiare l’intera storia di tutte le popolazioni, di ogni nazione, o di qualsiasi società. Cerco piuttosto una sorta di comunanza che trascenda la situazione contingente… Credo che esista una condizione umana condivisa, una certa imprescindibile connessione tra me stesso, i soggetti che ritraggo, e ciascun essere umano. È questa empatia ad affascinarmi, e a spingermi a cercarla ogni volta, riflessa nelle persone di ogni angolo del mondo, viva in tutte le possibili forme di vita diverse.

Nelle tue opere sono messe a confronto diverse icone religiose, cristiane, buddiste: le sue fotografie, spesso, sono fortemente intrise di spiritualità: è un aspetto volutamente ricercato o emerge spontaneamente dai soggetti ritratti? Cos’è per McCurry, fotografo di reportage, il sacro, la metafisica, l’oltre?
La fede di alcune popolazioni determina il modo in cui vivono, il che spiega perché, dopo avere viaggiato per il mondo, ho voluto testimoniare le diverse modalità di fede appartenenti alla vita di ciascun popolo che ho potuto incontrare. Ho visto alcune manifestazioni di fede durante i miei viaggi negli ultimi trent’anni: alcune nate spontaneamente, altre appartenevano a liturgie, altre a rituali codificati, alcune avvenivano in luoghi sontuosi e magnificenti, altre all’ombra di un semplice albero.

L’uso magistrale del colore è tra gli aspetti che la rendono maggiormente riconosciuto. Si tratta di un colore violento, immediato, così reale, a volte, da sfumare nel sogno, nell’irrealtà. Da dove deriva questa attenzione, questa sensibilità al colore? È mai stato attratto dal bianco e nero?
Sinceramente la ricerca del colore non è l’aspetto principale nel mio lavoro, quanto piuttosto l’attenzione verso un elemento interessante, una storia, una certa umanità: il colore è dunque un aspetto secondario della mia ricerca; certo, ci sono stati casi in cui mi sono confrontato con una situazione caratterizzata da una componente fortemente cromatica, sulla quale ho lavorato, ma i colori non sono le sole e uniche motivazioni che mi spingono a fare una fotografia. Ho anche, occasionalmente, lavorato con il bianco/nero e ammiro profondamente le opere di Henri Cartier Bresson, Andre Kertész, Dorothy Lange, grandi fotografi che hanno lavorato con il bianco/nero. Ho fatto fotografie in bianco/nero durante il mio primo viaggio in Afghanistan, durante la guerra con la Russia. Tuttavia la mia modalità di lavoro non cambia, sia che usi il bianco/nero che i colori.

I suoi reportage sono il frutto di lunghi e faticosi viaggi, di lente attese, di paura e rischio… La sua fotografia ha documentato molte zone di conflitto internazionale e civile: Beirut, la Cambogia, le Filippine, la Guerra del Golfo, la Iugoslavia, l’Afghanistan e il Tibet, cercando sempre di raccontare le conseguenze che i conflitti provocano sull’uomo, più che sul paesaggio: quanto hanno influito, nel corso della sua carriera, su McCurry uomo, prima che fotografo, tali esperienze? Quanto influiscono, nei suoi scatti, la paura provata, la rabbia vissuta, i pericoli corsi? Cerca di mantenere distacco da questi sentimenti oppure lascia che entrino negli scatti?
Avendo lavorato in aree di conflitto, tutti i fotografi che hanno scattato fotografie durante la guerra sono stati testimoni di aspetti difficili, ma il bisogno di documentare ciò che hanno visto è più importante. Non si tratta solo di affrontare tali momenti con la fotografia e di cercare di realizzare scatti significativi e immagini capaci di comunicare, ma vi è un aspetto molto più forte: quello legato alla sopravvivenza. Non si tratta, dunque, semplicemente, di creare immagini fotografiche potenti e di fare del buon giornalismo, ma di essere consapevoli dell’ambiente che ti circonda. Questa è la soddisfazione che si ottiene quando si è in grado di farlo ogni giorno.

La sua ricerca ha una forte tendenza narrativa: ogni scatto è un racconto, una storia che potrebbe svilupparsi a partire dal semplice sguardo del soggetto ritratto, dal particolare di un abito, dalla piega di una mano. Come è costruita la sequenza delle immagini di un suo documentario? È progettata in partenza, oppure si sviluppa durante il reportage stesso, nel luogo e nell’istante in cui lo realizza?
Per me la fotografia consiste maggiormente nel viaggiare e nell’esplorare luoghi alla ricerca di storie di uomini e di momenti inusuali, più che nel creare immagini che commentino in modo interessante la vita sulla terra. La componente narrativa è evidente in alcune storie della mia ricerca fotografica, come quella dedicata ai Monsoni, sull’India By Rail, sulle popolazioni nomadi indiane. Tuttavia, è necessario che ciascuna foto scattata sia, di per sé, significativa. Anche mentre sto realizzando una serie di immagini, la singola fotografia deve avere una propria storia, sebbene alla fine sarà una parte di una serie più ampia e coerente.

Qual è il reportage che ancora non ha svolto e che desidererebbe fare? Esiste invece un documentario “mancato”, che non è riuscito a compiere?
Ci sono tre paesi nei quali non sono ancora stato e dove vorrei andare: Iran, Mongolia e Madagascar.

Steve McCurry. Viaggio intorno all’Uomo

18 ottobre 2012 – 24 febbraio 2013

Palazzo Ducale, Genova

Info: +39 010 5574012 – 74826 – 74071
ufficiostampa@palazzoducale.genova.it
www.stevemccurrygenova.it

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