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INTERVISTA DI ALBERTO ZANCHETTA A ROBERTO MAGGIORI

Visibile fino al 2 ottobre negli spazi della Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea della Repubblica di San Marino, la mostra Sembianze indaga il rapporto tra la fotografia, la realtà e la finzione. La commistione di documentazione e di invenzione del medium fotografico coinvolge cinquanta artisti che hanno riflettuto in maniera esemplare sulla traduzione della realtà messa in atto dalla fotografia. L’intento di Italo Zannier e Roberto Maggiori, curatori della mostra, non è tuttavia prettamente storico e la mostra non vuole considerarsi enciclopedica, si tratta piuttosto di un percorso aneddotico cadenzato da immagini particolarmente rappresentative delle potenzialità che lo strumento fotografico offre per manipolare (in modo verosimile) il mondo e la percezione che abbiamo di esso.

Alberto Zanchetta: L’assunto della mostra si basa su una querelle ormai centenaria, che mette in dubbio il “carattere di autenticità della fotografia” di cui parlava Edward Weston. Tra riproduzione della realtà e ricostruzione della verità, la mostra oppone tra loro la fotografia “realista” e quella “concettuale” cercando di marcare la linea tra un’estetica e un’etica del mezzo. Un’ambiguità che si riscontra ad esempio nella docu-fiction in cui Cesare Colombo coinvolge un “morente” Berengo Gardin, così come nella fotografia in cui la moglie di Zannier è immortalata accanto a Ronald Regan (o per lo meno alla sua iperealistica sagoma in cartone): un’immagine vera di un inganno ottico. Non a caso, quest’immagine è stata scelta a suggello dell’intera esposizione, e ne rischiarisce gli obiettivi.
Roberto Maggiori:
Il tema è proprio l’ambiguità. La mostra non vuole infatti semplicemente sminuire l’autenticità della fotografia, quanto evidenziare come la realtà di cui è costituita l’immagine fotografica sia una realtà interpretata e quindi risignificata dall’autore o dalla cultura che la rilegge con la cognizione della propria epoca o per i suoi scopi. In poche parole, la fotografia è ovviamente impregnata di realtà, solo che questa realtà, e qui cito Michele Smargiassi, non è la verità o, come si vorrebbe nei processi, “tutta la verità”. Per dirla poi con Panofsky, anche quando è motivata da un afflato realista, una fotografia si manifesta comunque attraverso una forma di rappresentazione simbolica, non è dunque questione di fotomontaggio o fotografia diretta, ma di un linguaggio che articola pezzi di realtà per (de)scrivere qualcosa che non possiamo verificare. In mostra ci sono ad esempio immagini che sembrano vere, pur essendo incredibilmente costruite, e altre che appaiono false mentre sono “convenzionali” riprese straight.

L’intento tuo e di Zannier è di individuare gli inganni creati dalla “meravigliosa” fotografia. «Meravigliosa, scrivevano gli antichi manualisti, ma inevitabilmente ambigua nella sua suggestiva sembianza di Verità», perché «la fotografia è un’immagine fissa di un significato instabile». Ci troviamo quindi a confrontarci con apparizioni, simulacri e fantasmi, o – per dirla nell’accezione di Epicuro – di fronte a delle “sembianze”, che è poi il titolo della mostra.
La propensione rappresentativa della fotografia supera, come dicevo, di gran lunga quella meramente riproduttiva, mentre il luogo comune vuole invece che la funzione riproduttiva tale e quale sia indissociabile dalla fotografia, perlomeno nell’era pre-digitale. Lo scopo del libro Sembianze, e della mostra che ne è conseguita, è invece sottolineare come la potenzialità mistificatoria dello strumento fotografico sia in realtà una vocazione intrinseca di tutta la fotografia, dai tempi del bitume di giudea e del dagherrotipo fino alla trascrizione elettronica.

Trovo interessante la selezione di opere, che dicono molto non solo della realtà-finzione ma anche della specificità tecnica del mezzo, come accade nelle “Verifiche” concettuali di Ugo Mulas. Ripercorrendo la storia della fotografia, dagli albori fino ai nostri giorni, nelle sale sono esposte opere di autori anonimi del secolo scorso, assieme a provini a contatto o “fotografie di fotografie” di artisti contemporanei; particolarmente significativi sono i provini che accompagnano l’immagine finale de “La stanza di Pasolini” di Piergiorgio Branzi, così come la stampa del negativo (di formato quadrato) e la stampa definitiva (che invece è rettangolare) del “Tuffatore” di Nino Migliori. È un po’ come aver messo a nudo il Re, mostrandone l’infingimento e mettendo in evidenza tutto il resto.
La specificità tecnica è ciò da cui scaturisce il potenziale concettuale del mezzo utilizzato e quindi anche di questa particolare categoria d’immagini, in breve, per dirla secondo l’ormai noto slogan Mc Luhaniano, “Il medium è il messaggio”. La specificità della fotografia è stata dunque fino ad oggi quella di relazionarsi, nel bene o nel male, con la realtà, per presentarla, costruirla o negarla. L’inquadratura fotografica è del resto soltanto una porzione di tempo e di spazio decontestualizzati e instabili nel tempo. Per evidenziare questa trasformazione abbiamo in alcuni casi esibito, sia in mostra che nel libro, il “dietro le quinte”, il processo che fa della realtà una fotografia e quindi un racconto, un concetto, un’ideologia. Nel libro, oltre all’apparato iconografico, sotto ogni immagine si può poi leggere il commento di Italo Zannier che, con tono discorsivo, elenca una serie di aneddoti legati alla realizzazione di quella fotografia e di altre affini, rivelando diversi dettagli sulla costruzione di quelle sembianze ingenuamente ritenute “vere”.

La mostra è solo una minima verifica del “problema” sull’oggettività fotografica. Il catalogo, infatti, completa ed espande il discorso prendendo in considerazione molti altri artisti, sia storici che internazionali. È come se si trattasse di una duplice esposizione, sensibile non soltanto alla luce ma anche alla scrittura (come effettivamente ci insegna l’etimologia della parola “fotografia”, che è la fusione di photos e graphos). Visivamente e verbalmente, lo spettatore della mostra o il lettore del catalogo sono resi partecipi del “trucco” che svela la magia/alchimia fotografica. In particolare, le schede pubblicate a corredo delle singole opere denotano un lavoro arguto e ironico, che nei commenti di Zannier servono a dedurre o a distinguere il vero dal falso.
Il vero e il falso in fotografia formano un intreccio difficilmente districabile, entrambi sono presenti solo che lo spettatore non sa quasi mai dove inizi uno o finisca l’altro. Proprio su quest’ambiguità sono peraltro basati i lavori degli artisti degli ultimi decenni, quelli che potremmo definire “post moderni”, concentrati nel porre alla nostra attenzione le contraddizioni legate alla costruzione della realtà e quindi della storia, della morale, dell’immaginario collettivo. Una decostruzione attraverso la quale questi autori evidenziano il modo ingenuo che abbiamo di apprendere per immagini considerate “vere”, attraverso i “reality” o l’Infotainment per esempio. L’immagine fotografica (da cui deriva il cinema e il video) è dunque particolarmente emblematica per proporre sinteticamente questo tipo di discorso. Al di là delle intenzioni esplicite o inconsapevoli degli autori, Zannier ci illumina anche sull’intrinseca ambiguità dello strumento fotografico, prendendo in esame una considerevole serie di esempi storici, noti e meno noti. Da questo “racconto” emerge come le immagini fotografiche siano spesso inconsistenti e in molti casi addirittura fuorvianti nei confronti della realtà.

Sembianze. La fotografia tra realtà e apparenza
a cura di Italo Zannier e Roberto Maggiori
Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea
Museo San Francesco
via Basilicius, San Marino
Info: +39 0549 885414
18 settembre – 2 ottobre 2011

www.museidistato.sm

Dall’alto:
Giorgio Barrera, “Finestra #3”, 2008
Marcello Galvani, “Lesignana (MO)”, 2009
Davide Tranchina, “Mammuth, dalla serie Dentro la caverna”, 2011

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