FERRARA | Padiglione d’Arte Contemporanea | 17 aprile – 12 giugno 2016

di MASSIMO MARCHETTI

La XVI edizione della Biennale Donna in corso al Pac di Ferrara, a cura di Lola G. Bonora e Silvia Cirelli, riprende una formula sperimentata nel 2010 con l’area mediorientale, quella del focus su contesti culturali dove il ruolo della donna sia particolarmente significativo e urgente.

Anna Maria Maiolino, Em Si Mesmo e In-Out (Antropofagia) Foto © Marco Caselli Nirmal

Anna Maria Maiolino, Em Si Mesmo e In-Out (Antropofagia) Foto © Marco Caselli Nirmal

Quest’anno è la volta del Sud America e il titolo Silencio Vivo scelto dalle curatrici si riferisce alla condizione di una censura imposta alle voci critiche e dissonanti non solo da regimi politici illiberali, ma anche dalla violenza di bande criminali e da drammatici dislivelli economici.

Le artiste invitate sono senza dubbio tra le più emblematiche di quel continente: due “madri” come la cubana-statunitense Ana Mendieta e l’italo-brasiliana Anna Maria Maiolino che hanno il baricentro della propria ricerca collocato tra gli anni Settanta e Ottanta, sono accostate a due “figlie” come la messicana Teresa Margolles e l’argentina Amalia Pica emerse nei primi anni Duemila. Già nell’indicazione geografica d’appartenenza si può notare come le prime due artiste abbiano sulla propria pelle i segni della migrazione, e quindi dell’esilio e dello sradicamento culturale, mentre le seconde siano cresciute invece in un periodo storico che ha visto una fase di riscatto sociale ed economico illusoria perché repentinamente frustrata.
Ciò che si è stimolati a cogliere da questo confronto sono le peculiarità generazionali.

Ana Mendieta, Untitled (Body Tracks), Foto © Marco Caselli Nirmal

Ana Mendieta, Untitled (Body Tracks), Foto © Marco Caselli Nirmal

La Mendieta e la Maiolino lavorano con la materia viva per eccellenza, ossia il proprio corpo, o con la sua trasfigurazione in elementi sinuosi fatti di terracotta o anche di semplice terra. Si tratta di due discorsi che convergono nel riscatto dell’identità femminile e dei suoi riti più profondi dallo stupro senza virgolette che la società infligge loro. Ecco quindi, della Mendieta (scomparsa tragicamente negli anni Ottanta), le documentazioni fotografiche e filmiche di azioni in cui le tracce simboliche della vita vengono declinate tra gli opposti di una violenza criminale e i fuochi di falò che purificano e recuperano la distanza con un passato ancestrale in armonia con Madre natura. Della Maiolino sono invece presenti serie fotografiche che mettono in scena gesti metaforici di un impedimento all’espressione e alcune sculture modellate che sono testimonianza viva di un fare metodico e dolente che si solidifica in forme sottilmente minacciose.

Anna Maria Maiolino, Entrevidas (Between Lives) dalla serie Photopoemaction

Anna Maria Maiolino, Entrevidas (Between Lives) dalla serie Photopoemaction

La Margolles e la Pica invece spingono l’attenzione dell’osservatore su se stesso, coinvolgendolo anche fisicamente, con la Margolles che si riferisce in modo più diretto alla drammatica situazione del Messico provocando uno scuotimento delle coscienze. Ed è infatti lei a incidere di più nel visitatore della mostra con Aire (2003), un’opera spiazzante, che forse qualcuno ricorderà di aver visto nell’edizione trentina di Manifesta, costituita da una stanza “vuota” dove campeggia solo una coppia di piccoli umidificatori. Il silenzio citato nel titolo della rassegna trova qui una sua drammatica nemesi. Una presenza invisibile ma pervasiva al limite del contagio si rivela improvvisamente una volta che ci si sia avvicinati alla didascalia a parete: da vuoto, lo spazio diviene subito saturo e invivibile poiché veniamo informati che l’impercettibile vapore che esce dalla macchina è prodotto con acqua raccolta dopo il lavaggio dei cadaveri in un obitorio.

Amalia Pica, Switchboard, 2011-2012 (dettaglio). Foto © Marco Caselli Nirmal

Amalia Pica, Switchboard, 2011-2012 (dettaglio). Foto © Marco Caselli Nirmal

Amalia Pica si presenta con forme decisamente più giocose e leggere, meno legate al discorso politico, per veicolare gli aspetti più sfuggenti del processo di comunicazione e il senso della distanza, che è anche della gerarchia, che separa gli attori della comunicazione. Difatti, Switchboard (2011-12) è un’installazione di due pareti collegate da telefoni-barattolo dove chi vuole ascoltare deve compiere uno sforzo ulteriore per sintonizzarsi sul canale di comunicazione giusto, mentre microsculture presentate come raffinati gioielli, Palliative for Chronic Listeners (2002), sono in realtà tappi per le orecchie che stanno a indicare una radicale chiusura all’ascolto.

Amalia Pica, Palliative for chronic listeners, 2012. Foto © Marco Caselli Nirmal

Amalia Pica, Palliative for chronic listeners, 2012. Foto © Marco Caselli Nirmal

Da questo accostamento di poetiche sembra emergere che mentre le “madri”, con la loro pratica, erano mosse dall’urgenza di testimoniare una reazione alla violenza inferta, uno scatto vitale per affermare la dignità di una resistenza quotidiana, le “figlie” invece sono più determinate nell’induzione di un’esperienza, nell’insinuare in ciascuno, per un attimo, una condizione collettiva che crediamo nota ma che in realtà è stata metabolizzata dal sistema della comunicazione globale, e quindi portata al largo della percezione. Lo scopo che è nitidamente leggibile nei loro lavori è quello di farci percepire in che misura una condizione protetta dall’inconsapevolezza ci allontani dalla realtà. Il silenzio, insomma, si fa vivo quando riusciamo a cogliere il respiro di un’altra persona.

XVI Biennale Donna
Silencio Vivo. Artiste dall’America Latina
a cura di Lola G. Bonora e Silvia Cirelli

17 aprile – 12 giugno 2016

Padiglione d’Arte Contemporanea
Palazzo Massari

Corso Porta Mare 9, Ferrara

 

Info: +39 0532 244949
diamanti@comune.fe.it
www.biennaledonna.it

www.artemoderna.comene.fe.it

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