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PRATO | Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci | 24 febbraio – 3 giugno 2018

di ALESSANDRA FROSINI

Come sono cresciuti gli YBAs, gli Young British artists che hanno dominato e rinnovato la scena artistica britannica (e non solo) negli anni ‘90 con il sostegno di Charles Saatchi? I più noti, Damien Hirst e Tracy Emin, rappresentano tutt’oggi riferimenti influenti nel panorama artistico. Alcuni sono morti, altri – anche se meno noti da noi – hanno continuato con successo la carriera, diversi hanno vinto o sono stati finalisti del Turner Prize. Fra questi c’è Mark Wallinger.

Mark Wallinger, Pietre Prato, 2018 (on the floor), The unconscious, 2010 (on the wall). Foto: OKNOstudio

Mark Wallinger, Pietre Prato, 2018 (on the floor), The unconscious, 2010 (on the wall). Foto: OKNOstudio

Nato a Chingwell, Essex, nel 1959, ha esposto nel 1993 nella mostra alla Saatchi gallery di Londra “Young British Artists II”, nel 1997 in “Sensation” alla Royal Academy e ha vinto nel 2007 il Turner Prize (come i suoi compagni Damien Hirst nel 1995 e Gillian Wearing nel 1997).
La prima personale italiana dell’artista inglese è stata da poco inaugurata al Centro Pecci di Prato, una mostra itinerante già ospitata in Finlandia e Scozia, che presenta una panoramica sui suoi lavori dalla fine degli anni ‘80 ad oggi.

Mark Wallinger, Id Paintings, 2015. Foto: OKNOstudio

Mark Wallinger, Id Paintings, 2015. Foto: OKNOstudio

Tema ricorrente del lavoro di Wallinger è la messa in scena o messa in atto della propria identità, fatta declinando l’”I”, l’Io, in 143 dipinti e in sculture che riproducono la lettera tipografica a grandezza umana (quella dell’artista), o condotta nella Id Painting Series (2015-2016), monumentali macchie di Rorschach, che si presentano come tracce della gestualità istintuale (ma in realtà guidata nel disegno simmetrico) dell’artista, realizzate con la vernice stesa direttamente con le mani. Oppure espressa nei Passport Control (1988) in cui Wallinger “gioca” con le sue fototessere ingrandite, ritoccandole con un pennarello per trasformare la sua immagine in stereotipi etnici, così da porre l’attenzione, questa volta, sul fraintendimento e sui condizionamenti legati ai pregiudizi.

Mark Wallinger, Passport Control, 1988. Foto: OKNOstudio

Mark Wallinger, Passport Control, 1988. Foto: OKNOstudio

Un gioco di specchi sull’identità, un incontro con il nostro doppio che ritroviamo anche nella scultura che ci accoglie all’inizio dell’esposizione, Ecce homo (1999-2000), un Cristo coronato di spine (originariamente collocata sul quarto piedistallo di Trafalgar Square) umanissimo – tant’è che si tratta del calco di una persona reale – e classicissimo al tempo stesso. La selezione di opere in mostra permette di avere uno sguardo ampio sull’artista, anche se sarebbe stato interessante poter vedere anche la sua “trilogia della glossolalia”, la serie di video realizzati alla fine degli anni ‘90 in cui l’artista impersonava Blind Faith, l’incarnazione letterale della “fede cieca”.

Mark Wallinger, Ecce Homo, 1999-2000. Foto: OKNOstudio

Mark Wallinger, Ecce Homo, 1999-2000. Foto: OKNOstudio

Lontane le “tattiche shock” degli YBAs, viene da guardare tutta la mostra come un test proiettivo per cogliere i processi spontanei degli osservatori, per capire “come qualcosa produca attivamente un significato rispetto a cosa significhi in sé”, in un equilibrio fra opacità e trasparenza siglato “MARK”.

MARK WALLINGER MARK

24 febbraio – 3 giugno 2018

Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci
Viale della Repubblica 277, Prato

Info: +39 0574 5317
info@centropecci.it
www.centropecci.it

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