PIETRASANTA (LU) | Accesso Galleria | Fino al 30 luglio 2016

Intervista VITALIANO di Francesca Di Giorgio

Un ritratto di Vitaliano. Foto: Nicola Gnesi

Un ritratto di Vitaliano. Foto: Nicola Gnesi

Una mostra, un racconto, nasce sempre dal disordine mentale e materiale, tutto è provocante e insistente, poco comprensibile. Poi, gradualmente, come la neve che cade e annulla il caos, tutti i pensieri sconnessi si ovattano e prendono la dimensione di pace silenziosa.. Il lavorare prende forma organica. Vitaliano

Davanti a me volti bellissimi, dai lineamenti perfetti e dagli occhi che guardano. Nel buio la luce passa attraverso piccoli tagli, come cicatrici non rimarginate. Tra me e loro lastre di vetro, venate. Volti bellissimi, da cui è passata, o passerà, la sofferenza (imperfezione) e la morte (transitorietà da accettare). E, poi, qualcosa che non c’entra nulla: elementi artificiali – pezzi di ferro arrugginito (sabi, la patina rustica) – e rami ormai secchi che sembrano contrastare con l’armonia, l’equilibrio (Wa) del primo sguardo.
Siamo a Chiavari (Genova) nello studio di Vitaliano, in una giornata di sole e per “leggere” i suoi lavori dobbiamo fare buio per poi far passare di nuovo la luce, piena di significato.
La mostra, in corso a Pietrasanta, da Accesso Galleria, è un nuovo ciclo, un’evoluzione in un momento importante, espressione di una visione del mondo, riferita all’estetica giapponese, legata all’ultimo anno della vita dell’artista ma che si apre all’esterno con riflessioni che ci riguardano, molto da vicino.
L’allestimento in galleria, curato da Ildo Girotti Visual, è concepito come un’“opera totale” che richiama direttamente i suoi spazi di lavoro e ricerca. «Un grande Maestro della Aikido, Daniele Granone, dice che il tatami è come una foresta piena di pericoli, bisogna vigilare ogni istante. Lo studio è un teatro di arte marziale dove i problemi si manifestano onesti per quello che sono, reali, poi, trovata la soluzione, cedono lasciando spazio al genio risolutivo. Essi stessi sono l’essenza creativa».

Una veduta della mostra VITALIANO. WA

Una veduta della mostra VITALIANO. WA

Con Vitaliano abbiamo parlato a lungo del caos misto all’ordine, di lunghi periodi passati nella sua capanna, sull’isola di Ceylon (nelle Maldive), delle cose della vita ma soprattutto di come si può reagire ad una condizione semplicemente “spostando”.

L’arte fa parte di questo continuo spostamento… E questo è il racconto.

Wabi-sabi. L’incontro…
Molti anni fa ho avuto il piacere di conoscere il prof. Michele Gotuzzo, esperto di comunicazione e amante della tradizione orientale, con il quale ho potuto approfondire concetti e stili di vita della cultura nipponica. Passavamo ore cercando di capire il Maestro Kakuzo Okakura, autore de “Lo Zen e la cerimonia del tè”. Pur avendo vissuto poi, per un lungo periodo, in India, il desiderio costante era quello di spingermi più verso l’Estremo Oriente. Ho trovato nell’Aikido e nello studio dell’Haiku, quello che prima non riuscivo a comprendere e che ora posso sintetizzare con una frase: «Seduto accanto alla finestra, osservo, la neve cade. Sono innamorato».

Una veduta della mostra VITALIANO. WA

Una veduta della mostra VITALIANO. WA

Tra pieni e vuoti.
Wabi, originariamente, indicava una condizione materiale di privazione, solitudine e frustrazione dei propri desideri. È sinonimo di una vita povera e miserabile, caratterizzata da delusioni e fallimenti. Ma non è solo questo: Wabi Sabi è il come si reagisce a questa condizione. Il monaco Zen Jakuan Sòtaku scriveva: «Se consideri limitante trovarti in condizioni economiche precarie, se ti lamenti dell’insufficienza come se fosse una privazione, se ti rammarichi che le cose hanno avuto un decorso sbagliato, tutto ciò non è Wabi. Allora sei un vero indigente». Ho sempre accarezzato il romanticismo, la malinconia, la nostalgia, l’abbandono nella bellezza struggente. Con Wabi si può passare una vita in una stanza, giocare e trovare soluzioni, contrasti, vie tra i pieni e i vuoti.

Vitaliano, veduta dell'opera "Bataclan" nel suo studio (2016, pittura e materiale, integrazione e sviluppo, cm 284x134). Foto: Nicola Gnesi

Vitaliano, veduta dell’opera “Bataclan” nel suo studio (2016, pittura e materiale, integrazione e sviluppo, cm 284×134). Foto: Nicola Gnesi

Nuovi inizi.
Ci si sposta per trovare l’acqua. Arrivai ad un accampamento di beduini in groppa a un cammello, era mattino presto, un luogo pieno di solitudine, suoni indecifrabili. Mi colpì una donna nascosta dietro veli che cuoceva del pane sul fuoco, non mi guardò, continuò a cuocere silenziosa. Iniziava il caldo sul deserto, mi diedero del tè con menta e zucchero… poi mangiai quel pane, e sotto una tenda, sdraiato sul tappeto, riposai. Fu una giornata interminabile dove la mente girava libera, costruiva pensieri e un secondo dopo li distruggeva. Mi venne un ricordo dell’infanzia. Quando pensavo che di al di là dell’orizzonte, sul mare, tutto cadeva nel nulla, il mondo finiva… Non era così, è bastato negli anni, spostarsi più vicini a quella linea, per scoprire che tutto ricomincia nuovamente.

Continui spostamenti.
Sotto le tende iniziava a filtrare la luce, la magia del tramonto, qualcuno di loro stava organizzando il trasferimento in un altro accampamento… Mi preparai, salii sul mio cammello e li seguii. Tra le dune, avevo la sensazione che tutto fosse senza limiti, mi sembrava uno spazio celeste di sabbia. Dopo alcune ore avevo bisogno di scendere dalla sella, avevo le gambe distrutte, mi dissero che lo potevo fare, ma di non lasciare mai la corda, che trattiene le narici dell’animale con un anello, in modo che non possa allontanarsi da te. Scesi, ero scalzo, la sabbia era fredda, il pensiero costante era «cammina, continua a camminare, senza lasciare la corda». Poi naturalmente, quella sensazione di paura svanì, lasciai la corda, mi ritrovai a camminare libero nel deserto, ed il cammello mi seguiva tranquillo, la mente si era spostata, quando la mente si sposta è libera di amare nuovamente.

Una veduta della mostra VITALIANO. WA

Una veduta della mostra VITALIANO. WA

L’esperienza del buio e della luce.
L’occhio è un’antica forma di autoipnosi e meditazione, contemplare la pupilla dell’occhio di un altro, o nella riflessione del proprio, è un processo di acquisizione della conoscenza di sé. Come hai notato, la parte integra del dipinto risiede proprio negli occhi, il resto del volto è suscettibile al processo dello scorrere del tempo, il filtro o vetro racchiude la porta di accesso, il luogo mentale, dell’osservatore, dove l’opera vive…
Il buio è l’insicurezza del tempo che scorre, conoscere attraverso il dolore le cose realmente accadute, nell’oscurità, nell’invisibilità, nell’anonimato, nel torpore, il corpo e la mente ritroveranno risveglio nella luce liquida, riparatrice. Si dice che Dio è luce.

Ritorno alla Capanna.
Capanna… Imparare il tempo dell’attesa. Davanti a me, nel momento in cui l’alba si prepara a rinascere, una grande foglia raccoglie e condensa l’umidità notturna in un unica goccia, lentamente scorrerà verso un estremo punto dove staccandosi come un frutto maturo, darà senso all’attesa. Ecco la capanna, uno stato dell’anima poetica, imparare la sospensione precedente all’atto creativo.

VITALIANO
WA
a cura di Francesca Carol Rolla
Allestimento: Ildo Girotti | AMR Chiavari

26 giugno – 30 luglio 2016

Accesso Galleria
Via del Marzocco 68-70, Pietrasanta (LU)

Info: +39 340 410 4004
info@accessogalleria.com
accessogalleria@gmail.com
www.accessogalleria.com

 

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