MILANO | Viasaterna 

Intervista ad IRENE CROCCO di Silvia Conta

Irene Crocco, Viaseterna, Milano

È in una tarda mattinata di giugno che scopriamo Viasaterna. Siamo a Milano, a due passi dalla stazione Cadorna, dal Castello Sforzesco e dalla Triennale, ci troviamo circondati dal verde, in un’atmosfera d’altri tempi. La galleria è situata in un elegante palazzo Ottocentesco, ci colpiscono subito la ristrutturazione dello spazio – opera dell’architetto e collezionista Flavio Albanese – e le sue sale fresche di restauro, che si snodano per 450 mq., una diversa dall’altra, disposte su due piani. Ad attenderci ci sono la direttrice Irene Crocco e la gallery manager Benedetta Pomini, che ci guidano alla scoperta della mostra Picture Perfect, curata da Fantom, con opere di undici artisti – Hans Peter Feldmann, Joe Hamilton, Anna Kristensen, Mario Milizia, Taisuke Mohri, Macoto Murayama, Shuichi Nakano, Wieland Payer, Annalisa Pintucci, Wang Qiang, Lorenzo Vitturi – di cui quasi la metà non ha mai esposto in Italia. Una mostra che, anche grazie ad un allestimento molto raffinato capace di valorizzare ciascuna opera, lascia emerge la peculiarità di Viasaterna: la fluidità di una visione che da una posizione ben definita e consapevole, maturata in anni di lavoro con gli artisti e di riflessione critica, può permettersi di “sbilanciarsi” il più possibile verso indagini feconde e non scontate, assumendosi i rischi di una ricerca genuina e libera.
Dopo la visita, in una lunga chiacchierata, Irene Crocco ci introduce alla filosofia di Viasaterna.

Selva Barni, Francesco Zanot, Irene Crocco, Massimo Torrigiani

Partiamo dal nome della galleria…
Il nome della galleria rende omaggio a Via Saterna, una strada immaginaria descritta da Dino Buzzati tra le tavole di “Poema a Fumetti” (1969, Arnoldo Mondadori). Amo molto Buzzati sia come scrittore che come pittore. L’architettura dell’edificio dove ha sede la galleria ricorda quella da lui descritta, ma l’aspetto che più mi ha affascinato nella scelta di questo nome è la dimensione in cui l’autore porta il lettore, dove sogno e realtà si mescolano attraverso incontri di persone, immaginazione e misteri. Mi piace pensare che questa galleria possa diventare un luogo da cui accedere ad una dimensione diversa, quella dell’arte, in un incontro fecondo tra immaginazione e realtà.

Taisuke Mohri, Untitled, pencil on paper. cm30x52x4 © Viasaterna - Frantic

A proposito della mostra nel sito si legge: “”Picture Perfect” riunisce una selezione di opere di artisti ispirate, influenzate o innescate dal linguaggio fotografico. Nessuna di loro è una fotografia, ma tutte prendono spunto dalla sua tecnica, la sua grammatica, la sua estetica, la sua natura, sviluppandola in diverse direzioni.” Perché questa scelta?
“Picture Perfect” è una dichiarazione d’intenti del progetto nella sua interezza, come speriamo possa continuare a svilupparsi ora e in futuro. Si tratta di una mostra dedicata alla fotografia dove la fotografia di fatto non c’è. Una scelta esplicita, ci interessa questo limite, questo confine, ma nel tempo avremo anche artisti che usano la fotografia in modo più puro, vogliamo mantenere lo spettro più ampio possibile. Daremo un’attenzione particolare alla fotografia, ma abbiamo un’apertura totale anche verso gli altri linguaggi.

Come avete selezionato le trentacinque opere in mostra?
Assieme a Fantom abbiamo lavorato con l’idea di fare una ricerca che loro, tra l’altro, avevano già iniziato: uno studio sull’attenzione verso la fotografia da parte di artisti che non usano questo mezzo e sui suoi effetti nei loro lavori. È stato uno vero e proprio andare a scovare prima di tutto le opere. La selezione sarebbe potuta essere più ampia, ma abbiamo anche osservato un criterio che ci consentisse di invitare, oltre ad artisti italiani, stranieri che non avevano mai esposto nel nostro paese, nell’ottica di ampliare la visione anche per il pubblico. Quella in corso è una mostra volutamente e fortemente curatoriale, a monte della quale c’è la scelta di aprire uno spazio per l’arte contemporanea che sia sì una galleria, ma anche un progetto per Milano. C’è la volontà di valorizzare le radici culturali di questa città: è chiaro che parlando di arte non ci si può limitare ad una visione locale – non sarebbe nemmeno nella nostra natura – ma nel cuore di questo progetto c’è anche una piccola dichiarazione d’amore verso questa città – che io sento in maniera positiva – e verso la sua storia e la sua vitalità.

Mario Milizia, Un bacio e uno sbadiglio, 2015, 12 elementi, tecnica mista, pannello di legno, cm 323x175 © Viasaterna

Qual è stato il tuo percorso prima di dare vita a Viasaterna?
Ho iniziato facendo la gavetta vera e propria: ho studiato a Brera e ho avuto la fortuna di studiare con Luciano Fabro, poi ho lavorato nelle gallerie, e oggi sono art dealer e direttrice artistica della Fondazione La Raia di Novi Ligure (AL). Ho imparato “sul campo”, nel senso che fin da quando avevo diciotto anni ho maturato la mia formazione a stretto contatto con gli artisti: non ho mai desiderato fare l’artista, ma l’idea di stare vicino agli artisti del mio tempo era un bisogno chiaro e importante. La necessità di creare dei dialoghi fa parte di me, quindi è stato molto naturale pensare a questa galleria come uno spazio di pensiero collettivo, a partire dal fatto di chiamare il gruppo di Fantom – Francesco Zanot, Massimo Torrigiani e Selva Barni – a collaborare con tutto il progetto, nella sua parte più profonda, non solo per questa mostra. Era fondamentale per me avere una squadra di lavoro, un humus di confronto dialettico.

Macoto Murayama, Lathyrus odoratus L_digital c-print, cm 100x100 © Viasaterna - Frantic

Come è iniziata la vostra collaborazione?
In maniera molto spontanea: nel 2011 ho aperto “Da Vicino”, una home gallery poco lontano da qui, dove invitavo degli artisti – per lo più italiani – a presentare il proprio lavoro. Era come una galleria – anche se ricevevo su appuntamento – ma c’era maggior vicinanza tra opera, osservatore e artista: gli artisti raccontavano il loro lavoro, ci si metteva in salotto, si facevano domande e si sviluppava un dibattito. Con l’invito di Luca Andreoni e Francesca Rivetti – guarda caso due artisti che lavorano con la fotografia – è arrivato l’incontro prima con Francesco Zanot e poi con Massimo Torrigiani. È così nato un dialogo ancora prima che sapessi che sono colleghi tra loro e del loro legame con Fantom. Poi ho conosciuto anche Selva Barni, fondatrice del magazine e oggi gruppo curatoriale. Nel frattempo si stava rafforzando la loro identità di curatori, per cui ci siamo trovati a confrontarci sull’idea e sull’identità della galleria e abbiamo deciso di lavorarci in un progetto comune. Ci avvicina un background legato al mondo della fotografia, anche se consideriamo l’arte in un unicum ed è in questa prospettiva che pensiamo ogni progetto per Viasaterna.

Come si sostiene l’attività di Viasaterna?
Esclusivamente attraverso la vendita delle opere, è una galleria a tutti gli effetti.

Wang Qiang, Tourist, 2010, acrylic on canvas, cm89x140 © Viasaterna - White Space Beijing

Come è il vostro rapporto con altre gallerie e con le istituzioni? Siete quattro curatori, pensate di coinvolgerne anche altri in futuro?
Per la mostra in corso abbiamo già collaborato con gallerie internazionali: White Space di Pechino, Frantic di Tokyo, Space 9 di Melbourne e Minini di Brescia. Stiamo muovendo i primi passi e ci piacerebbe interagire via via con nuove collaborazioni. Siamo un nucleo stabile ma siamo attenti e curiosi verso nuovi input e progetti altri, anche se portati avanti da persone che, pur non lavorando direttamente con noi, sono fondamentali in vista di un dialogo proficuo, anche nella prospettiva di rendere Viasaterna un luogo di dibattito e crescita per noi e per chi la frequenta.

Sempre nel vostro sito parlate della mostra con questa premessa “A partire dalla consapevolezza dello sviluppo virale della fotografia, che interessa non soltanto le altre discipline dell’arte, ma ogni ambito della società.” Che cosa risponderesti agli scettici che attaccano la fotografia dicendo che oggi è un mezzo abusato?
Contrariamente a quanto si può pensare già alle origini della fotografia la quantità di immagini prodotte era molto elevata, moltissimi – artisti e non – vi si cimentavano. Ora si parla di cifre di gran lunga maggiori, ma non perché usata da molti la fotografia deve essere sminuita. Hans-Peter Feldmann ha risolto la diatriba affermando, tra i primi, che quanto più la fotografia riesce a liberarsi dalla questione della documentazione, dalla necessità di catturare la realtà, quanto più l’immagine può essere usata, vissuta, manipolata e così diventare parte delle persone che la usano, tanto più è vera. Credo che questa sia la risposta.

Viasaterna Arte Contemporanea
Via G. Leopardi, 32, Milano

Info: +39 02 36725378
www.viasaterna.com

Mostra in corso:
Perfect Picture. Sulla viralità della fotografia

a cura di Fantom
Hans Peter Feldmann, Joe Hamilton, Anna Kristensen, Mario Milizia, Taisuke Mohri, Macoto Murayama, Shuichi Nakano, Wieland Payer, Annalisa Pintucci, Wang Qiang, Lorenzo Vitturi

Fino al 31 luglio 2015


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