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MILANO | Officine dell’Immagine | 9 febbraio – 2 aprile 2017

Intervista a SILVIA CIRELLI di Francesca Di Giorgio

We call it “Africa”. Artisti dall’Africa Sub-Sahariana è la mostra che ha aperto il 2017 in galleria Officine dell’Immagine e prosegue una precisa linea curatoriale, una vera e propria ricognizione portata avanti da tempo come un focus sulle ricerche artistiche di aree geografiche ancora poco conosciute in Italia, o almeno, fino ad oggi presentate attraverso un filtro. «Sono quasi tre anni che con Officine dell’Immagine ci dedichiamo all’esplorazione e alla sperimentazione. Abbiamo iniziato con una particolare attenzione verso il panorama emergente mediorientale, concentrandosi ad esempio sulla versatilità della scena artistica iraniana (Gohar Dashti, Shadi Ghadirian e Jalal Sepher sono alcuni degli artisti che collaborano con noi) e quella turca (con l’eclettico Servet Kocyigit)» racconta Silvia Cirelli, che firma per la galleria i progetti curatoriali dalla sua “base” a Bucarest in Romania, dove vive da due anni, dopo gli otto passati a Pechino. «Pur nella loro diversità Pechino e Bucarest sono città dove si percepisce il cambiamento, il movimento, la sperimentazione. Bucarest è ancora “giovane” rispetto alla capitale cinese, ma è già molto attiva, ci sono ad esempio diverse gallerie private di buon livello (Anca Poterasu Gallery partecipa ormai da qualche anno ad Artissima), un Museo di Arte Contemporanea, e anche una Biennale, alla sua ottava edizione nel 2018. Il fermento è tangibile e travolgente, ed è questo che più interessa quando faccio esperienza di realtà a me nuove e sconosciute».
In questo momento, la galleria sta lavorando sempre più intensamente con la giovane e talentuosa fotografa franco-algerina Halida Boughriet, che vedremo alla prossima edizione di MIA PHOTO FAIR, in corso dal 10 al 13 marzo, a Milano.

We call it "Africa", veduta della mostra, Officine dell'Immagine, Milano

We call it “Africa”, veduta della mostra, Officine dell’Immagine, Milano

Fino al 2 aprile in galleria troviamo, invece, i lavori di quattro artisti: Dimitri Fagbohoun (Benin, 1972), Bronwyn Katz (Kimberly, Sud-Africa, 1993), Marcia Kure (Kano, Nigeria, 1970) e Maurice Mbikayi (Kinshasa, Repubblica Democratica del Congo, 1974) un altro “passo” verso la comprensione di quella che chiamiamo “Africa” e che arriva dopo, in ordine di tempo, a Carte Blanche la collettiva di giovani artisti dell’Africa Settentrionale ospitata l’anno scorso da Officine dell’Immagine. «In quell’occasione, la marocchina Safaa Erruas, la tunisina Farah Khalil e l’algerino Massinissa Selmani, ci hanno accompagnato in uno scenario ricco di contraddizioni sociali e culturali».

Per comprendere a fondo la poetica degli artisti coinvolti in We call it Africa è importante considerarne il loro percorso a partire dal contesto di appartenenza senza che questo diventi un’arma a doppio taglio, prendendo le distanze da stereotipi culturali ed estetici che tentano di definire certe specificità generazionali o geografiche: «È un grave errore quello di voler circoscrivere la dimensione estetica dell’arte di una determinata area. Questa sarebbe sicuramente la strada più “facile”, ma allo stesso tempo è anche la più inopportuna. Per questo nei miei progetti il contesto di appartenenza è sempre un punto di partenza ma mai di arrivo. La cosiddetta “identità africana”, anche se questa stessa definizione è a mio avviso ormai anacronistica, è leggibile nei percorsi degli artisti selezionati, ma ciò che mi interessa maggiormente è proprio esaltarne le letture personali e individuali. Con questa mostra sono le tante “Afriche” che vogliamo raccontare, gli universi poliedrici e multiformi».

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Un “affresco” ben visibile a partire dall’approccio artistico di Dimitri Fagbohoun, originario del Benin ma che vive da ormai vent’anni a Parigi. Fagbohoun ricostruisce un’identità transculturale attorno alla simbologia di oggetti popolari come gli djembé (tamburi a mano di legno) in cui sono tatuati i volti di alcuni presidenti africani, o la bandiera 3D AEF (African European Flag) le cui strisce possono essere separate o unite tramite cerniere, sino ad arrivare a Carmbars dove l’idea di sincretismo culturale si fa sempre più forte: dentro un contenitore di vetro sono raccolte decine di caramelle rifasciate da carte che riportano alcuni versi tratti dalla Bibbia, dal Corano e dalla Torah.

Bronwyn Katz giovanissima artista sudfricana, classe 1993, esplora, attraverso la dimensione installativa e video, la memoria del proprio Paese fondendo “repertorio emozionale” e “repertorio storico” tra presente e passato, costruzione e distruzione, memoria e oblio. A rafforzare la condizione di appartenenza nel video Grand Herinnering (“memoria della terra”) è l’artista stessa, performer intenta in azioni che riconducono alla memoria personale e alle sue origini. Una componente autobiografica che sebbene presente in tutti gli artisti coinvolti, con sfumature più o meno marcate, trova il suo culmine nelle riflessioni di Marcia Kure trasferita negli Stati Uniti dalla Nigeria. Una tecnica “tradizionale” come il collage nelle sue mani raggiunge una sintesi estetica e formale raffinatissima partendo da ritagli di disegni, dipinti, fotografie, i piani dell’immagine si accostano e sovrappongono ricostituendo bellissimi equilibri.

We call it "Africa", veduta della mostra, Officine dell'Immagine, Milano

We call it “Africa”, veduta della mostra, Officine dell’Immagine, Milano

Il congolese Maurice Mbikayi parte, invece, dai codici estetici del suo popolo per “vestirli” letteralmente di significati sociali a partire da “scarti tecnologici” come le tastiere dei Pc che diventano eccentrici abiti da uomo indossati dall’artista stesso ritratto in scatti che potrebbero benissimo stare su riviste di moda patinate ma che con quel mondo non condividono certo la ricerca ostentata del glamour. Rispecchiano una reazione ad una contemporaneità in cui non ci si identifica.

WE CALL IT “AFRICA”. Artisti dall’Africa Subsahariana
a cura di Silvia Cirelli

catalogo vanillaedizioni

9 febbraio – 2 aprile 2017

Officine dell’Immagine
via Atto Vannucci 13, Milano

Ingresso libero
Orari: martedì – sabato: 11 – 19; lunedì e giorni festivi su appuntamento

Info: +39 02 91638758
info@officinedellimmagine.it
www.officinedellimmagine.it

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