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Intervista a SHIRIN NESHAT di Matteo Galbiati*

Anche se siamo abituati a confrontarci con le personalità impegnative degli artisti, quando incontriamo l’emozione vera della grandezza dell’animo di quei pochi che danno riscontro insperato con la sincerità e il candore puro del loro pensiero resta sempre difficile trascrivere il valore di quell’incontro e il ricordo intenso che lascia radicato in noi. Parlare e conversare con Shirin Neshat durante l’apertura di The Home of My Eyes – la personale che il Museo Correr di Venezia le dedica nell’anno della Biennale – non solo è stata occasione per poter conoscere personalmente un’artista che si ama e si stima profondamente ma anche mezzo di connessione e verifica diretta di quanto la sua poetica sia una risposta evidente alla chiarezza della sua visione e all’onestà autentica di quei temi che lei, gentile e cordiale, tratta sempre in modo diretto e intenso. Senza mediazioni e costantemente attenti a parlare ad una umanità che non ha confini, né politici, né culturali. La sua voce delicata, i modi gentili ci accompagnano nella lettura dei lavori esposti nel museo veneziano e ci accalorano poi amplificandosi al resto della sua ricerca e delle sue riflessioni e considerazioni.

Questa la testimonianza che la celeberrima artista iraniana ci ha concesso con quella verità che solo i grandi maestri riflettono nella sincera bellezza del loro animo e del loro pensiero prima ancora che nelle loro opere…

Shirin Neshat, Kanan, from The Home of My Eyes series, 2015, silver gelatin print and ink, cm 152,4x101,6. © Shirin Neshat. Courtesy: the artist and Gladstone Gallery, New York and Brussels

Shirin Neshat, Kanan, from The Home of My Eyes series, 2015, silver gelatin print and ink, cm 152,4×101,6. © Shirin Neshat. Courtesy: the artist and Gladstone Gallery, New York and Brussels

A Venezia The Home of My Eyes presenta l’ultima e la più attuale fase della sua ricerca con un’installazione fotografica e un video. Come dialogano questi due diversi interventi? Cosa propongono al pubblico internazionale di Venezia in occasione della Biennale?
Penso che la relazione più importante tra le due opere sia il modo in cui ognuna affronti la nozione di “casa”. Nella serie fotografica The Home of My Eyes, che è stata realizzata a Baku, in Azerbaigian, sono rimasta affascinata da come la popolazione di questo paese, noto crocevia di numerose etnie, culture, religioni e lingue, definisca il significato di “casa”. Ho intervistato ogni persona, giovane e anziana, uomo e donna, e alla fine le loro risposte sono state scritte su tutto il loro corpo. Ovviamente ho avuto una motivazione personale nella scelta dell’Azerbaigian, perché confina con il mio Paese, l’Iran, e, un tempo, fino al XIX secolo, eravamo una sola nazione. Così da iraniana che non riesce a tornare a casa, è stato molto toccante sentire le interpretazioni di altre persone sul concetto di “casa”. Sebbene non sia esattamente previsto, la mia ossessione sul tema della “casa” e del “dislocamento” riemerge nella mia videoinstallazione Roja: questa tratta di una donna iraniana che si trova sul confine tra due culture, eppure entrambe non riescono a offrirle pace.

Shirin Neshat. The Home of My Eyes, Museo Correr, Venezia. Courtesy: the artist, Gladstone Gallery, New York and Brussels and the Written Art Foundation

Shirin Neshat. The Home of My Eyes, Museo Correr, Venezia. Courtesy: the artist, Gladstone Gallery, New York and Brussels and the Written Art Foundation

Roja, l’affascinante video presente al Correr, si presta a diverse ipotesi di interpretazione. Quale indicazione ci può dare?
Roja si basa su uno dei miei sogni. La sua breve narrazione riguarda lo stato emotivo, psicologico e politico di un’iraniana che si trova divisa tra due culture opposte: una del suo Paese “ospite”, gli Stati Uniti, e l’altra del suo paese d’origine, l’Iran. Sfortunatamente nessuno di questi luoghi certi le fornisce una qualsiasi forma di sicurezza e di conforto, quindi lascia la sensazione di essere alienata da entrambe le culture.
Naturalmente il video è piuttosto surrealista e la sua narrazione è destinata a funzionare come un sogno sempre frammentato. Se Roja viene trattata come l’“altra” da molti americani e viene presa di mira da un performer uomo che l’assale verbalmente, una volta all’esterno, in un paesaggio desertico (reminiscenza dell’Iran), affronta la sua figura materna, o la sua “madrepatria”, che, a prima vista, appare simpatetica, ma improvvisamente diventa viziosa e aggressiva. Ovviamente questo è un lavoro molto personale che suggerisce il mio rapporto con il mio Paese natale, l’Iran, che mi ha costretta ad una vita in esilio e con la cultura americana, dove tanti di noi iraniani si sentono messi all’angolo.

Tutta la sua ricerca parla di identità. Cosa significa per un artista oggi, nel difficile clima del nostro tempo, in un contesto globale gravato da guerre, tensioni, conflitti, rivendicazioni e odio, parlare di identità?
Penso che in questo momento di globalizzazione e di diffusi fenomeni di immigrazione, la nozione di identità stia diventando sempre più complicata. Nel mio caso, la mia identità è ibrida tra iraniana/americana e orientale/occidentale, per questo non sono più completamente iraniana. Ho vissuto una vita molto nomade e lontana dal mio Paese per così tanto tempo che non riesco nemmeno a ricordare cosa significhi vivere in un luogo dove assomiglio a tutti gli altri e dove parlo la loro stessa lingua. Tutto quello che so è che sono sempre una straniera.

Shirin Neshat, Roja, 2016, dingle-channel black and white video/audio installation. Duration: 15 minutes, 20 seconds. Nell’ambito di: Shirin Neshat. Dreamers, Gladstone Gallery, New York. Courtesy: the artist and Gladstone Gallery, New York and Brussels

Shirin Neshat, Roja, 2016, dingle-channel black and white video/audio installation. Duration: 15 minutes, 20 seconds. Nell’ambito di: Shirin Neshat. Dreamers, Gladstone Gallery, New York. Courtesy: the artist and Gladstone Gallery, New York and Brussels

Come affermi tu, viviamo in un momento difficile. Le differenze culturali, i conflitti politici, i fanatismi religiosi sono diventati i nostri più grandi nemici e ci hanno diviso terribilmente. Io stessa non posso relazionarmi con il governo iraniano e con la loro retorica religiosa, né tanto meno con l’amministrazione americana e con la sua politica nazionale ed estera. In questo come può agire l’artista?
Penso che l’arte e gli artisti non possano cambiare il mondo, ma possano influenzare il punto di vista del pubblico e lo sollecitino entrambi in termini emotivi e razionali. Di principio sono contro gli artisti che fanno un’arte che è un preconcetto con un ordine del giorno precostituito. È un compito molto difficile per un artista bilanciare un messaggio che sia al contempo significativo e riflessivo rispetto le attuali realtà sociali e politiche, ma che si rifiuta di produrre degli slogan e diventare didattico.

Quali sono le altre coordinate di senso del suo lavoro?
Per un impegnativo lungometraggio, solitamente, mi prendo anche alcuni anni per raccogliere tutte le informazioni necessarie a creare la mia storia. Gli ultimi due film, entrambi film d’epoca, hanno richiesto una grande quantità di ricerche. Ma, durante la realizzazione di un progetto d’arte, sia opera fotografica e/o video, mi approccio al processo creativo in modo più libero e intuitivo. Solitamente creo dei mood books, che sono i miei riferimenti desunti dalle opere di altre persone, tra cui scrittori, fotografi e registi per arrivare alle mie immagini e narrazioni finali.

Shirin Neshat, Roja, 2016, production still. © Shirin Neshat. Courtesy: the artist and Gladstone Gallery, New York and Brussels

Shirin Neshat, Roja, 2016, production still. © Shirin Neshat. Courtesy: the artist and Gladstone Gallery, New York and Brussels

Proviene dal mondo islamico, vive tra Occidente e Oriente e le sue opere assumono spesso posizioni socialmente, politicamente e psicologicamente scomode: che prezzo ha la schiettezza e la libertà di un artista?
Non mi considero troppo coraggiosa, perché non ho sinceramente fatto nulla che minacciasse di essere bandita dal mio Paese natale, ma, comunque, capisco che sono la mia arte e la mia posizione politica che mi hanno personalmente generato alcune “sfortunate questioni politiche”.

Che umanità vuole cercare Shirin Neshat? Che anime incontra il suo sguardo? A chi si rivolge?
Avendo vissuto ed esposto in Occidente per molti anni, pur essendo così impegnata con le comunità mediorientali, sono stata in grado di raggiungere e ottenere un pubblico più ampio. Alla fine, quello che spero davvero di realizzare è un’esperienza emotiva per i miei spettatori, a prescindere da dove provengano, quale sia la loro nazionalità e il contesto religioso. Inoltre, mentre il mio lavoro è culturalmente specifico, è destinato a trascendere le varie barriere e diventare senza tempo e universale nella sua incisività e nel suo impatto.

Dopo cinque anni sta per ultimare il film**, Looking for Oum Kulthum? Cosa ci dice di questo nuovo lavoro?
È un film che si basa sull’esperienza di una regista/artista iraniana che cerca di fare un film sull’iconica cantante egiziana Oum Kulthum, morta nel 1975, ma facilmente riconosciuta come l’artista più importante del XX secolo nel mondo arabo. La narrazione riguarda un’artista che guarda la traiettoria di un’altra donna artista musulmana, per affrontare il proprio dilemma di donna e artista. Quindi il film si propone come un film dentro ad un altro film, spostandosi dalla storia biografica di Oum Kulthum alla storia contemporanea della regista.

Looking For Oum Kulthum, video still

Looking For Oum Kulthum, video still

Delle sue opere ha affermato che non sono autobiografiche, ma personali: cosa intende?
Penso che, con modalità differenti, le opere di tutti gli artisti siano guidate da un’esperienza e da prospettive personali. Nel mio caso, mi sembra di aver sempre abbracciato temi e narrazioni molto importanti per la mia esperienza e per le questioni che affronto come essere umano. Ma non sono mai stata interessata a fare un’arte autobiografica, penso possa essere davvero pericolosamente narcisistico.

Prossimi progetti?
Sto dirigendo la regia dell’opera Aida per il Festival di Salisburgo, in Austria [l’Aida al Salzburger Festspiele, Salisburgo (Austria), è andata in scena il 6, 9, 12, 16, 19, 22, 25 agosto 2017, ndr]. Non ho mai lavorato prima ad un’opera lirica, ma ho anche il piacere di lavorare con l’incredibile direttore Riccardo Muti e la cantante Anna Netrebko.

*Tratta da Espoarte #98

**Il film Looking for Oum Kulthum è stato presentato in questi giorni nella sezione dei “Venice Days – Giornate degli Autori” alla 74. Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Leggi qui.

Eventi in corso:

Shirin Neshat. The Home of My Eyes
Museo Correr, Venezia

13 maggio – 26 novembre 2017
http://correr.visitmuve.it/

Shirin Neshat
Kunsthalle, Tubinga (Germania)

1 luglio – 29 ottobre 2017 
www.kunsthalle-tuebingen.de

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