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MILANO | Ciocca Arte Contemporanea | Fino al 18 dicembre 2015

di CRISTINA CASERO

Un gesto semplice, una riflessione importante. Questo è il primo pensiero che mi è passato per la mente di fronte alle stampe fotografiche di Fabrizio Bellomo, Screenshots, esposte negli spazi della Galleria Ciocca Arte Contemporanea in occasione della personale dell’artista, curata da Francesca Guerisoli.

Fabrizio Bellomo, Pregiudicato rumeno tunisino, 2012-15, installation view, Galleria Rossana Ciocca, Milano

Alla base di questi interessanti lavori, infatti, è un gesto che ormai tutti noi distrattamente compiamo, magari ogni giorno: una richiesta effettuata su un motore di ricerca, in rete. Usando, come chiave di ricerca, parole che indicano semplicemente l’appartenenza ad una etnia, “rumeno”, “marocchino”, “nigeriana”, Bellomo ha trovato una serie di immagini decisamente inquietanti, perché  dimostrano fino a che punto l’opinione pubblica sia condizionata, e per conseguenza, a sua volta, purtroppo condizionante. Una fonte universale di informazioni, come è Internet ai nostri giorni, contrariamente a quanto suggerirebbe il buon senso, non offre risposte ricche, esaurienti e articolate, bensì restituisce a chi la interroga una realtà omologata, tradotta nel più superficiale dei cliché, come la rassegna di immagini che l’artista ha stampato e riproposto efficacemente dimostra.
Attraverso un’operazione tanto banale, dunque, Bellomo riesce a proporci una seria riflessione sugli stereotipi, le convenzioni, i pregiudizi che ci accompagnano nella vita quotidiana e con i quali – purtroppo – abbiamo ormai tanta familiarità da non farci più caso. In particolare, il ragionamento si sviluppa, un po’ tautologicamente, proprio sul ruolo fondamentale che gioca l’immagine in questo senso, riprendendo in chiave aggiornata molte delle ricerche che a partire dagli anni Settanta sono state condotte intorno all’ambiguità implicita nella comunicazione visiva. Un lavoro, quindi, di grande spessore etico, che non si lascia ammirare passivamente, imponendo al contrario allo spettatore un coinvolgimento sia ideologico sia morale.
In linea però con la migliore tradizione dell’arte impegnata, l’engagement dell’artista coniuga l’etica con l’estetica, scegliendo Bellomo un registro espressivo interessante e molto attuale, quello del riuso delle immagini che non vengono create dall’artista, ma semplicemente scelte, prelevate dalla realtà, rivitalizzate in un processo che possiamo definire di “postproduzione”.

Fabrizio Bellomo, Vegla Ben Ustain, 2015, installation view, Galleria Rossana Ciocca, Milano

La stessa scelta sottesa al video Vegla bën ustain, nel quale sempre attraverso un piglio di matrice antropologica declinato in chiave concettuale l’artista registra la realtà, accogliendola il più possibile senza interventi correttivi, come appunto ad esercitare una operazione di scelta più che di messa in scrittura. Ponendo al centro dell’attenzione lo strumento meccanico del lavoratore, Bellomo a Tirana riprende un uomo che, con il martello pneumatico, lo strumento che lo identifica come lavoratore, scrive su un muro il proverbio albanese che da il titolo all’opera e che tradotto diventa “lo strumento fa il maestro”.
Una mostra interessante, dunque, quella di Bellomo, che non può perdersi chi ama l’arte che fa pensare. Una mostra che può essere utile a tutti noi, obbligandoci a fermare la nostra attenzione su ciò che ormai sempre più spesso guardiamo, ma non vediamo neanche più.

Fabrizio Bellomo. Senza Titolo
a cura di Francesca Guerisoli

Fino al 18 dicembre 2015

Ciocca Arte Contemporanea
Via Lecco 15, Milano

Orari: da lunedì a venerdì 14.30-18.30

Info: +39345.9059834
gallery@rossanaciocca.it
www.rossanaciocca.it

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