GENOVA | Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce | 2 aprile – 5 luglio 2015

di VALERIA BARBERA

“Nel mio salotto starebbe proprio bene!”. Questa frase, spesso portata ad esempio come espressione di una certa concezione limitante che intende l’arte come mero decoro, è stata invece per anni uno dei criteri per le acquisizioni di una collezione privata importante come quella della genovese Rosetta Barabino. Le opere che acquistava dopo un’attenta selezione, infatti, dovevano soddisfare anche un altro requisito: avere dimensioni che ne consentissero la loro installazione in casa; Barabino non aveva nessuna intenzione di conservarle in cassaforte o in deposito.

"Andy Warhol sul comò" allestimento Villa Croce foto Ravera/Positano

Andy Warhol sul Comò. Opere dalla Collezione Barabino, la mostra inaugurata lo scorso aprile a Villa Croce a Genova, racconta proprio questa collezione e la sua storia trasformando le sale del museo, grazie ad un allestimento sapiente e al tempo stesso essenziale, in altrettanti vani di un interno borghese. Il risultato è d’impatto, un’atmosfera che si avverte appena si entra, e parte di tale sensazione è sicuramente dovuta al ritorno alle origini di questo edificio neoclassico che, da museo, torna ad essere abitazione privata.

La ricostruzione degli ambienti domestici – dalla serra con le opere di Sol Lewitt e Carl Andre alla sala da pranzo con le opere di Andy Warhol (i due famosi Chairman Mao Green e Fuchsia del 1973, Silver Car Crash, 1963 e Jacqueline, 1964; dalla cucina con i bellissimi Coke (Hoarfrost) e Heasel (Hoarfrost) di Robert Rauschenberg del 1974 alla camera da letto con, tra gli altri, i lavori di Joseph Beuys, Bruce Nauman e Thomas Schütte – appare il modo più adatto per illustrare le molteplici relazioni tra tali capolavori e la vita quotidiana di una famiglia e, in generale, metafora di come l’arte contemporanea possa offrirsi al pubblico in un modo più diretto e immediato.

"Andy Warhol sul comò" allestimento Villa Croce foto Ravera/Positano

Un’atmosfera raffinata e quotidiana, evocata anche grazie all’allestimento con mobili di celebri marchi di design come Vitra, Molteni e Schiffini, che lascia allo spettatore la possibilità di ammirare le quasi cento opere d’arte esposte, seguendo un proprio ordine, indugiando su questo o quel pezzo, tornando indietro se necessario, acquisendo una inconsueta “familiarità” con capolavori dei maestri dell’arte minimalista e concettuale che fanno parte della collezione.

Una mostra “in casa” nella quale le opere, la storia della loro acquisizione e le vicende familiari si intrecciano, come nel caso della Jacqueline di Warhol chiesta come regalo di maturità dal figlio Maurizio, oppure ai due Floor Pieces di Carl Andre che, consegnati lo stesso giorno dei tre cubi di Sol Lewitt, mandarono in crisi Rosetta Barabino perché le sembrarono davvero troppo grandi per la sua casa.

La storia di questa collezione è, infatti, anche la storia di una famiglia, quella di Rosetta Barabino, rimasta vedova nel ’68, a cinquantanni, trovatasi ad occuparsi da sola dell’azienda di famiglia e dei tre figli. In casa Barabino – come racconta il figlio minore Maurizio nella bella intervista a catalogo raccolta da Ilaria Bonacossa – c’è sempre stato posto per l’arte, anche se inizialmente con una preferenza per le opere figurative moderne di autori come Campigli e Morandi. In seguito, proprio a partire dalla fine degli anni ’60, l’interesse si sposta verso le nuove correnti contemporanee che stavano emergendo proprio in quegli anni, sino a dar vita ad un vero e proprio collezionismo sistematico e consapevole. Un collezionismo che è sì investimento – cauto, come ricorda sempre il figlio – ma anche volontà di vivere l’arte nella propria casa, regalando ai propri figli un ambiente culturalmente stimolante in cui crescere. Le opere selezionate ed acquistate, quando possibile in numero di tre (una per ogni figlio), testimoniano la ricerca costante di un ordine formale e di pensiero che, forse proprio in quel periodo storico così turbolento, Rosetta Barabino sentiva la necessità di portare tra le mura domestiche.

"Andy Warhol sul comò" allestimento Villa Croce foto Ravera/Positano

I lavori esposti a Villa Croce sono una vera e propria testimonianza di questa intenzione di “vivere l’arte”: selezionati dopo numerosi viaggi con il figlio minore Maurizio, durante i quali i due visitano le principali fiere mondiali, studi d’artista e gallerie come quella romana di Gian Enzo Sperone, vero e proprio riferimento per le acquisizioni di questa famiglia, sino ad arrivare a quella parigina di Ileana Sonnabend, conoscendo artisti, contrattando sul prezzo, discutendo anche alle volte. Questa mostra oltre a raccontare la storia di una famiglia e della sua passione per l’arte contemporanea, vissuta come ispirazione quotidiana; narra anche quella di una città, Genova, che tra gli anni ‘60 e ‘70 poteva considerarsi  un vero e proprio centro di scambio culturale e artistico, grazie alla presenza di alcuni collezionisti lungimiranti come i Barabino, ma anche perché sede di gallerie e spazi importanti e innovativi come la celebre La Bertesca, la Polena, la Saman Gallery di Ida Giannelli e il Deposito di Boccadasse.

Le acquisizioni di Rosetta Barabino subiscono un rallentamento sul finire degli anni ’70, sia per il trasferimento del figlio negli Stati Uniti per lavoro, sia per le chiusura di molte di queste realtà cittadine. Dopo il 1982 è proprio il figlio Maurizio, rientrato in Italia, che si interessa maggiormente alla collezione di famiglia anche grazie a nuove gallerie genovesi come Locus Amoenus di Vittorio Dapelo, attraverso la quale segue le ricerche di Ettore Spalletti, e Pinksummer dove fa acquisizioni di artisti come Takashi Murakami, Ceal Floyer e Luca Trevisani.

Andy Warhol sul Comò per l’importanza degli artisti coinvolti e per i suoi contenuti è una mostra che può collocarsi a pieno titolo in quella categoria che oggi solitamente viene definita come “grandi mostre” e sulla quale molte energie e risorse si investono. La mostra, però, al tempo stesso prende le distanze da tale definizione proponendo un percorso che parte dal territorio e dalla sua storia per mettere in luce un’attitudine internazionale del capoluogo genovese che negli anni si è in gran parte persa. Uno spirito che la programmazione di Villa Croce in questo periodo sta cercando di recuperare e sviluppare con grande determinazione, anche se tale lavoro forse non è ancora sufficientemente compreso e valorizzato dal sistema culturale cittadino.

Andy Warhol sul comò
Opere dalla Collezione Rosetta Barabino

2 aprile – 5 luglio 2015

Museo di Arte Contemporanea di Villa Croce
Via J. Ruffini 3,
Genova

Mostra, promossa dal Comune di Genova e da Genova Palazzo Ducale – Fondazione per la Cultura in collaborazione con Civita

Catalogo: Marsilio
con testi di Ilaria Bonacossa, Francesco Bonami e Luca Cerizza

Info: 010 580069 / 585772
museocroce@comune.genova.it
staffmostre@comune.genova.it
www.villacroce.org


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