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Intervista a Riccardo De Marchi di Matteo Galbiati*

Gesti che scrivono buchi, colmi di pieno e vuoto, solchi, traiettorie ed orbite che attraversano, danno rilievo e spessore, ritmano la materia su cui si dispongono: questo riassume l’espressione artistica di Riccardo De Marchi che, con una risoluzione minima del suo fare, ha saputo rinnovare continuamente un’originalità di pensiero e riflessione assolutamente coerenti e definite. La sua mano, mossa da una lucida e limpida idea, incide e “impressiona” tracce che lo sguardo percorre teso tra narrazioni in bilico tra un forte senso di arcaicità primitiva e di innovazione contemporanea e attuale. Lo abbiamo incontrato a Milano, mentre si appresta a preparare la sua prossima personale prevista per il prossimo autunno/inverno da A arte Invernizzi, questo il riassunto della nostra appassionata conversazione…

Riccardo De Marchi, Senza titolo, 2017, plexiglas, acciaio inox a specchio e buchi, cm 50x50x58. Courtesy: E3 Arte Contemporanea, Brescia – ph. Prima Studio, Udine

Come nasce il tuo lavoro? Come hai maturato l’equilibrio del tuo “gesto”?
Nasce agli inizi degli Anni ’80, a Venezia, durante il periodo dell’Accademia, in un clima di ritorno alla pittura, erano gli anni della Transavaguardia; da quest’ultima, che si stava affermando come una vera e propria moda culturale, io cercavo esperienze diverse, che mi permettessero di giungere ad un grado zero della pittura, attraverso un’attività concentrata sulla materia della stessa volta a sottrarla alla figurazione e un lavoro di rarefazione per uscire dalle pregnanti simboliche della tradizione.

Nella tua ricerca diventa prevalente l’idea di una scrittura metaforica: le tue narrazioni come attraversano il senso delle cose e delle loro visioni?
In realtà il mio scrivere non è una qualche forma di traduzione o incarnazione di un senso delle cose o di una loro visione anteriormente acquisita; il mio scrivere è imprimere, tracciare e agire sulle superfici, è l’accadere, sempre di nuovo, dell’essere nelle sue multiformità.

Riccardo De Marchi, Ipazia, 2014, muro e buchi (dettaglio), Casa Cavazzini Museo d’arte Moderna e Contemporanea, Udine – ph. Claudio Marcon, Udine

Quanto il valore del “possibile” apre ad infinite interazioni e interpretazioni?
Il mio è un “alfabeto possibile” come pratica di iterazioni/ripetizioni/riproduzioni da cui si generano per contaminazioni altre interazioni e interpretazioni.

Mi affascina sempre molto, del tuo fare, la tua peculiare commistione tra plasticità scultorea e pittoricità evidente…
La commistione di cui parli come caratteristica essenziale del mio fare si dà proprio come strutturante i percorsi attraversati nella mia ricerca, ove la scrittura stessa è proprio quell’originarietà originante che mi ha permesso di attraversare gli spazi, i luoghi, le materie relazionandomi ad essi in un’unitarietà esperienziale… Io attraverso ogni cosa (come ad esempio a Villa Pisani Bonetti).

Riccardo De Marchi, Senza titolo, 2012-2013, alluminio, polietilene e buchi, cm 100×100. Courtesy A arte Invernizzi, Milano – ph. Prima Studio, Udine

Le tue opere, pur nella logica coerente della loro estetica, mai tradita, si legano a diverse materie (pietra, plexiglass, metallo, …) che sono capaci di conferire diverse sensibilità e quindi, forse, anche differenti letture. Come scegli i materiali, come li leghi alle forme che dai alle tue realizzazioni?
I materiali sono sempre stati molto importanti, e tuttavia nella loro diversità si sono imposti via via lungo il percorso di ricerca intrapreso, offrendomi, pur nella loro specificità, delle risorse, cioè delle aperture “possibilizzanti”, impreviste e imprevedibili che di fatto estendono ed insieme rinsaldano, sempre di nuovo, quell’esperienza che sta all’origine del mio fare.

Pieno e vuoto, presenza e assenza, concretezza ed evanescenza, tutto il tuo fare si muove su apparenti contrasti e contraddizioni…
Sì, vedi il film Le conseguenze dell’amore: nel senso che inevitabilmente il mio fare, in quanto imprimere, tracciare, bucare, sbalzare, riempie svuotando e insieme svuota riempiendo, come nel caso dei trucioli, parte sottratta ai materiali, che prendono forma in opera.

Riccardo De Marchi, La stanza della musica (tracce), 2009, acciaio inox a specchio e buchi, cm 573×565 – Villa Pisani Bonetti, Bagnolo di Lonigo, 2009. Courtesy: A arte Invernizzi, Milano – ph. Bruno Bani, Milano

La tua scrittura, di fatto, penetra la materia: come ti poni rispetto al problema della superficie e della trasparenza, all’attraversamento fugace di un gesto concreto, che lascia sempre una traccia fisica?
L’atto del mio fare insiste la co-originarietà dell’iscrizione nella materia e della materia nell’iscrizione, la loro inscindibilità generante. Nei lavori con il plexiglass, l’invisibile dell’assenza di materia si offre, paradossalmente, come forma visibile, ed è proprio il vuoto ad apparire pieno; la trasparenza si opacizza o si oscura, proprio nel momento in cui io attraverso la sua diafanità.

In alcune tue opere diventa fondamentale anche il valore della riflessione e della luce, quanto contano per te?
Nei lavori su acciaio inox, la superficie specchiante, di nuovo, mi ha reso possibile agire una nuova forma di “dialogo” con gli spazi e le persone, ad esempio, il pavimento di Villa Pisani La stanza della musica (tracce), dove il rifacimento del pavimento in liste di acciaio inox a specchio, bucate, mi ha reso possibile il rovesciamento a terra degli affreschi del soffitto, creando un effetto di “vertigine” per lo spettatore.

Riccardo De Marchi, Testo aperto, 2016, acciaio inox a specchio, rilievo e buchi, cm 280×50. Courtesy: Piero Atchugarry Gallery, Manantiales – ph. Prima Studio, Udine

Quale dialettica cerchi con il luogo e con gli spettatori?
Io scrivo… come detto sopra, spesso gli spettatori e i luoghi si tracciano e s’imprimono nella scrittura dei lavori. Chi guarda un lavoro a specchio viene attraversato dai miei buchi che lo scrivono, così come la sospensione dei buchi nel trasparente plexiglass traccia chi gli si avvicina.

Prossimi tuoi progetti?
In corso a Venezia, durante la Biennale di Architettura, alla galleria Marignana Arte espongo le mie opere in W.W.W. – What Walls Want, collettiva curata da Ilaria Bignotti. Sto lavorando anche al progetto della personale, sempre alla galleria A arte Invernizzi, che si terrà alla fine dell’anno.

*Intervista tratta da Espoarte #101.

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