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Intervista a Raffael Benazzi a cura di Francesca Di Giorgio

Raffael Benazzi (1933, Rapperswil), un artista dalla doppia anima italo-svizzera. Nato vicino a Zurigo, e spostatosi a San Vincenzo tra le colline toscane alle spalle di Livorno. Negli anni ’70 e ’80 la sua arte lo porta ad avere uno studio anche in America (fino al 2001) e ad esporre, nel 1978, al Padiglione svizzero della 34. Biennale di Venezia. Oggi la Fondazione Geiger di Cecina (LI) dedica allo scultore un’ampia retrospettiva a cura di Guido Magnaguagno – in corso fino al prossimo 18 settembre – che mette in luce la storia di una vita e l’eterna ricerca di un artista errante, amante della natura, sensibile osservatore e attento collezionista d’arte con opere che vanno dalle copie di bronzi medievali a Sol le Witt, passando per i grandi maestri del Novecento

Francesca Di Giorgio: Da Rapperswil a Carrara, da San Vincenzo (LI) a San Francisco e New York. Come si traduce, ancora oggi, nel suo lavoro questa ricchezza di cultura e “paesaggio”?
Raffael Benazzi:
Nel 1953 sono arrivato in Italia per lavorare il marmo, logicamente a Carrara. A Marina di Massa ho messo sù la prima casa. Ma la pineta è terribile d’inverno per l’umidità che danneggiava i disegni della mia collezione (Matisse e Chagall) e così ci siamo spostati fino ad Albissola (SV). Ma qui le colline sono troppo ripide e questo non mi permetteva di creare grandi sculture. Poi ci siamo spostati verso sud. San Vincenzo è l’unico posto dove dolci colline arrivano al mare. Lì ho comprato quindici ettari nel ’62. Ho vissuto tutta la vita vicino all’acqua, lago o mare. La natura ha influenzato molto la mia opera: senza di lei non esisto. In America, dove ho vissuto dal 1975 al 2001, la natura vicino a un fiume è uguale alla natura a San Vincenzo, o in Svizzera. Ma se Picasso, Brâncuşi o Arp partivano dalla natura e arrivavano a un simbolo, per astrazione, io sono di un’altra generazione: non ho più bisogno di partire da un referente naturale, perché le impressioni della natura le ho già nel mio cervello. Tutto quello che appartiene alla natura è un miracolo per me. Un giorno ho fatto un uovo con il legno come Brâncuşi e poi in un momento di illuminazione l’ho preso ad accettate e ho fatto dei buchi meravigliosi. Cercavo di essere automatico, di eliminare il cervello e di fare qualcosa di analogo agli action painters, a Bissier o ai Giapponesi, ma in scultura questo è impossibile per una questione di velocità. Ho provato anche l’argilla per essere più veloce, ma nella scultura inesorabilmente entra il cervello. Difatti non esiste una scultura zen.

Nel suo percorso ha declinato il linguaggio scultoreo dal gioiello alle minisculture fino ad una dimensione ambientale. Quest’ultima rappresenta una costante del suo modus operandi… Cosa significa per lei lavorare nel e per il pubblico?
“Nel” pubblico è una cosa ma “per” il pubblico non ho mai fatto niente, sennò sarebbe un compromesso: sarei una puttana e ce ne sono già troppe! Nel pubblico invece l’ho fatto diverse volte, a Norimberga, San Francisco, Biel, per far vedere come nasce una scultura. Siccome non uso modelli vedevano come segno col carboncino il legno e taglio: è una cosa educativa e l’ho fatta volentieri e con molto successo. Anche questa performance è opera d’arte. Per quello che riguarda la dimensione ambientale ho realizzato anche opere pensate per determinati spazi, come per la chiesa di San Nicolao a Giornico (Canton Ticino, n.d.r.), dove ho inserito una forma molto sensuale, scurissima, che ricorda anche un campo su cui è passato l’aratro ed è pronto ad accogliere il seme; la forma emisferica si armonizzava con un grande arco facendo un ovale con al centro la luce bianca di una piccola finestra. La forma della scultura e l’ovale creato con l’arco rimandano alla donna. Ebraismo, Cristianesimo e Islamismo hanno messo in posizione fortemente subordinata la donna. La natura vera è più importante. Ho vissuto e sono stato con gli anarchici ma in fondo rimango un artista mistico.

Ogni ciclo di lavoro è intimamente connesso alla materia e alla sua lavorazione e sembra corrispondere ogni volta ad una nuova esperienza di vita/arte… Come intende questa evoluzione?
La forma è direttamente collegata alla materia, al materiale che lavoro. Non realizzerei mai opere geometriche come le “cassette per l’anima” in alabastro, così come non farei mai in legno le forme sferiche pensate per l’alabastro, che quando si estrae in natura è sotto forma di ovuli e ha di per sé forme sferiche. Mi è capitato di dover tradurre in bronzo forme pensate per il legno ma questo ha richiesto un lavoro enorme sul gesso preparatorio. Parto dall’idea che ho in mente e dal materiale che ho a disposizione. Poi ci sono altre influenze, come ad esempio già nel 1975 la Minimal Art, che ho conosciuto in California grazie a mia moglie Susan (Serpoohi Pilosian, n.d.r.): mi piaceva per la semplicità ma non avrei mai pensato di fare opere sequenziali o di usare i materiali degli americani. La Minimal Art ha allargato il mio modo di pensare.

Tra le sue guide il pittore Julius Bissier e lo sculture, pittore e poeta fondatore del Dadaismo, Hans Arp… senza trascurare il contatto, che le sue opere manifestano, con l’arte d’ascendenza Minimal e Concettuale. Con quali artisti ha avuto modo di collaborare in questi anni? Di chi ammira e condivide particolarmente la ricerca?
Sono un artista piuttosto isolato, anzi isolatissimo, ma questo non mi dispiace. Non ho mai collaborato con nessuno. Ma ci sono molti artisti che ammiro: Richard Long, Chillida, perché le sue sculture abbracciano lo spettatore e lo spazio, come quelle di Richard Serra e poi ancora Brancusi, Seymour Lipton, Robert Müller, per la sua arte in ferro molto sensuale, e logicamente Tinguely anche se la mia arte non ha molto a che fare con la sua.

La mostra in breve:
Benazzi. Sculture

a cura di Guido Magnaguagno
Fondazione Geiger, Sala delle Esposizioni
Corso Matteotti 47, Cecina (LI)
Info: +39 0586 635011
+39 0586 631227
www.fondazionegeiger.org
Orari: tutti i giorni, dal lunedì alla domenica dalle 18.00 alle 23.00
Ingresso libero
9 luglio – 18 settembre 2011

Dall’alto:
N.Y.118 – frassino, 1990, photocredit Valentina Ragozzino
Samba 1995, photocredit Valentina Ragozzino
Panoramica dei primi bronzi realizzati negli anni cinquanta-sessanta
Veduta interna della mostra “Raffael Benazzi. Sculture” alla fondazione Culturale Hermann Geiger
Panoramica delle sculture realizzate negli Stati Uniti e fotografate presso l’abitazione dell’artista a San Vincenzo | Nell’ordine: N.Y. 115 olmo (1989); N.Y. 156 noce nero (1991/96); n 1723 sequoia (1995); N.Y. 164 noce nero (1989-96); N.Y. 163 acero (1988-96); samba (1995), photocredit Valentina Ragozzino

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