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BOLOGNA | MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna | 18 dicembre 2015 – 28 marzo 2016

di MASSIMO MARCHETTI

Il fatto che negli ultimi anni ci siano state diverse mostre dedicate a grandi autori cinematografici, dimostra un’apprezzabile volontà da parte degli specialisti di condividere ciò che la superficie dell’immagine proiettata nasconde, permettendo di fare emergere gli aspetti più materiali di questa forma d’arte – verrebbe da dire la sua fatica fisica – prima che tutto si risolva nella luce. Non solo sequenze dei film, quindi, ma fotografie, copioni, costumi e disegni che dimostrano in modo plastico come il segno di un regista sia il risultato dell’attivazione di una pluralità di compiti e di responsabilità. Considerando la mostra su Fellini del 2010, questa dedicata a Pasolini per i quarant’anni dalla sua morte rappresenta quindi la seconda volta che il MAMbo ospita un progetto della Cineteca di Bologna, una delle realtà più prestigiose a livello mondiale per quanto riguarda lo studio e il restauro del patrimonio in celluloide.

OFFICINA Pasolini, veduta della mostra, MAMbo, Bologna Foto Lorenzo Burlando

OFFICINA Pasolini, veduta della mostra, MAMbo, Bologna Foto Lorenzo Burlando

Dunque Pier Paolo Pasolini (1922-1975), per molti semplicemente PPP, l’intellettuale controcorrente, lo scrittore che, come per paradosso, dal momento della sua morte è sembrato essere sempre più presente nel dibattito culturale e artistico italiano. Come dichiara il titolo della mostra, il modello proposto per interpretare il metodo di Pasolini è quello dell’“officina”, dove naturalmente i riferimenti a Roberto Longhi, suo docente all’Università di Bologna, non sono ovviamente casuali. Ma “officina” è un termine che restituisce anche il ritmo sostenuto che lega il lavoro materiale alla produzione, l’idea che le opere si costruiscono per mezzo di un accumulo di materiali grezzi, e soprattutto il legame con la tradizione medievale e del rinascimento toscano che l’autore ha sempre rivendicato.
La mostra è ben concepita e ricca, a partire dalla sezione introduttiva, dove si illustrano quegli imprescindibili legami di cui si diceva con l’arte figurativa. Com’è noto, per Pasolini si trattò di una vera e propria fonte di ispirazione originata in gran parte dal suo rapporto con il magistero di Roberto Longhi (il suo breve documentario dedicato a Carpaccio è proposto quasi come matrice del cinema pasoliniano che verrà) e che hanno avuto tra gli ultimi esiti, poco prima della morte, la famosa performance Intellettuale realizzata dall’amico artista Fabio Mauri, quando, negli spazi della vecchia GAM di Bologna, sul petto del poeta seduto e immobile, venne proiettato l’intero Vangelo secondo Matteo.

Set del film “Il fiore delle Mille e una notte”, 1974 © Roberto Villa/Cineteca di Bologna

Set del film “Il fiore delle Mille e una notte”, 1974 © Roberto Villa/Cineteca di Bologna

È un lavoro, quest’ultimo, decisamente paradigmatico dell’inscindibilità tra l’opera di Pasolini e il suo corpo, la sua carne. Una volta entrati nella Sala delle ciminiere del museo, sempre estremamente problematica per via della sproporzione tra altezza e larghezza, si ha subito l’impressione che questo allestimento sia uno di quelli meglio riusciti perché, giocando sulla consonanza con il volume di una navata, i curatori hanno trattato le parti alte delle pareti con un registro di proiezioni cinematografiche sul modello degli affreschi di una cattedrale romanica. Il pensiero va subito alla Basilica di Assisi, riferimento rinforzato dalla proiezione di un enorme fermo immagine nella parete frontale dove si staglia il Pasolini-Giotto di un episodio del Decamerone.
Al centro, a popolare vivacemente questo spazio, campeggiano i sorprendenti costumi di Danilo Donati, di cui alcuni conosciuti finora solo dalle immagini in bianco e nero. Questo dell’allestimento, più precisamente del display, non è un dettaglio esornativo, perché restituisce d’impatto anche la “forma” del mondo generato dall’artista, quella di un’arcaicità sacralizzata, feroce e pura allo stesso tempo, collocata fuori dal tempo storico.

OFFICINA Pasolini, veduta della mostra, MAMbo, Bologna Foto Lorenzo Burlando

OFFICINA Pasolini, veduta della mostra, MAMbo, Bologna Foto Lorenzo Burlando

In questa serie ordinata di immagini, documenti e costumi si riassumono i “miti” della poetica pasoliniana, dalla madre alla tragedia classica, dalle borgate romane all’esotico pre-moderno, che visti insieme con un solo sguardo ci immergono in una dimensione dove le ricercate asprezze visive interne alle immagini stesse, scabrosità che altro non sono se non attriti tra pulsioni di vita e di morte, sono risolte in una frontalità ieratica che connota ciò che è assoluto, umile grandiosità misurabile con i sensi che Pasolini sembra quasi conferire di un suo odore peculiare.
La nervatura di questo sistema non può che essere data dal Pasolini polemista radicale e nemico della modernità capitalista. Una sezione è difatti dedicata ai suoi ultracitati commenti sul Corriere della Sera e alla sua emblematica lettura della fine di Marilyn Monroe nella Rabbia, un’altra all’enigmatico Petrolio, romanzo incompiuto che avrebbe dovuto dare alla melmosa storia dell’Italia del dopoguerra qualcosa come un corpo – ancora una volta – in cui potere riconoscerne tutta la mostruosità.
La sezione finale è intitolata ai “gironi”, e il termine scelto dice già molto. Naturalmente vi domina la vicenda di quel film tremendo e intriso di morte che è Salò, ma questa mostra vorrebbe anche mettere in luce quanto l’autore fosse già proiettato oltre quell’inferno verso un successivo progetto, quindi negando il suo valore di testamento spirituale.

Hélène Surgère e Pier Paolo Pasolini durante le riprese di "Salò o le 120 giornate di Sodoma",1975 © Deborah Beer/Cinemazero

Hélène Surgère e Pier Paolo Pasolini durante le riprese di “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, 1975 © Deborah Beer/Cinemazero

Detto questo, la beatificazione pressoché generale che negli ultimi due decenni è stata fatta di Pasolini – si segnalano gli innumerevoli lavori di artisti italiani più o meno giovani a lui dedicati o ispirati – ha prodotto anche il desiderio di veder affrontate le sue contraddizioni sotto una luce un po’ più critica. Certamente non si può imputare a questa mostra di non aver problematizzato ciò che è discutibile del pensiero di Pasolini, ma forse sarebbe ora di entrare nel merito di alcuni aspetti critici. Ad esempio, i famosi scatti di Dino Pedriali opportunamente riordinati in mostra, che ritraggono il poeta nudo e solo nella sua camera da letto, legittimano il sospetto di un’enfasi autocelebratoria di stampo dannunziano, che è quando di più lontano dovrebbe esserci dalle idee di chi lo celebra come il faro intellettuale per eccellenza. Altro tema: una discussione equanime sulla riuscita artistica di Salò, naturalmente al di là di ogni censura moralista, può prescindere da un’analisi della necessità di portare lo spettatore a una distanza dalla rappresentazione del Male così ravvicinata? Ancora: l’equazione tra società arcaica e mondo felice non è un’ingenuità da stigmatizzare? Sono solo alcune delle varie questioni che sarebbe interessante vedere affrontate alla prossima ricorrenza.

P.S. Se si considera la povertà, anzi la miseria imbarazzante dell’allestimento permanente di Cinecittà, offensivo verso ogni appassionato di cinema, viene spontaneo chiedersi se chi dirige quell’istituzione non abbia occhi per vedere e mente per capire che, come minimo, è a una “macchina visiva” come quella in funzione al MAMbo che dovrebbe riferirsi per introdurre il visitatore alla storia del grande cinema italiano. È davvero così difficile?

Officina Pasolini
a cura di Marco Antonio Bazzocchi, Roberto Chiesi, Gian Luca Farinelli
con la collaborazione di Antonio Bigini, Rosaria Gioia
promosso da Fondazione Cineteca di Bologna
in collaborazione con Istituzione Bologna Musei | MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, Università di Bologna – Scuola di Lettere e Beni culturali
nell’ambito di “Più moderno di ogni moderno. Pasolini a Bologna”, promosso dal Comune di Bologna e “Pasolini 1975-2015” del Ministero Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo
con il sostegno di Fondazione del Monte, Gruppo Hera, Gruppo Unipol
con il patrocinio di Regione Emilia-Romagna, Rai Teche, Università di Bologna
progetto illuminazione di Luca Bigazzi 

18 dicembre 2015 – 28 marzo 2016

MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna
via Don Minzoni 14, Bologna 

Orari: martedì, mercoledì e venerdì 12.00-18.00; giovedì, sabato, domenica e festivi 12.00-20.00
Ingresso intero €6.00; ridotto €4.00 (Convenzionati MAMbo, Amici e Sostenitori della Cineteca di Bologna, possessori Carta Più Feltrinelli, Gender Bender Card); intero cumulativo Mostra + Museo €10.00; ridotto cumulativo Mostra + Museo €8.00 

Info: www.cinetecadibologna.it
www.mambo-bologna.org

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