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Italiani all’estero: Linda Carrara

a cura di Silvia Conta

Vermeer ne sapeva qualcosa

Linda Carrara (1984, Bergamo). Vive e lavora tra Gent, Bruxelles e Milano

Dopo un’assidua frequentazione del Belgio durata alcuni anni, Linda Carrara si è iscritta ad un master alla KASK Royal Academy of Fine Art – Conservatorium a Gent, dove vive da un anno.
Ne inde, nec entem, nec gentem. Ovvero considerare reale ciò che è astratto (2015) è un olio di grande formato che porta in sé i germogli della transizione tra la poetica che la Carrara aveva maturato in Italia e quella che sta sviluppando in Belgio, in rapida ed intensa evoluzione. Nel dipinto sono presenti un frammento di un fregio dalle sembianza antiche, alcuni legnetti sparsi sul piano, delle tavolette in posizione orizzontale e due sfere, mentre i colori variano dall’ocra al grigio passando per il verde e il rosso. È soprattutto nel rapporto tra gli elementi più marcatamente geometrici con la superficie su cui poggiano e nel passaggio tra il piano d’appoggio e lo sfondo che già si scorge una nuova tensione, suggerita soprattutto mediante la luce, quella stessa luce che da Gent Linda Carrara così descrive: «La prima volta che sono stata qui, la luce che si diffondeva leggera nella città, era fantastica, mi ha fatto ripensare ed immaginare le opere fiamminghe. È una luce particolare, non quella calda del meridione: è nitida, secca e dolce allo stesso tempo. Ipnotica e di grande respiro. Onnipresente ed onnipotente. Johannes Vermeer ne sapeva qualcosa».

Linda Carrara, Ne inde, nec entem, nec gentem. Ovvero considerare reale ciò che è astratto, pigmenti, medium acrilico e olio su tela di lino, 200 x 3000 cm., 2015, courtesy dell’artista

Intrinsecamente connesso a ciò è il profondo interesse dell’artista per la natura morta, tanto negli esiti pittorici che essa ha avuto nel corso dei secoli, quanto per il suo ruolo e significato nell’ambito della storia dell’arte, osservandone in particolare l’evoluzione nei rapporti tra Italia e Fiandre.
Nella propria poetica la Carrara sta lavorando per portare la natura morta a quello che lei definisce un punto estremo: «Nei lavori nuovi ci sono oggetti che non sono più veramente riconoscibili, ma presenze pure. Mi sto confrontando con la natura morta nell’ambito della pittura e come oggetto di pensiero: ritengo che in passato la natura morta sia nata come dimostrazione dell’abilità e delle qualità dell’artista, il perno del discorso non è quindi l’oggetto rappresentato, che si riduce a pretesto, ma la pittura in sé e l’abilità del pittore nell’eseguire una rappresentazione “iperrealista”. È l’azione pittorica stessa a diventare oggetto della natura morta, come i soggetti sono stati dipinti, il fascino della luce, dell’inganno, dell’illusione che gli elementi dipinti possano essere reali o sembrare tali: l’intento del pittore era quello di scrivere un trattato vero e proprio sulla pittura attraverso il dipingere».
Per l’artista nella pittura contemporanea la natura morta può ancora assumere un significato di scoperta, un ritorno al confronto con l’elemento materiale, concreto, stabile, in opposizione (o in alternativa) alla frenesia, rapidità e labilità che sembrano contraddistinguere la più stretta modernità. Il confrontarsi con la natura morta coincide, quindi, con un ritorno alla realtà, all’essenza di ciò che ci circonda, tornare alle radici, ad una semplicità e profondità disarmanti, ma necessarie.

Queste riflessioni si condensano e incarnano nella serie che segue Ne inde, nec entem, nec gentem.ovvero considerare reale ciò che è astratto, a cui la Carrara sta lavorando. In essa tutti gli elementi si fanno più estremi, evidenti e definitivi, affiorando con grande forza: il formato del quadro ricerca la grande dimensione, in tele di due metri per tre, la definizione di oggetti e superfici è affidata alla danza tra luci e ombre generate da campiture quasi monocromatiche, gli oggetti si fanno presenze geometrizzanti e dalla marcata ascendenza astratta. Per giungere a ciò l’artista ha stabilito un nuovo rapporto con preparazione della tela e del colore, fatto un uso diverso della pennellata che pur non producendo esiti materici si carica di una valenza nuova, più processuale e conoscitiva, anche rispetto alla poetica dell’artista. Le imperfezioni del disegno preparatorio vengono lasciate, sono parte di quel preciso atto creativo, dell’istinto da cui sgorga l’intera produzione in cui è la tela stessa a dettare le modalità di lavoro: una delle cifre stilistiche della Carrara è la semplicità, che a Gent trova una forza vitalizzante, una radicalità che le conferisce un’inedita energia, che si nutre del nuovo ambiente, che ha aiutato l’artista a definire con maggior lucidità la propria rotta e a trovare il coraggio di percorrerla. Qui la Carrara ha, infatti, anche maturato una maggior consapevolezza del fare pittorico che le permette di instaurare un rapporto maggiormente dinamico con il processo pittorico: le imprecisioni non vengono più cancellate e corrette, la logica prospettica è abolita, lo spazio che accoglie la rappresentazione si fa puramente mentale, il riferimento visivo non si colloca più nella realtà, ma nel suo ricordo, la tonalità del colore ingloba una componente di casualità dettata dalla produzione in autonomia, ed è proprio questa casualità che la Carrara accetta e con la quale lavora in sinergia, senza rinunciare al ruolo del pittore, ma riconsegnando il quadro alla pittura attraverso la natura morta, abolendo – solo apparentemente – il passaggio che faceva della natura morta una sfida d’abilità e riportando in essa una densa componente di significato, attraverso quella che lei definisce “quasi una rappresentazione figurativa dell’astrazione”.

www.lindacarrara.com

Appuntamento con Postcards to Italy #9 a luglio con Arianna Carossa

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