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IINTERVISTA A PIETRO GERANZANI DI IGOR ZANTI

Il primo termine che viene in mente per definire Pietro Geranzani (Londra, 1964) è inconsueto. Geranzani è, infatti, una personalità artistica complessa che, forte di una cultura raffinatissima e ricercata, trascende i modi e le mode del contemporaneo per giungere ad una sintesi pittorica e stilistica atemporale.
Sfugge abilmente a qualsiasi tentativo di riduzione critica, elaborando un linguaggio che proprio per la sua intrinseca atemporalità rimane sulla scia di una costante e mai banale contemporaneità.
Il ritorno sulla ribalta artistica italiana è segnato dall’incontro con Richard Elliott, gallerista inglese, che, a giugno di quest’anno, ha inaugurato uno spazio espositivo in Laguna con un taglio fortemente internazionale (Workshop Arte Contemporanea, Venezia ndr). E proprio in questa dimensione e con questa attitudine da apolide o da cittadino del mondo che Pietro Geranzani, nella mostra The Elephant Men, ci fornisce un saggio antologico della sua ricercata e sfuggente pittura.

Igor Zanti: Ritorni ad esporre in Italia dopo l’esperienza della Biennale di Venezia e dopo un periodo di relativo silenzio. Cosa è accaduto in questi anni e cosa’è cambiato nella tua pittura, se qualcosa è cambiato?
Pietro Geranzani:
Il cambiamento è salutare nell’arte. A me sembra di dipingere continuamente lo stesso quadro, ma poi, guardando indietro, riconosco i momenti salienti della mia storia personale che si cristallizzano nella pittura e segnano una specie di diario.
Lo slittamento dal naturalismo verso immagini meno definite è diventato ormai una costante nel mio modo di procedere. Trovo anzi stimolante provare ad abbattere le barriere stilistiche e dipingere liberamente i soggetti che alimentano la mia fantasia, di qualsiasi natura essi siano.

Sei un artista inconsueto e a tratti destabilizzante. Per quanto si tenti di inquadrarti all’interno di riferimenti che possono andare da Goya per giungere fino a Bacon, non si riesce mai appieno a fornire una visione complessiva del tuo lavoro. Ci vuoi fornire qualche chiave di lettura del tuo modo di dipingere?
Quando guardo un’opera d’arte che mi appare nuova ho sempre la speranza che essa mi possa donare quell’eccitazione e quell’incanto che avevo nei miei primi approcci. Inevitabilmente, però, prende il sopravvento quel modo di guardare deformante – o formante forse – e analitico che tanto bene fa alla mente.
La ricerca dei riferimenti, l’attenzione agli aspetti più intellettuali di un’opera ridisegnano i miei percorsi visivi verso rive più vicine ai preconcetti.
La pittura, in qualità di linguaggio convenzionale non parla però con un alfabeto comune per tutti. I popoli del mondo ne alterano i postulati ciascuno in merito alle proprie caratteristiche precipue. Questo mi affascina e per questo dipingo guardando in maniera trasversale le immagini di qualsiasi mondo ed epoca che mi sia capitato di incontrare. Gli elementi formali della pittura si mescolano per me in un groviglio fertile di possibilità.
È complesso dipanare poi, per chi guarda, certe simbologie, arbitrarie e affatto personali, che a furia di innesti, spesso, sono risultanza di incroci occasionali ed emotivi. Questo mio procedere, apparentemente senza direzioni, mi spinge però, inconsapevolmente, verso un accumulo dove più marcati degli altri sono i richiami ai miei gusti e alla mia formazione. Palesi quindi, superficiali, diventano alcuni riferimenti che di volta in volta l’osservatore coglie: dalla luce barocca alla forma giapponese, dal naturalismo al teatro. L’incanto fa strada così anche per lui alla ricerca forzata di una chiave di lettura anche se questo non è il mio intento.

Chi sono gli Elephant Men del titolo della tua mostra?
L’Elephant Man nella storia è Joseph Merrick. Un individuo deforme dotato di uno strano fascino conturbante, morbosamente attraente. In molti lo hanno raccontato. È stato esposto per anni come un animale da circo per la sua deformità. Ho dipinto ciò che ha nella testa il Joseph Merrick, che è nella mia testa. Ciò che ho visto quando il mio Joseph Merrick si è guardato allo specchio. Ora porto tutto questo in giro come Tom Norman ha fatto con l’Uomo Elefante. Percorro di continuo la parte recondita dei miei sentimenti e trovo tanti uomini elefante che vi si aggirano. Non sono tanto diversi da me, o da voi.

In mostra ci saranno sia dipinti “storici” che opere più recenti, una sorta di antologica, come mai hai sentito il desiderio di impostare così la mostra? È questa scelta segno di un punto di arrivo di un percorso o di partenza per nuove strade?
Lavoro molto lentamente e mai in serie. La raccolta di quadri da esporre si è sedimentata negli ultimi anni e mi sono accorto di come alcuni di quelli dipinti più lontano nel tempo raccontassero anch’essi, in qualche misura, di quegli uomini elefante di cui abbiamo parlato prima.
Non riesco a fare distinzione fra i vari momenti creativi. L’atto del dipingere è un flusso continuo e in evoluzione del mio pensiero e della mia vicenda di artista. Spesso rimetto sul cavalletto quadri iniziati anni prima. Poi arriva l’occasione di fare una mostra e, come in questo caso, con il brillante contributo di Richard Elliott, che è un gallerista di grande entusiasmo e talento, sono riuscito a rendere organico un lavoro parecchio dilatato nel tempo.

Pietro Geranzani. The Elephant Men
Workshop Arte Contemporanea
Dorsoduro 2793/A, Venezia
Info: +39 041 0990156

www.workshopvenice.com

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