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9 artisti, 9 curatori, 9 stanze, 9 project room, 9 personali

INTERVISTA DI ELENA BALDELLI


Il numero 9 riecheggia tra i muri dello Sponge Living Space a Pergola.
9 sono gli artisti, i curatori, le stanze ad essere state coinvolte nel progetto
Perfect Number che si svilupperà, dal 29 luglio, nei meandri di Casa Sponge, dimora di scambi ed incontri, totalmente a disposizione delle 9 coppie di artisti-curatori, senza tralasciare nessun particolare del suo personale focolare: dallo stanzino al bagno, dalla camera da letto alla sala da pranzo. Gli interventi sono personalissimi e stranianti, perché cosa più di quattro pareti di una stanza riesce a diventare contenitore di momenti “immersivi”. Abbiamo voluto presentare Perfect Number attraverso la voce dei 9 curatori che ci hanno raccontato il risultato dell’esperienza progettata e vissuta insieme all’artista sviluppando, racconto dopo racconto, un’ideale visita guidata tra le stanze di Casa Sponge…

Elena Baldelli: Il progetto Perfect Number si articola attorno a diverse dialettiche che coinvolgono, in primis, artista e curatore in un “rapporto a due”, per poi aprirsi verso lo spazio (una stanza) e il pubblico. Partirei con l’artista a te affiancato… Come vi siete relazionati e come avete deciso di “coinvolgere” o “sconvolgere” la stanza messa a vostra disposizione?
Francesco Benedetti:
Ho conosciuto Ljudmilla Socci ad Ancona durante una delle mie frugali frequentazioni della città, un breve scambio d’impressioni che, come spesso accade nei giorni successivi, ha ripreso forma con i contorni discontinui del web, dove il “piacere” cede spesso il passo al “mi piace”. Da questa finestra ho conosciuto il suo progetto condiviso con Marta Magagnini e da qui potrò continuare a seguirlo nei suoi sviluppi che mi aspetto inattesi e incontrollabili. La nostra stanza più che una stanza è quindi questa finestra attraverso la quale potremo scrutare il palcoscenico virtuale di Facebook, dove sarà inscenato, per l’occasione, l’Amleto shakespeariano. Il web 2.0, il nostro abituale teatro di rappresentazione identitaria, sarà trasformato da questa operazione in un vero e proprio palcoscenico teatrale. La nostra vita elettrica, in continua tensione fra affermazione di ciò che siamo e “messa in scena” di ciò che aspireremmo diventare, è trasformata in teatro di sperimentazione. Un gioco sottile e ironico altrimenti tragicamente travolgente. Un’attività che coinvolge molti strati, da quelli più epidermici ai più profondi, tracciando storie con traiettorie intercettabili e ripercorribili, percorsi di senso scanditi da post e live message sulla bacheca di Hamlet Principe Di Danimarca [www.facebook.com/Hamlet2.0]. Una stanza è vuota per dare spazio alle nostre relazioni e una finestra aperta per scoprire i nuovi linguaggi delle emozioni.

Claudio Composti: Insieme ad Alessandro Giampaoli abbiamo deciso, dopo un confronto anche con Giovanni Gaggia, di esporre alcune opere della serie DEIWO, l’ultimo lavoro di Giampaoli sulla “luce divina” e la relazione che i suoi personaggi ritratti vivono con essa, come dei contemporanei “Saulo”, abbagliati e immersi in un’epifania che nell’Arte, da sempre, si identifica con una forte luce che illumina coloro che, sul loro cammino, come San Paolo appunto, hanno avuto il dono di un incontro con una entità superiore, che noi chiamiamo Dio… del resto, il 9 è un numero divino e ricco di simbologie mistiche… La Stanza assegnataci sarà “sconvolta” dalla semplice verità e forza delle opere, che “illumineranno” con il bianco assoluto chi entrerà nella stanza, attratto, al contrario, come da un buco nero.

Daniele De Angelis:
Con il lavoro di Claudia mi sono subito trovato in sintonia. Sono bastate una telefonata e un paio di mail per decidere come impostare l’allestimento. L’opera di Claudia è immediata, candida e complessa allo stesso tempo, veicolando riflessioni profonde sul relazionarsi, sul donarsi e sulla circolarità del tempo e dello spazio. La stanza assegnataci è difficile da gestire, essendo il bagno; abbiamo quindi deciso di muoverci, da una parte, sul contrasto e, dall’altra, sulle dimensioni raccolte sia della stanza che dell’opera, in modo tale da amplificare la leggerezza di quest’ultima con l’obiettivo di rendere lieve anche il luogo.

Francesco Paolo Del Re:
Basta ascoltare per sentire il rumore: una mostra è come una frana o una piccola valanga che precipita contro lo spettatore nello spazio di interazione o nell’azione condivisa tra un artista e un curatore. Identica l’accelerazione di particelle, granuli, detriti, frammenti di vissuto, in accozzaglia casuale e tradimento di destino, discorsi, riflessioni, contraddizioni, dissonanze, risate, tensioni, respiri, piatti da osteria, citazioni a sproposito, forzature di senso, calembour, elettricità, pollini, mesmerismo, allergie, fumo e arrocchi. Identica e inesorabile l’urgenza della caduta, la danza della gravità, l’aggrumarsi di un risultato incalcolabile. Proprio oltre la china franosa su cui curatore e artista si prendono a spintoni, si decide (o si subisce) l’atto necessario di prendere la parola, di rendere visibile (giocando spesso con quanto non è visibile, non è spiegabile o articolabile in discorso) una porzione del nostro magma di materia terrea o gassosa, organica o inanimata, che si offre così alla lettura del visitatore in forme di enunciato estetico per la grazia di un processo di fruizione. Così avviene nel percorso di ricerca che mi vede affiancare e osservare, da un punto di vista di straniante e sfacciata intimità, il lavoro di Zaelia Bishop. L’installazione che presentiamo a Sponge Living Space nell’ambito di Perfect Number è parte di un più ampio flusso di condivisioni osmotiche, di ossimoriche infatuazioni e caustiche ibridazioni. Artista e curatore condividono impertinenze e pertinacia, coltivando piccoli giardini insurrezionali di ossessioni che non baratterebbero per nulla al mondo ma che inevitabilmente fra loro si contaminano, ramificando le une nelle altre. A partire da queste infiltrazioni senza direzione, nello spazio domestico di Pergola il nostro tentativo è di acclimatare una legione di demoni, immaginando, ancora una volta, per il dispositivo artistico la possibilità di farsi porta, soglia famelica per accedere all’esperienza di un mistero, di un tradimento, di un’insubordinazione, di una qualche impura e imperfetta sacralità. Ci siamo sfidati a scompaginare un santuario in uno sgabuzzino, ad arrugginire un divieto a forza di fantasmagoria, devozione, fandonie, ammutinamenti e barbarismi. Con la convinzione che sarebbe stato più suadente e vorticoso mostrare quello che ci pompava tra meningi e viscere, dei talismani che avrebbero stipato la nostra valigia… Abbiamo progettato lo spazio di un gioco e lo abbiamo disatteso con impertinenza.
Vorremmo pensare di aver invitato anche il pubblico ad arrancare sullo stesso scomodo calanco scosceso sul quale noi sorseggiamo un “cordiale”. Vorremmo che quanti affollano un vernissage smettessero di guardare i quadri come si scorrono le colonne di nomi e numeri in un polveroso elenco telefonico. Libero dalla necessità di uno scopo, dalla tagliola dell’utile, dalla salamoia del precotto, vorremmo il pubblico appeso a testa in giù sul patibolo della convenzionalità o festosamente sciolto, liquido, come un dito intorno al touch screen di uno smartphone. Con l’augurio che non solo il palmare sia smart, noi a cena apparecchiamo per i nostri commensali scomodità, chimere e dissuasione.

Cristina Petrelli: Il rapporto con Alessandra Baldoni, oltre ad essere professionale, è soprattutto una sincera e profonda amicizia. Lo spazio assegnato ha trovato entrambe impreparate, tanto che si pensava di presentare un altro progetto. Proprio in relazione all’ambiente, uno stretto corridoio, abbiamo modificato la nostra intenzione, decidendo di esporre un lavoro dalla natura mutevole che Alessandra sta portando avanti da diversi anni. Ti rubo gli occhi, questo il titolo, esalta la qualità di zona di passaggio dello spazio con il quale si relaziona e a sua volta acquista la forza di una presenza che non è possibile ignorare. Un’opera intima e universale insieme che nutre e si nutre delle persone che la avvicineranno.

Corrado Premuda: con Andrea Guerzoni ho collaborato di recente, a volte su un progetto nato da un’idea comune, altre volte il lavoro di Guerzoni ha aderito alla mia attività di scrittore, altre volte ancora ho messo le mie parole al servizio delle sue opere per una serie di testi critici di stampo più tradizionale. In questo caso i personaggi dei disegni dell’artista mi hanno ispirato un breve racconto che gioca con il lato narrativo delle sue opere e che vuole accompagnare il pubblico all’interno di questa stanza, una stanza che sintetizza un più vasto universo visionario e poetico, simbolico e allusivo. Un luogo di passaggio in cui si propone una pausa per assaporare l’aroma di una manciata di immagini come in un coffee break.

Davide Quadrio: Nel caso del mio rapporto con l’opera dei Ruangrupa collettivo di Jakarta, l’idea era quella di proporre un progetto video che rivelasse le “provincie”, le zone fuori dal main stream artistico tradizionale con un lavoro potente e urbano che portasse la vitalità di altri luoghi, in questo caso l’Indonesia, nel cuore del Rinascimento italiano. Sono affascinato dall’idea di unire un luogo privato,una casa come quella di Sponge e un collettivo super attivo come i Ruanrupa in una specie di laboratorio della nuova identità globale. Mi sembrava che questo accostamento fosse potente e semplicemente necessario.


Roberta Ridolfi:
Considerando lo spazio di Casa Sponge come luogo di incontri e crocevia di percorsi emotivi ed estetici che si relazionano costantemente tra loro, abbiamo pensato all’ingresso – sala da pranzo come luogo deputato all’accoglienza. Io e Laura Baldini abbiamo ritenuto interessante offrire alla visione tutto un mondo onirico e surreale capace di dare una sorta di benvenuto a chi, proviene dall’esterno, dal mondo reale… Le figure elaborate da Laura abbracciano mondi fantastici che lasciano aperte le porte dell’interpretazione personale. I pezzi esposti creano un paradosso poiché affrontano tematiche apparentemente incomprensibili, ma che inevitabilmente ci legano ancor più alla vita reale. Il fatto di trovarsele di fronte, venendo dall’esterno, crea una sorta di linea di confine da oltrepassare, un tabù da infrangere, una libertà da ritrovare. Le figure create da Laura non possono essere definite banalmente “mostri”, ma piuttosto figure antropomorfe esagerate… nelle proporzioni, nelle posture e nelle espressioni che assumono con fredda “innaturalezza”. L’aspetto interessante di questa scelta espositiva è l’aver tentato di creare un dialogo subliminale e metapsicologico tra opere, ambiente e visitatore.


Viviana Siviero: Le dinamiche che Sponge Living Space riesce a generare sono eccezionali: le persone vi si incontrano e poi si rimescolano riaccendendo ogni volta quella scintilla emozionale che sta alla base delle più autentiche forme creative. Quando mi parlarono di Perfect Number pensai immediatamente ad Alessandra Baldoni e Serena Piccinini; dato che il nome della Baldoni era già stato fatto da Cristina Petrelli, abbiamo pensato di condividerne la curatela, affiancandomi singolarmente la Piccinini. Con Cristina Petrelli e con l’artista, abbiamo deciso di presentare un’installazione poetica, raffinata ed impossibile da ignorare, per il suo carattere intellettualmente interattivo, che il visitatore sarà fisicamente costretto ad attraversare, mettendo in allerta molteplici sensi, guidato dalla curiosità. Per quanto riguarda Serena Piccinini – la cui poetica sgorga da fantasie capaci di gettare teneramente lo spettatore in pasto alla favola – abbiamo pensato ad un’installazione inedita, costituita da un banco di meduse, realizzate all’uncinetto con filo da pesca, che saranno sospese in volo nella stanza blu. Gli spettatori saranno avvolti da un cielo oceanico, invitati ad osservare lo “sciame” da molteplici punti di vista: eretti sulla soglia, accoccolati in un angolo protettivo e buio oppure sdraiati sulla superficie del letto. A completamento dell’intervento installativo sarà un momento performativo: l’opera non si adattava ad un normale testo critico, perciò ho deciso di scrivere una favola contemporanea che abbia come protagonisti i trasparenti celenterati, che sarà letta ed interpretata durante l’inaugurazione dalla bravissima Debora Ricciardi.
Ho un rapporto profondissimo di stima e di empatia sensoriale sia con Alessandra Baldoni, sia con serena Piccinini, artiste che seguo da diversi anni e che stimo immensamente: ogni volta che mi presentano un lavoro nuovo rinnovano in me l’emozione e l’amore per l’arte contemporanea, ricordandomene il vero significato.

Il progetto in breve:
PERFECT NUMBER

9 artisti, 9 curatori, 9 stanze, 9 project room, 9 personali

Sponge ArteContemporanea
Sponge Living Space, via Mezzanotte 84, Pergola (PU)
Info: +39 339 4918011, +39 339 6218128
pressoffice@spongeartecontemporanea.net
www.spongeartecontemporanea.net
Inaugurazione venerdì 29 luglio, ore 15.30
29 luglio – 4 settembre 2011

Artisti:Laura Baldini, Alessandra Baldoni, Zaelia Bishop, Claudia Gambadoro, Alessandro Giampaoli, Andrea Guerzoni, Serena Piccinini, Ruangrupa, Ljudmilla Socci

A cura di: Francesco Benedetti, Claudio Composti, Daniele De Angelis, Francesco Paolo Del Re, Cristina Petrelli, Corrado Premuda, Davide Quadrio, Roberta Ridolfi, Viviana Siviero

Dall’alto:
Ruangrupa (Ari Satria Darma), “Iqra”, 2005, video
Andrea Guerzoni, “Infanzia n2”, 2011, inchiostro e caffè su carta
Alessandro Giampaoli, “DEIWO XIX”, fotografia

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