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MILANO | Fondazione Carriero | 24 marzo – 24 giugno 2017

di ROBERTO LACARBONARA

Creare una civiltà era l’utopia di Pino Pascali. Non “produrre” oggetti – dotati di un valore d’uso e di scambio – bensì cose (causae), corpi, azioni e storie in grado di entrare in profonda relazione con un sapere declinandolo in una forma. Arrivare, pertanto, all’esigenza primaria del gesto artistico che non conosce la servibilità degli oggetti ma che, al contrario, esalta la libertà del gioco.
Nel saggio-bibbia dell’antropologia moderna “I giochi e gli uomini. La maschera e la vertigine” (1958), Roger Caillois rintracciava le coordinate essenziali del gioco, tanto nella ritualità tribale quanto nell’affezione infantile ed in quella artistica. Libero, improduttivo, regolato ma fittizio, lo definiva. Ed è esattamente da questa prospettiva che il grande esponente dell’Arte Povera e di una Pop Art profondamente mediterranea creava, volgendo lo sguardo a mezzogiorno, là dove la civiltà origina e dove talvolta sembra intrattenersi, come nel totemismo, nel rito e nella maschera africana.

Pascali Sciamano, veduta del'installazione, Fondazione Carriero, Ph. Agostino Osio

Pascali Sciamano, veduta del’installazione, Fondazione Carriero. Foto: Agostino Osio

La Fondazione Carriero propone una brillante genealogia dell’immaginario pascaliano: PASCALI SCIAMANO, a cura di Francesco Stocchi, diventa in questo modo la configurazione fossile della sua fantasia, mentre stanza dopo stanza lo sguardo intreccia opere dell’artista e manufatti di provenienza primitiva ed etnografica, evitandone il confronto diretto e formale, moltiplicandone quello evocativo. Sta proprio in questa distanza la ragione della mostra e la sua generosa ricognizione retrospettiva; essa ricostruisce uno “spazio insostanziale”, direbbe Lévi Strauss, una zona di passaggio tra idealità e forma, tra sapere e invenzione: da un lato la civiltà, dall’altro i suoi reperti.
Pino Pascali realizzava “finte sculture”, corpi leggerissimi fatti di una tela adagiata sulle centine curvate, eppure simili a grandi blocchi di pietra calcarea, quasi-ruderi, capaci di dissimulare i corpi di animali e i loro habitat. Cigni, serpenti e pellicani tra i bambù, oppure bachi da setola fatti di scovoli domestici tra liane in lana di ferro. Tante volte anche gli elementi primari della natura avevano dominato le sue mostre: la terra, l’acqua, la paglia. Il viaggio dello sciamano nel mondo degli spiriti diventava per Pascali un rito della terra, convocando a sé l’anima, la memoria e il sentimento delle cose.

Veduta della mostra Ph. Agostino Osio

Veduta della mostra. Foto: Agostino Osio

L’unità di misura dell’opera non era quasi mai lo spazio contenuto di una sala museale, bensì la scena di una danza, l’aia meridionale della raccolta delle messi, o più semplicemente un “campo”. «Un campo coltivato a montagnole, un campo arato, un campo incolto, un campo spaccato dal sole, un campo inumidito dall’acqua piovana…» si legge in uno degli appunti esposti in mostra. Tutte tracce di un pensiero ecologico ed economico, alla radice dei termini, beninteso, nello spazio selvaggio che l’artista attraversa, esplora, organizza e sacralizza.
Dalla Pelle conciata che apre la mostra alle sale successive, tra le istallazioni caotiche ed immersive poeticamente aderenti alla drammatizzazione e allo spirito pascaliani, si aprono veri e propri scorci su idoli, maschere e attrezzi di origine etiope, nigeriana, malese o tanzanese.

Pino Pascali Senza titolo (Cavalletto), 1968 Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma Ph. Agostino Osio

Pino Pascali
Senza titolo (Cavalletto), 1968
Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma
Foto: Agostino Osio

In molti casi le maschere appartengono al XX secolo, non diversamente dalla produzione dell’artista pugliese, eppure la loro presenza raduna tradizioni millenarie ed esotismi lontanissimi. È un comune tentativo di fuggire la “cosalità” vuota del mondo per “ricostruire la natura” e recuperare un rapporto autentico con la realtà. Il riferimento è ancora una volta esplicito nelle parole dell’artista (nella celebre conversazione con Carla Lonzi, 1967): «l’uomo primitivo, l’uomo che cammina nudo, s’accorge che il sole si leva a destra d’una certa montagna e che tramonta a sinistra di un dato albero […] Quando quest’uomo ha bisogno di bere, crea con le sue mani una forma». Sostiene Pascali.

 

PASCALI SCIAMANO
a cura di Francesco Stocchi

24 marzo – 24 giugno 2017

Fondazione Carriero
via Cino del Duca 4, Milano

Orario: aperto tutti i giorni su appuntamento
Sabato accesso libero dalle 11:00 alle 18:00
Domenica chiuso

Info: +39 02 36747039
info@fondazionecarriero.org
http://fondazionecarriero.org

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