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È uno dei giovani artisti italiani più interessanti del panorama contemporaneo, conosciutissimo nel panorama internazionale. Un artista che «racconta il mondo al mondo», come lui stesso afferma, protagonista, proprio grazie all’intelligenza sociale dei suoi progetti artistici, della prima partecipazione nazionale delle Isole Comore all’ultima Biennale di Venezia. È Paolo W. Tamburella, che presenta la sua prima personale italiana, in corso presso la Byblos Art Gallery di Verona, che – concepita specificamente per gli spazi della galleria – riunisce il suo lavoro dal 2006 al 2010, a partire dalla serie footballs, un arazzo realizzato con un gran numero di palloni bucati, recuperati durante un viaggio in camion attraverso l’India (dove lo sport nazionale è il cricket) attraversando 7 stati per un totale di 4000 km, per procedere poi con integrazioni che arricchiscono il lavoro di nuove tappe e nuove riflessioni. Si tratta, ad oggi, del più grande censimento di palloni da calcio mai realizzato in India e il suo valore va ben oltre il dato estetico perché per recuperare ognuno dei palloni, l’artista si è calato in mezzo alla gente, coinvolgendola, fra sorrisi, facce, identità e storie, che sono rimaste intrise in ogni pallone e quindi cucite le une alle altre per realizzare una sorta di carta poetica della cultura indiana restituita in maniera magica, utile ed intelligente dagli occhi dell’artista.

Viviana Siviero: Paolo W. Tamburella, presenti la tua prima personale presso la Byblos Art Gallery di Verona: come sei “approdato” allo spazio e cosa ti ha riservato l’inaugurazione appena avvenuta?
Paolo W. Tamburella: È stata la curatrice della mostra, Mirta D’Argenzio, a mettermi in contatto con la galleria per un progetto di personale. L’opening della mostra è stato molto positivo, con una grande affluenza e un’ottima risposta al lavoro presentato.

In mostra la serie completa dei palloni da calcio, l’ennesimo paradosso dei paesi globalizzati… Il progetto è noto, ma ci puoi ugualmente raccontare la mostra?
Il progetto dei palloni è iniziato nel 2006 con un grande arazzo, realizzato cucendo insieme palloni da calcio bucati, raccolti in un viaggio attraverso l’India e presentato nella mostra Inscriptions presso la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Guarene, nel 2007.
 A Verona, oltre a questo lavoro, ho portato altri palloni provenienti dalle Isole Comore, dal Bangladesh e da Roma, oltre a una serie nuova, realizzata ricamando l’interno dei palloni da calcio nuovi che si trovano in commercio, allo scopo di rilevare l’elemento umano che si cela dietro la produzione degli oggetti.

I tuoi progetti sono stati definiti concettuali ed ambientali. Ci specifichi in che senso preciso e come ti auto-inquadri nel panorama artistico internazionale, ormai pieno zeppo di tutto e del suo contrario?
Quello che mi interessa di più come artista è presentare il mondo al mondo. Boetti diceva «Mettere al Mondo il Mondo»; per me è importante connettere, sottolineando il valore degli altri, tradizioni e paradossi del mondo globalizzato, che sembra collegare ogni cosa, ma anche amplificare le distanze, omologando tutto in un mare di immagini e notizie veloci e superficiali. Mi inserisco in un contesto iniziato da artisti come Alighiero Boetti appunto, ma anche Joseph Beuys e portato avanti da altri della mia generazione come Michael Rakowitz e Emily Jacir o di quella precedente come Alfredo Jaar.

Sei stato più volte definito un artista con la valigia: oltre ad aver lasciato l’Italia giovanissimo alla volta di Londra e New York, i tuoi progetti sono spesso legati al…“mondo”. Il 2009 ti ha visto protagonista di uno dei padiglioni più interessanti dell’ultima Biennale di Venezia, quello delle Isole Comore, luogo che – prima di saltare alle cronache per il disastro aereo dello scorso anno – i più ignoravano geograficamente. Conosciamo i contenuti del progetto ma non sappiamo come è nata l’idea e come si è inizialmente sviluppata, ce lo puoi raccontare?
Il progetto Djahazi è nato dopo che ho scoperto che nel 2006 il presidente delle Comore aveva proibito l’utilizzo della barca tradizionale comoriana chiamata appunto Djahazi. Per scoprire cosa fosse successo alle barche e ai lavoratori del porto che le utilizzavano sono partito per le Comore. Da questo viaggio, lavorando insieme ai portuali della capitale Moroni, è nata la prima partecipazione delle Comore e il progetto di portare insieme ai portuali una Djahazi a Venezia.

Ho un paio di curiosità: qual è stata la tua prima opera in assoluto legata al concetto di critica della globalizzazione e quale l’opera d’arte della tua vita a cui, per qualche motivo, sei affettivamente più legato?

La prima opera credo sia Monte Basura, una performance che ho realizzato nel 2006 a NY coinvolgendo i lavoratori illegali latini che hanno sfilato per Broadway portando in processione una montagna di sacchi della spazzatura.
Il lavoro a cui sono più legato è (per ora) Djahazi, la barca comoriana con sopra il container che ho portato a Venezia.

Progetti per il futuro? A cosa stai lavorando? Puoi anticiparci qualcosa sia a livello di produzione che di appuntamenti?

Il prossimo mese sono stato invitato per un “artist in residence” al Centro d’Arte Contemporanea Model Niland di Sligo in Irlanda, il 16 giugno parteciperò a una mostra a Dublino curata da Aoife Tunney. Durante l’estate dovrei riprendere un progetto iniziato nel 2006 che connetterà New Orleans e New York e sto sviluppando una collaborazione con il Caffè Florian di Venezia. Per quanto riguarda i livelli di produzione sto lavorando su varie cose, quello che mi sta più a cuore ora è realizzare un’installazione sulle lingue del mondo e definire il futuro della Djahazi.

La mostra in breve:
Paolo W. Tamburella
a cura di Mirta D’Argenzio
Byblos Art Gallery
Corso Cavour 25/27, Verona
Info: +39 045 8030985
Fino al 26 giugno 2010

In alto da sinistra:
24 Days, 2008, pallone da calcio ricamato, cm 73×58, cm 115x98x20 (con cornice)
Official#2, 2009, palloni da calcio cuciti, cm 94×159, cm 140x200x20 (con cornice)

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