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Intervista al direttore artistico NICOLA RICCIARDI di Elena Inchingolo*

Costruite tra il 1885 e il 1895, e adibite fino ai primi anni ‘90 alla manutenzione dei veicoli ferroviari, le OGR-Officine Grandi Riparazioni sono un insieme di grandiosi edifici a forma di H di oltre 20.000 metri quadrati di superficie e 16 metri di altezza. Si tratta di uno dei più imponenti esempi di architettura industriale ottocentesca torinese, già sede nel 2011 di tre importanti mostre per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Nel 2013, in seguito all’acquisto da parte della Fondazione CRT, l’intera area è stata chiusa al pubblico perché potessero avere inizio i lavori di riqualificazione. Il 30 settembre 2017 le OGR hanno riaperto al pubblico con un vero e proprio “Big Bang”, un programma “esplosivo” ricco di eventi musicali, performativi e di arti visive. Abbiamo incontrato il direttore artistico Nicola Ricciardi, ambizioso curatore emergente, classe 1985, e tanta voglia di sfidare il futuro.

Nicola Ricciardi. Foto: Daniele Ratti

Nicola Ricciardi. Foto: Daniele Ratti

Nel 2016, a soli 31 anni, è stato scelto come direttore artistico di uno degli spazi iconici della storia industriale di Torino. Qual è il percorso che l’ha portata fin qui e come sta vivendo questo importante incarico?
In effetti è stata per me una grande sorpresa sapere di essere stato selezionato dalla Fondazione CRT a guida di questa grande sfida. Sono in carica da poco più di un anno e, guardando a ritroso al mio percorso formativo e professionale, posso affermare di non aver avuto un excursus regolare. Mi sono laureato in Lettere Moderne ed ho sempre avuto la passione per la scrittura. In realtà, inizialmente mi sono avvicinato al mondo dell’arte contemporanea proprio a partire dall’esercizio della recensione su riviste di settore come Mousse, Frieze, Brooklyn Rail. Questo è stato per me l’“entry point” per accedere al contemporaneo. Se guardo ai primi progetti del 2009-2010 mi rendo conto che erano pensati con tanta passione e poca consapevolezza, frutto della pratica del “fai-da-te”, anche in collaborazione con artisti italiani, che hanno creduto in me e con cui ancora oggi mi trovo a collaborare, come per esempio Patrick Tuttofuoco. Nel 2012 capii che era il momento di ampliare la mia base di conoscenze tecniche da unire all’innata voglia di fare, così mi trasferii a Berlino dove ebbi la possibilità di lavorare ad un progetto nell’ambito della Biennale della città e, nel 2012, decisi di compilare l’application per le quattro scuole per studi curatoriali più riconosciute in quel momento ovvero il Bard College di New York, la Royal Academy of Arts e il Goldsmith Institute di Londra e il CCI di San Francisco. Ebbi un responso positivo da tutte le istituzioni e decisi per il Bard College. Il soggiorno di due anni a New York mi diede sicuramente la possibilità di ampliare i miei contatti. Tra gli altri conobbi anche Massimiliano Gioni e mi trovai catapultato nel team curatoriale della Biennale di Venezia del 2013 che lui presiedeva. Fu un’esperienza eccezionale. Successivamente, tornato a Milano, ebbi l’occasione di affiancare, come assistente, Vincenzo De Bellis, mio mentore nella pratica curatoriale, prima per la mostra di Betty Woodman al Museo Marino Marini di Firenze, poi per Ennesima alla Triennale di Milano, unitamente a progetti condotti in autonomia con istituzioni nazionali e internazionali. Finché, nel febbraio 2016, mi contattò il segretario generale della Fondazione CRT Massimo Lapucci per un colloquio. Riuscii ad entrare nella short list dei candidati al ruolo di direttore e iniziai tre mesi di confronti serrati che si conclusero con l’affidamento, per me inaspettato, di un incarico di grande responsabilità. E ora… si tratta di una gran bella sfida per tutti!

OGR-Officine Grandi Riparazioni, veduta interna. Foto: Daniele Ratti

OGR-Officine Grandi Riparazioni, veduta interna. Foto: Daniele Ratti

Come si compone il team che l’accompagna in questa esperienza così significativa?
È un team particolare e strutturato. Sicuramente colui che mi ha “preso per mano” e guidato nei meandri della città di Torino a livello relazionale e professionale è stato Matteo Pessione, vicedirettore della Società Consortile OGR-CRT. Matteo Pessione ha una vision molto tecnica e puntuale rispetto alla progettualità delle OGR ed un’esperienza approfondita nell’ambito delle arti performative, una delle altre anime del progetto OGR in stretta relazione con le mie competenze dedicate alle arti visive.
Non posso non citare i miei assistenti, giovani ed efficienti, con cui ho la fortuna di collaborare: Paola Mungo e Samuele Piazza, due persone estremamente capaci di sostenere il confronto e di lavorare alacremente per l’obiettivo finale. Sono la mia squadra, che di volta in volta si trova a risolvere le difficoltà burocratiche e organizzative di una grande start-up, come le OGR; li ho incontrati circa sette mesi fa e senza di loro l’apertura non sarebbe stata possibile!

OGR-Officine Grandi Riparazioni, veduta interna. Foto: Daniele Ratti

OGR-Officine Grandi Riparazioni, veduta interna. Foto: Daniele Ratti

Nel 2013 la società consortile OGR-CRT (detenuta per oltre il 50% dalla Fondazione CRT) ha acquistato l’area delle OGR-Officine Grandi Riparazioni da RFI Sistemi Urbani, per riqualificarla sotto la guida della Soprintendenza e in stretta collaborazione con il Comune di Torino. In che modo il progetto di riqualificazione di questo imponente spazio di archeologia industriale dialogherà attivamente con la città?
Il dialogo con la città sarà molto attivo. Prima di questo incarico conoscevo Torino da studioso e visitatore e non avevo nozione di tutte le eccellenze museali e storico-artistiche cittadine. Oggi guardo al territorio con più consapevolezza e sto pensando a continue e variegate sinergie tra le istituzioni, veicolate da un’adeguata comunicazione che possa in parte scalfire il proverbiale riserbo sabaudo e dare nuovo pubblico alla città. Primo esempio pratico di questa visione è la mostra Come una Falena alla Fiamma che – curata da Tom Eccles, direttore del Center for Curatorial Studies del Bard College di New York, Mark Rappolt, redattore capo della rivista inglese Art Review, e l’artista britannico Liam Gillick – il 3 novembre ha inaugurato ufficialmente il programma espositivo di OGR. La mostra, realizzata in collaborazione con la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo vedrà il coinvolgimento delle più importanti istituzioni culturali torinesi – tra cui il Museo Egizio, Palazzo Madama, il MAO – Museo d’Arte Orientale, la GAM-Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea e il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea – per disegnare il ritratto della città di Torino in una sintesi tra antico e contemporaneo, tra epoche e stili diversi. Lo stesso Tom Eccles, quando ci siamo recati a Palazzo Madama per visionare il luogo e le sue collezioni, si è sorpreso dell’eccezionale patrimonio artistico in esse custodito. Eccles è rimasto davvero affascinato dall’eccellenza delle ceramiche storiche che per mancanza di spazio venivano conservate nei magazzini del museo e ha pensato di includerle in mostra allestendole nelle storiche teche di Gio Ponti magari accanto a opere di Damien Hirst.

© Patrick Tuttofuoco

© Patrick Tuttofuoco

Per quanto riguarda, invece, l’organizzazione del programma culturale delle OGR si è ispirato, con Sergio Ricciardone per la parte di sperimentazione musicale, ad alcune istituzioni internazionali di arti visive e performative come la Tate Modern di Londra o il Walker Art Center di Minneapolis. Quali elementi avete ritenuto imprescindibili per un risultato d’eccellenza?
Sergio Ricciardone è stato un ottimo interlocutore fin dal nostro primo incontro. Ci siamo subito confrontati su un tema fondamentale, ovvero che cosa si intendesse per centro multidisciplinare di arti visive e performative, a cui si voleva puntare per la progettualità delle nuove OGR. Ci siamo trovati d’accordo sulla necessità di ospitare sul palco artisti che suonassero e musicisti che si cimentassero nelle arti visive: questo doveva essere l’obiettivo. Ho subito pensato ai Kraftwerk, che si erano esibiti alla Tate Modern di Londra, dopo il Moma di New York, così Sergio si è adoperato per averli ospiti nell’ambito della consueta manifestazione Club to Club durante la settimana dell’arte contemporanea torinese: dal 4 al 7 novembre, in esclusiva italiana, hanno presentato alle OGR proprio il progetto Catalogue. Tra me e Sergio è nata una bella sinergia: penso al mio desiderio di ospitare una mostra di Wolfgang Tillmans alle OGR che è stato esaudito progettando insieme l’evento in cui Tillmans curerà il visual del dj-set di Oscar Powell per Club to Club. Ritengo che sia molto interessante anche il progetto dei New Order in combinata con Liam Gillick, che già preparavano uno spettacolo per il Manchester International Festival: la performance musicale e visiva verrà riproposta alle OGR e il Manchester International Festival sarà uno dei partner dell’evento. L’idea, quindi, di trasferire la multidisciplinarietà tra arti visive e performative in un luogo come le OGR è risultata indispensabile per tre motivi fondamentali. Innanzitutto per la tipologia degli spazi che non consentono un allestimento espositivo tradizionale, poiché le pareti e i soffitti non possono essere compromessi in alcun modo perché tutelati dalla Sovrintendenza ai Beni Culturali. È nata quindi la necessità di studiare progetti espositivi che privilegiassero i corpi, i suoni, le proiezioni, le luci come elementi costitutivi, anziché opere d’arte tradizionali. In effetti la prima mostra del programma espositivo 2018 è stata affidata al lavoro di Tino Sehgal, artista anglo-tedesco, classe 1976, indagatore del gesto performativo e relazionale con il fruitore e sperimentatore di “situazioni costruite” che possono inserirsi in maniera efficace nella suggestiva cornice delle OGR. In questo senso – e qui vorrei spiegare il secondo motivo – mi sembrava interessante, seguendo le nuove tendenze del paradigma del contemporaneo, includere la performance in uno spazio museale e darne una nuova identità, una lettura diversa: il mio pensiero va al padiglione tedesco Leone d’oro alla Biennale di Venezia di quest’anno con l’eccezionale lavoro performativo di Anne Imhof.
Oggi – ed è una caratteristica congiunturale dei nostri tempi – il pubblico si aspetta di entrare in luoghi museali in continua evoluzione, la cui programmazione sia sorprendente e fluida come proprio la Tate Modern d Londra e il Walker Art Center di Minneapolis ci insegnano. Questo è il terzo motivo che ci ha fatto pensare a questa particolare rifunzionalizzazione delle OGR.

Kraftwerk. Foto: © Peter Boettcher

Kraftwerk. Foto: © Peter Boettcher

Può indicarci la motivazione che ha condotto alla selezione dei progetti site-specific inaugurali, a firma di grandi interpreti delle arti visive quali l’artista sudafricano William Kentridge, l’artista italiano Patrick Tuttofuoco e il venezuelano Arturo Herrera?
La commissione per Arturo Herrera è stata pensata per accogliere i visitatori: il grande murale, infatti, è ospitato sulla parete d’accesso delle Officine Nord; diventando una sorta di soglia per l’ingresso nella parte di OGR dedicata alle arti. L’opera è stata pensata appositamente per lo spazio e prende spunto dal passato industriale del sito, un’ex fabbrica per la manutenzione dei treni. Il murales è composto da un intricato reticolo di linee che possono ricordare un tracciato di binari ferroviari e che, con il loro dipanarsi in varie direzioni, suggerisce in maniera astratta alcuni dei valori cardine del nuovo spazio: interconnessione, fluidità e dinamismo. Per quanto riguarda invece l’opera site-specific di William Kentridge, artista di fama internazionale, si è pensato di invitare il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea a curare e produrre la realizzazione di un’opera pubblica da inserire nel cortile antistante l’ingresso delle OGR sul lato Est. Proposto da Carolyn Christov Bakargiev, direttrice del Castello di Rivoli, e approvato dal Comitato Scientifico della Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea (composto da Sir Nicholas Serota, Manuel Borja-Villel e Rudi Fuchs), Kentridge – che in Italia si è già cimentato con un’imponente opera pubblica sul Lungotevere a Roma lo scorso anno – ha realizzato un intervento ispirato alla vocazione ex-industriale e operaia delle Officine Grandi Riparazioni. Si tratta di una grande installazione, in metallo nero, composta da una processione di figure che alludono al movimento dei corpi nella riparazione dei treni. L’opera, intitolata Procession of Reparationists, è la prima di una serie di commissioni pubbliche, pensate per essere fruite dall’intera città. Funzionale al “Big Bang”, la grande festa di riapertura delle OGR che per due settimane, dal 30 settembre al 14 ottobre, offre concerti, mostre interattive e laboratori per bambini a ingresso gratuito, è stata la scelta di coinvolgere Patrick Tuttofuoco, uno degli artisti più interessanti nel panorama dell’arte italiana contemporanea, che ha realizzato, insieme ai piccoli ospiti di CasaOz, Tutto Infinito, un paesaggio futuristico di 2.500 metri quadri liberamente esplorabile dai visitatori. Ero a conoscenza del fatto che Patrick, con cui ho collaborato in diverse occasioni, avrebbe voluto realizzare un lavoro sull’incontro tra uomo e paesaggio e questa ci è sembrata l’occasione giusta per dar vita a questa idea, restituita al pubblico come esperienza immersiva, nata dal confronto tra la sensibilità di bimbi affetti da forme di autismo più o meno gravi e le opere della Collezione Fondazione CRT custodite presso i musei torinesi.
Nella fase di progettazione dell’opera, per circa due mesi, ogni martedì, Patrick partiva da Berlino – città in cui vive – per incontrare i ragazzi di CasaOz e lavorare insieme al progetto. L’esito di questa collaborazione ha dato vita ad una grandiosa installazione sviluppata nelle Sale Binari 1,2,3, delle OGR alle quali si potrà accedere attraverso un grande arco di luci al neon. Nel percorso il visitatore s’imbatterà in una grande struttura divisa in due emisferi al cui interno saranno collocate due grandi sculture che riproducono una porzione ingrandita del corpo di uno dei due figli dell’artista poste su un’impalcatura. L’intervento si completa con un grande paesaggio in cartapesta che il visitatore potrà attraversare e in questo modo trovarsi di fronte ad una grandiosa scultura in acciaio e vetroresina, metà uomo e metà donna, di sei metri d’altezza. Ho ritenuto che Patrick fosse perfetto per il “Big Bang” delle OGR perché rappresenta l’arte contemporanea italiana con una “pratica giocosa” che interpreta quel “paesaggio” in maniera innovativa e partecipata, incarnando così il nostro desiderio di includere pubblici nuovi nella fruizione dell’intero progetto.

OGR-Officine Grandi Riparazioni
Corso Castelfidardo 22, Torino
www.ogrtorino.it

*Tratta da Epoarte #99.

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