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MILANO | Museo Pecci Milano | 18 aprile – 15 giugno 2013

Intervista a ANGELA MADESANI di Matteo Galbiati

Il corpo dell’artista, inteso proprio come corpo fisico, umano, biologico, nell’arte del XX è stato l’ultimo confine dell’analisi artistica: oggetto e soggetto – agente e passivo – portatore diretto e senza intermediazioni del messaggio che l’artista gli ha affidato. Il corpo – violato, artefatto, nascosto, inciso, strumentalizzato, mistificato, ferito, travestito… – ha comunque messo al centro la singolarità dell’artista – umana e artistica – che è presente in prima persona con la propria fisicità a farsi espressione della sua ricerca e poetica, molte volte in anticipo sui cambiamenti sociali e di costume.
La mostra Corpi in azione / Corpi in visione. Esperienze e indagini artistiche 1965-1980 al Centro Pecci di Milano raccoglie con scelte puntuali e attente – che rivelano una progettualità e una ricerca svolta con cura –  un ricca e varia documentazione di materiali e opere che permettono al visitatore una ricognizione esaustiva su un tema non ancora completamente e sufficientemente indagato dalla critica nella sua complessità. La rassegna si snoda attraverso una lettura trasversale che si sposta dai grandi protagonisti, la cui fama ha rilevanza internazionale, ad altre figure la cui ricerca e ruolo devono essere riscoperti e riconsiderati con attenzione nella storia recente dell’arte. Abbiamo posto alcune domande ad Angela Madesani, curatrice e ideatrice di questa mostra:

Il progetto di questa mostra ha un contenuto storiografico molto forte. Come lo hai pensato, strutturato e realizzato?
Come sempre accade per progetti di questo tipo, studiandolo a fondo e con un tempo e una cura particolari. Il punto di partenza per me resta sempre l’importante saggio di Lea Vergine del 1974 Il corpo come linguaggio (Body Art e storie simili. Il corpo come linguaggio edito oggi da Skira), che ha delineato un percorso preciso. Un punto fermo di riferimento per chi vuole avvicinarsi a queste tematiche. Mi sono avvalsa anche dei cataloghi dell’epoca, quelli editi in occasione di mostre fatte in Italia e all’estero. Ho attinto da fonti differenti per ricostruire l’identità di quanto accadeva allora. Una mostra di questo genere, complessa ed articolata nella lettura e nella costruzione – non meno nella scelta delle opere – deve mirare alla volontà di storicizzare queste esperienze. Anche perché credo che sia fondamentale poter vedere – sempre in prospettiva storica – come queste ricerche conservino un’attualità e modernità ancora oggi molto forte e viva.

Come si sono orientate le scelte degli artisti prima e delle opere poi?
Ho voluto, sempre in un’ottica storica, documentare quelle che sono state le individualità eminenti di quel periodo – Abramovic, Acconci, Oppenheim, Nauman, Penone, Gilbert & George, per citarne alcuni – che oggi sono celebrati e conosciuti accanto ad altri nomi che, pur avendo una ricerca assai interessante, sono poi passati in secondo piano o, peggio, sono stati dimenticati. Volevo che potessero coesistere artisti noti vicino ad altri “recuperati” che esaudissero la pienezza del percorso e della documentazione di quell’epoca e di quelle tendenze come Cioni Carpi o Michael Badura.

Tra artisti la cui fama internazionale è nota, ne troviamo, quindi, altri cui invece si deve restituire valore nella riscoperta…
Abbiamo detto di Carpi, Badura. Altri, invece, sono poco conosciuti in Italia, ma non all’estero. Volevo che la loro presenza fosse un suggerimento per un approfondimento come ad esempio Jürgen Klauke il cui lavoro è affascinantissimo. I problemi sono molteplici, ma certamente il fatto di non riuscire a mettere delle etichette sulla loro opera, ha costituito un freno per una lettura semplicistica della stessa. Penso, per altro, che le etichette convenzionali siano, spesso, una cosa banalmente riduttiva e per certi versi nociva.

Quali aspetti hai privilegiato nella tua lettura?
Per quanto riguarda la lettura direi che le opere si accostano per macro temi come il femminismo, il corpo come linguaggio, il corpo come oggetto di “auto-violenza”, si pensi alle posizioni estreme di Schwarzkogler, il corpo come rituale, il travestimento, la riflessione universale oltre il corpo stesso…
Ci sono, poi, aspetti che potremmo definire “borderline” rispetto al corpo: come il tema dell’antropologia, o in cui il corpo sconfina in altre pratiche artistiche. È il caso di Dennis Oppenheim in cui rimane una valenza legata alla Land Art. In generale ho voluto che il tema corpo fosse visto non solo come Body, ma come corpo presente nell’opera.

Perché si parla di questi artisti come degli ultimi membri dell’Avanguardia?
Di fatto gli anni Sessanta e Settanta sono stati l’ultima Avanguardia, l’ultimo momento di una stagione irripetibile. Pochi di loro uscivano da una formazione accademica, e in loro c’era una tensione a mantenere un valore di impegno sociale, tanto che il loro linguaggio e  la loro ricerca erano di profonda rottura con la società coeva. In fondo – come avviene per l’Avanguardia storica – anche la loro fu un’azione di rottura degli argini di un sistema. Sono stati rivoluzionari senza esserlo sfrontatamente, motori di quella rivoluzione lenta e complessa che col tempo afferma i propri principi. Questi artisti hanno preannunciato mondi e temi che sarebbero poi emersi con grande prepotenza. Niente a vedere con alcuni personaggi della nostra attualità che si professano trasgressivi, rivoluzionari e forse lo sono solo formalmente.

Le date che vengono indicate dal titolo sono nette: 1965 e 1980. Cosa marcano esattamente i confini di questi anni?
Con Stefano Pezzato e Annamaria Maggi, che insieme a me, si sono occupati della mostra, abbiamo deciso di fissare dei paletti precisi. Volevamo parlare di un periodo lungo, dalla metà dei Sessanta alla fine dei Settanta. Il corpo stava ridisegnando i propri confini, valori, principi e la propria definizione etica e questo non avveniva solo nel mondo dell’arte, era qualcosa di più profondo, radicato nella società stessa. Si iniziavano ad affrontare seriamente certe problematiche e certi mutamenti… Sappiamo oggi quello che la storia di allora ci ha consegnato. Il 1980 è una data simbolica, rappresenta la chiusura definitiva degli anni Settanta, da lì in poi sarebbe stata un’altra storia.

Pensando al corpo si pensa subito alla Body Art, ma le opere selezionate non rientrano tutte in questo ambito… Che esplorazione si offre della corporeità oltre gli aspetti della Body Art?
Certamente hai ragione, per me è molto importante questo punto. Se è vero che molti degli artisti sono inquadrabili nel contesto della Body Art, per altri questo non vale. Come ho detto quello che voglio far emergere è un discorso generale legato a quel tempo, ovvero al rapporto che ha legato l’artista al corpo nella sua analisi molteplice e diversificata.

Il corpo implica valori che sconfinano in aree e ambiti diversi (sociologia, antropologia, storia, filosofia, arte…), è un terreno oggi ancora sensibilissimo. Pensi venga pensato ancora come ad un “tabù” inviolabile, come avveniva allora per la società in cui operavano questi artisti?
Non penso sia più un tabù da tempo. Sappiamo bene quanto oggi il corpo sia largamente diffuso, esibito, esposto, violato e alterato… C’è maggiore apertura e libertà. Forse anche troppa! Se poi pensiamo all’arte attuale, oggi si fanno cose anche molto più “inquietanti” di quelle di allora, basti pensare all’opera di Joel Peter Witkin o Andres Serrano.

Ti occupi molto di arte giovane, al di là della mostra, che valore pensi abbia il corpo nell’arte di oggi? Ancora in azione, solo in visione o del tutto dimenticato?
Penso che sia importante che i giovani artisti abbiano una consapevolezza storica di quanto è accaduto prima di loro, anche per distaccarsene, per prendere posizioni altre. Chi oggi lavora con e sul corpo non può prescindere da quegli importanti momenti e da quanto c’è stato ancor prima.
Per alcuni degli artisti qui in mostra il Dadaismo, il Surrealismo sono stati punti di partenza imprescindibili. Questo non significa che abbiamo copiato, ripreso o plagiato, ma che hanno compreso un’importante lezione, quella delle avanguardie storiche, per procedere consapevolmente nel proprio cammino.

Corpi in azione / Corpi in visione. Esperienze e indagini artistiche 1965-1980
progetto ideato da Angela Madesani
a cura di Angela Madesani, Annamaria Maggi e Stefano Pezzato
in collaborazione con Galleria Fumagalli e Spazioborgogno

Artisti: Marina Abramovic, Vito Acconci, Vincenzo Agnetti, Giovanni Anselmo, Eleanor Antin, Gabor Attalai, Michael Badura, Dobroslaw Baginski, John Baldessari, Gianfranco Baruchello, Bill Beckley, Joseph Beuys, Günther Brus, Cioni Carpi, Giuseppe Chiari, Giorgio Ciam, James Collins, Roger Cuthfort, Fernando De Filippi, Giuseppe Desiato, Gino De Dominicis, Valie Export, Joachen Gerz, Gilbert & George, Dan Graham, Al Hansen, John Hilliard, Peter Hutchinson, Joan Jonas, Birgit Jurgenssen, Allan Kaprow, Jürgen Klauke, Robert Kleine, Ketty La Rocca, Urs Lüthi, Roberto Malquori, Fabio Mauri, Bruce Mc Lean, Ana Mendieta, Charlotte Moormann, Bruce Nauman, Hermann Nitsch, Luigi Ontani, Roman Opalka, Dennis Oppenheim, Gina Pane, Giuseppe Penone, Vettor Pisani, Michelangelo Pistoletto, Emilio Prini, Arnulf Rainer, Cindy Sherman, Rudolf Schwarzkogler, Helmut Schweizer, Stelarc, Aldo Tagliaferro, Franco Vaccari, Francesca Woodman, Michele Zaza

18 aprile – 15 giugno 2013

Museo Pecci Milano
Ripa di Porta Ticinese 113, Milano

Orari: martedì-sabato 15.00-19.00
Ingresso libero

Info: www.centropecci.it

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