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MILANO | Officine dell’Immagine | 21 febbraio – 31 marzo 2013

Intervista a NUNZIO PACI di Matteo Galbiati

La mostra personale, presentata a Milano presso Officine dell’Immagine, ha un carattere decisamente museale: sono, infatti, tutte grandi tele quelle che circondano lo sguardo dello spettatore e lo proiettano dentro al cuore sensibile delle immagini di Nunzio Paci. Il giovane talentuoso artista, oltre alla freschezza e alla capacità tecnica, riesce a restituire, rispettando anche una tradizione pittorica dalle ascendenze antiche e nobili, un linguaggio immediato e deducibile nel contenuto, ma anche sollecito nell’evidenziare profondi interrogativi sul mistero dell’esistenza. La sua visione fa perno sul rapporto uomo-natura, sul particolare e l’universale, posizioni che lasciano decorrere lo sguardo dal piccolo e fragile elemento mortale al senso di un ciclo universale eterno, carico di enigmi e mistero. Abbiamo posto al giovane artista bolognese alcune domande:

Tempo fa mi parlavi di un ciclo di opere che si definiva per l’attenzione posta su quelle che hai definito come “malformazioni” e oggi sono contento di tornare a riflettere insieme sul tuo lavoro di ricerca. Cosa troviamo di nuovo, diverso o di stretta continuità in questi lavori?
Mi è difficile rispondere perché da sempre considero il mio lavoro come un unico corpo in costante evoluzione. Percepisco che qualcosa sta cambiando, ma il mio sguardo è ancora troppo coinvolto per analizzare in maniera oggettiva questo cambiamento…


Avevamo parlato di corpi non portatori di patologie specifiche ma di tensioni al cambiamento, cui muove anche tutto il corpus della tua ricerca. Cosa implicano, mutano e identificano questi cambiamenti?
Nella mia visione il cambiamento è frutto del contatto con il diverso e voglio credere che sia possibile pensare alla diversità come “veicolo di conoscenza” dove nuovi elementi si fondono per generare soggetti capaci di comprendersi e completarsi reciprocamente.

In mostra vediamo gli ultimi esiti della tua ricerca. Cos’è De Signatura Rerum?
De Signatura Rerum è il mio universo. Un universo nel quale non esiste un confine tra i regni e dove ogni elemento è chiamato ad interagire fisicamente per la sopravvivenza propria e dell’altro.

Uomo e natura, un binomio che vive una relazione complessa e travagliata. Come si rapporta la dimensione naturale con quella umana nel tuo lavoro?
Nel mio lavoro non esistono gerarchie o ruoli tra i soggetti. La metamorfosi avviene attraverso un’imprevedibile tensione alla mescolanza che rappresenta il punto di partenza per la conoscenza e la comprensione del diverso.

Hai introdotto anche l’analisi del mondo vegetale che si accosta a quello animale che hai sempre studiato. Cosa implica quest’aggiunta?
In questa fase ho sentito l’esigenza di introdurre il momento della germinazione nel normale processo di sviluppo di un organismo complesso. In un secondo momento ho ipotizzato che il frutto di questa metamorfosi potesse essere alimento per l’organismo stesso, così come per i suoi simili. Ho definito, dunque, “cannibali” questi soggetti e credo sia questo l’elemento che caratterizza l’ultimo periodo.

Questi ultimi tuoi avvincenti lavori s’ispirano alla dottrina delle segnature di Paracelso e Jakob Böhme. Ci spieghi la relazione di queste teorie filosofiche e medico-scientifiche con il tuo fare artistico e il tuo pensiero poetico?
Ciò che mi affascina nei trattati di Paracelso e Böhme – che intendo fare mio in un certo senso – è l’idea di una natura che porta con sé dei “segni”, che a loro volta vanno a comporre un codice non decifrabile se non osservato nella sua interezza e complessità: una natura che comunica con il proprio linguaggio – la cui chiave di lettura è dunque accessibile – ma che resta spesso oscuro. Cito un brano significativo: “La segnatura sta nell’essenza ed è simile ad un liuto che rimane silenzioso, ed è muto e incompreso, ma se qualcuno lo suona, allora s’intende.”

Ti sei adoperato su grandi formati che mi riportano alle maestose opere dei maestri del passato: come ti relazioni a dimensioni tanto imponenti? Che impatto pensi abbiano sulla sensibilità del pubblico sempre meno avvezzo ad ammirare opere, soprattutto di giovani artisti, di grandezza museale?
Quando nella mia mente iniziano a formarsi le prime immagini, non percepisco un “valore di dimensione” bensì una sottile linea di confine che separa la realtà dall’immaginazione. M’interessa riuscire a ricreare un collegamento tra questi due mondi e non l’impatto emotivo che la dimensione può suscitare.

Quali sono i tuoi punti di riferimento? Gli altri tuoi modelli artistici e culturali?
Non credo di avere dei veri e propri modelli intesi come esempi da seguire per gli obbiettivi che hanno raggiunto, ma quanto per la difficoltà che hanno impiegato nel raggiungerli. In queste figure mi rispecchio e voglio continuare a credere.

Una lettura superficiale potrebbe avvicinare il lavoro a quello del plastinatore Gunther Von Hagens. Credo ci siano però premesse ben differenti, dobbiamo fugare dubbi in chi potrebbe fare questo paragone…
Considero, infatti, il lavoro di Von Hagens interessante dal punto di vista scientifico, ma non trovo nessun altro legame, se non quello anatomico, con la mia ricerca. Il mio intento non è quello di descrivere l’anatomia di un corpo estremizzandone la visione con intenti provocatori, di scherno o di leggerezza, ma cercare una riflessione più profonda sulla vita e su ciò che mi è vicino.

Come nascono e come si sviluppano i tuoi lavori che lasciano vedere, oltre ad un’abile precisione pittorica, una fase originante che è studiata meticolosamente? Di cosa vive questa fase meditativa preliminare? Cosa contempla?
La mia difficoltà nel rispondere a questa tua domanda denota, nel mio modo di procedere, una componente irrazionale che, nonostante l’ostinazione quasi maniacale con la quale eseguo i miei riti quotidiani, investe in maniera imprescindibile il mio lavoro.

Il riferimento culturale e intellettivo del tuo lavoro affonda le proprie radici in un complesso di pensiero che deriva da una tradizione molto arcaica, utilizzi mezzi espressivi tradizionali e conferisci all’immagine un nobile impianto “antico”, in cosa pensi siano tanto attuali e contemporanee le tue opere?
Non mi sono mai posto il problema di essere “contemporaneo” o “attuale”. Quando lavoro il mio unico pensiero è quello di riuscire a riprodurre quello che la mia mente mi suggerisce, anche se, a posteriori, non sono convinto che il mio modo di lavorare sia così “tradizionale”!

Cosa racconti o suggerisci all’uomo di oggi?
Non ho la presunzione di suggerire niente a nessuno, anzi mi ritengo una vittima dei miei suggerimenti. Nel mio percorso spero di incontrare sempre più vittime dei propri pensieri anziché prigionieri delle idee altrui.

Come pensi possa evolvere il tuo linguaggio? Quali progetti vorresti realizzare in futuro?
Ho sempre cercato di distrarre la mia mente dal concetto di “evoluzione” per lasciare che questo processo fosse il più naturale possibile e non mi rendesse schiavo di un preciso disegno. Per il futuro spero solo di avere il tempo necessario per soddisfare il mio bisogno di conoscenza e osservazione.

Nunzio Paci. De signatura rerum
a cura di Davide W. Pairone
CATALOGO vanillaedizioni

21 febbraio – 31 marzo 2013

Officine dell’Immagine
Via Atto Vannucci 13, Milano

Orari: da martedì a venerdì 15.00-19.00, sabato 11.00-19.00, altri giorni su appuntamento

Info: +39 0331898608, +39 3345490900
www.officinedellimmagine.it
info@officinedellimmagine.it


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