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intervista a
MONA LISA TINA di
Corinna Conci

Una schiena di donna vestita di blu. Un’alba sui colli bolognesi offuscati di arancio e rosa. Le fabbriche grigie in lontananza che sembrano senza peso. Le prime immagini del Film Lavoro ad Arte firmato da Marco Mensa ed Elisa Mereghetti di Ethnos Film racchiudono il senso del progetto artistico Cuore di Pietra basato sull’umanizzazione del processo di trasformazione urbanistica di alcune zone limitrofe della città. La performer Mona Lisa Tina è la figura che, durante i 50 minuti del documentario, tesse un filo narrativo manifestandosi e smaterializzandosi nei vari punti spaziali dell’area di Pianoro. Lavoro ad Arte, presentato in anteprima nazionale il 19 gennaio al Cinema Odeon di Bologna, è stato approfondito nei giorni seguenti in un talk ospitato nell’ambito della Rassegna In Corpo curata da Giovanni Gaggia a SetUp Contemporary Art Fair.

Frame da video Lavoro ad Arte, di Marco Mensa, Ethnos film

In questa occasione la curatrice del progetto Cuore di Pietra, Mili Romano, Giorgia Boldrini esperta di industrie culturali e creative, Elisa Mereghetti regista per Ethos Film e gli artisti Andreco e Mona Lisa Tina hanno esposto la loro esperienza in merito al film, raccontando il personale contributo lavorativo a questa opera esplicitamente collettiva. Il progetto Cuore di Pietra nasce, infatti, come intervento di arte pubblica e partecipata nel 2005 ad opera di Mili Romano. Lì e allora, Pianoro stava cambiando e modificava la sua struttura: un piano di riqualificazione ne abbatteva il centro, evidenziando come la demolizione dei palazzi e la trasformazione sia il destino inevitabile dei quartieri periferici. Nasce così la volontà di Mili Romano di aprire una memoria futura, nel tempo concretizzata in opere artistiche temporanee e permanenti firmate da decine di artisti che hanno contribuito – in relazione con gli abitanti, gli imprenditori e gli operai – a creare uno scambio tra punti urbanistici abitualmente distanti.

“Questa città che non si cancella dalla mente è come un’armatura o reticolo nelle cui caselle ognuno può disporre le cose che vuole ricordare: nomi di uomini illustri, virtù, numeri, classificazioni vegetali e minerali, date di battaglie, costellazioni, parti del discorso. Tra ogni nozione e ogni punto dell’itinerario potrà stabilire un nesso d’affinità o di contrasto che serva da richiamo istantaneo alla memoria.”

LAVORO AD ARTE trailer from ethnos on Vimeo.

Zora, una delle città invisibili di Italo Calvino fu però obbligata a restare immobile per meglio essere ricordata: un giorno si disfece e scomparve, così la Terra la dimenticò. Questa piccola zona di territorio emiliano invece è in continuo cambiamento, decostruzione delle parti e integrazione di nuovi pezzi. È uno spazio nel quale sono disseminate opere di artisti che sono custodi, perché aiutano a disporre nella mente le cose che si vogliono ricordare di Pianoro: i nomi dei lavoratori del dopoguerra, le classificazioni dei materiali che la caratterizzano, le parti di un discorso costituito dal battito del cuore degli operai delle sue fabbriche. Così ogni punto dell’itinerario qualifica un nesso, impedendo di dimenticare l’identità di questo luogo e permettendogli di non dissolversi.

La tua partecipazione a Cuore di Pietra e successivamente l’ adesione al film/documentario Lavoro ad arte, si rivela con l’intervento performativo La trama delle memorie, dove reinterpreti i ricordi insiti nei luoghi dismessi e nelle fabbriche. Cosa ha significato per te mettere il corpo in relazione a queste strutture architettoniche?
Locandina Lavoro ad arte

Tutto il mio lavoro nasce dall’urgenza espressiva di condividere qualcosa con gli altri: il punto di partenza è la mia biografia, il filo conduttore le biografie di chi vi prende parte. Nel progetto artistico queste due prospettive si intrecciano e tessono insieme una trama emozionale differente che rappresenta l’opera, per sua natura costantemente in progress. Nello specifico ho scelto di privilegiare il linguaggio della performance attraverso il Corpo che è per me lo strumento principale di comunicazione su più piani di lettura. Il mio contributo in “La trama delle memorie”, come in “Cuore di Pietra” e in “Lavoro ad Arte”, è partito da queste riflessioni per cercare di entrare il più possibile in relazione profonda con la complessità del progetto generale: una ricerca, questa già così ricca di memorie degli abitanti, dei luoghi ed estremamente articolata e rivelata anche dai contributi espressivi di tutti gli artisti che vi hanno preso parte, nell’arco di dieci anni di lavoro. Ma venendo alla domanda iniziale, ad un livello più specificamente pratico, mettere il Corpo in relazione alle strutture architettoniche è stata un’esperienza molto stimolante e per certi versi anche nuova per me; grazie al confronto costante con Mili Romano, Elisa Mereghetti e Marco Mensa è stato possibile fare una scelta meticolosa dei luoghi e delle fabbriche storiche più significative dove avrei potuto intervenire. Sul piano poetico e artistico mi ha permesso di vivere un’esperienza assolutamente metafisica, pur nella sua dimensione di realtà oggettiva. Mi spiego meglio: andare oltre i confini dei cancelli, intrufolarmi nelle strutture dismesse, alcune delle quali estremamente belle nella loro fatiscenza, attraverso delicati e impalpabili gesti performativi, mi ha dato l’impressione di poter far riemergere le memorie vitali e mai nostalgiche delle persone che vi hanno lavorato e vissuto; e questo con piccoli atti naturali e spontanei che celebrassero la Vita in senso ampio. Personalmente, però, credo di aver provato molto di più di quanto non sia stata in grado di spiegarti.

L’ideatrice del progetto Mili Romano ha dichiarato: “Per il progetto Cuore di Pietra ho richiesto agli artisti una disponibilità di tempo per un lavoro nello spazio, con il tentativo di cancellare quei confini e quella separazione tra pubblico e privato, tra la vita intima della casa e la strada”. In che modo la tua poetica ha sposato la sua intenzione curatoriale?
Ci tengo molto a segnalare che non è la prima volta che mi trovo a collaborare con Mili Romano. Infatti nell’esperienza del 2011, nell’arco di alcuni mesi di attività, ho condotto insieme a lei un ciclo di laboratori presso la Biblioteca “Silvio Mucini” di Pianoro, con  gli adolescenti del gruppo socio-educativo della AUSL. All’interno di questa esperienza, emotivamente molto stimolante, è stata realizzata una serie di mappe delle emozioni, dove profumi, musiche, cibi,  ricordi, percorsi percettivi nello spazio si sono alternati a riletture di “Cuore di Pietra” e dei suoi interventi artistici nel corso del tempo. Questa cartografia emotiva è diventata parte costitutiva del mio progetto artistico “Connessioni” che, con la collaborazione di Piero Franchi, esperto in libri animati, ha realizzato un libro pop-up, poi donato alla Biblioteca. Il libro (momentaneamente in fase di restauro) è attualmente fra i materiali costitutivi del tavolo-panca disegnato da Mili Romano, “Servabo”, a forma di un grande punto interrogativo nel paese/città – sorta di sintesi riflessiva e poetica su ciò che “Cuore di Pietra” nel suo lungo e articolato incedere ha lasciato e continua a lasciare nel paese e, più in generale, sullo stato futuro dell’arte e della cultura. Tutto questo per sottolineare ancora una volta, i termini “tempo” e “continuità” e, aggiungerei, passione, pazienza, ricerca continua da parte soprattutto dell’autrice da cui è scaturito “Cuore di Pietra”. Questi del resto sono stati i punti fondamentali per la riuscita finale anche del documentario. E parlando di “continuità”, il mio intervento “La trama delle memorie”, non è stato altro, appunto, che un approfondimento di “Connessioni”.

Mona Lisa Tina, 2015, performance, La Trama delle memorie, foto Marco Mensa

Il mio contributo mi ha visto coinvolta su due livelli: il primo nell’interazione individuale con una selezione di fabbriche dismesse, tra i luoghi più significativi del territorio di Pianoro. Attraverso piccoli gesti assolutamente delicati e il più possibile poetici, ho desiderato “diventare” fisicamente il filo conduttore dell’identità del luogo, mettendo metaforicamente insieme le storie e i vissuti collettivi di chi vi ha abitato e lavorato e di chi continua a farlo. Come una figura magica che tesse una trama con le memorie del territorio, infatti appaio e scompaio in alcuni momenti specifici del documentario.

Il secondo livello di intervento mi ha vista realizzare, insieme a un gruppo di studenti dell’Accademia di Belle Arti di Bologna una serie di piccole performance come reinterpretazione di una selezione degli interventi artistici realizzati in passato per “Cuore di Pietra”. In definitiva, i miei due interventi – il primo in modo individuale e intimo e il secondo in modo corale e collettivo – hanno contribuito in misura più completa alla realizzazione del mio intervento generale, aderendo il più possibile all’esigenze del film e della poetica interessantissima di “Cuore di Pietra”.

Il tuo secondo livello di intervento, nato dal workshop Dalla rappresentazione all’azione svolto all’interno del corso di Antropologia Culturale tenuto da Mili Romano all’Accademia di Belle Arti, ti ha vista autrice di un’azione performativa in un linguaggio profondo con gli studenti. Come si è svolta questa esperienza?
Il workshop mi ha vista incontrare per una settimana di lavoro intenso sedici giovani promesse dell’arte – mi piace pensarli così gli studenti di Belle Arti. In questi incontri abbiamo riflettuto sulla possibilità di realizzare un’unica performance collettiva che fosse composta da una serie di piccoli e delicati interventi in relazione ad una selezione di progetti artistici : tra questi, l’intervento di LOOP, di Mili Romano in collaborazione con Studio Ciorra e Sabrina Torelli, di Andreco, Anna Rossi, Gabriella Presutto e molti altri. Tengo a precisare che la scelta non è stata fatta in base alla qualità dei lavori, perché penso siano tutti estremamente interessanti e originali, nella loro immediatezza estetica e di linguaggio espressivo. Tuttavia per alcuni di essi, in casi specifici, diventava difficile reinterpretarli attraverso un’azione performativa che si doveva concludere per forza nell’arco di una serata. Questa relazione tra le opere riconduce al concetto della performance “La trama delle memorie” che si è proposta come filo narrativo di connessione di significati tra le installazioni vecchie e nuove del progetto “Cuore di Pietra”. Inoltre, i sedici giovanissimi “coreuti” alternano alle narrazioni anche un giocare con il lessico del mondo del lavoro, portando in processione oggetti industriali in silenzio rispettoso e attento e attribuendo ad essi significati fantasiosi e originali ma dai forti rimandi simbolici.

Mona Lisa Tina, 2015, performance, La Trama delle memorie, foto Elena Bevilacqua

In base alla tua esperienza di artista e performer, che differenza esiste tra realizzare un’azione performativa in un luogo di fruizione dell’arte (Gallerie, Musei..) di fronte alla presenza di un pubblico, e creare una performance esclusivamente tramite il video, le cui immagini possono essere modificate tramite la post-produzione?
Assolutamente si. La performance, a differenza della pièce teatrale, non è qualcosa che si recita, non obbliga l’artista ad assumere il ruolo di un altro, ma è un’opera che si rende assolutamente necessaria nella misura in cui favorisce un flusso di energia che da fisica diventa cerebrale e dove il pubblico ha un ruolo di estrema importanza. Nel primo caso quindi, posso affermare che nello svolgersi di un’azione non esiste un copione e non si conosce a priori il suo esito. Anzi, spesso, come ho già sperimentato molte volte, è possibile che avvengano piccoli “imprevisti”, che possono modificare l’intervento, ma che proprio per la peculiarità del linguaggio performativo, diventano parte integrante del lavoro. Nel secondo caso, dovendo aderire il più possibile alle esigenze della ripresa e quindi del progetto generale del regista/documentarista, si ha la possibilità di costruire e riprovare la stessa azione, piccola o grande che sia, molte volte. Credo però che, sia che si performi in un museo, sia che lo si faccia davanti all’occhio della videocamera, l’elemento comune che fa da motore all’arte è sempre e comunque il processo creativo; in entrambi i casi, l’artista deve sempre avere bene chiaro in mente che cosa vuole esprimere e cosa vuole comunicare al mondo.

Mona Lisa Tina, 2015, performance, La Trama delle memorie, foto Giuliano Garuti

Come è stato lavorare con gli autori di Lavoro ad Arte Marco Mensa e Elisa Mereghetti, e come si sono svolte le riprese delle tue azioni?
Quello fatto con i due registi estremamente differenti nelle loro modalità di lavoro ma perfettamente integrati sul piano degli obiettivi professionali da raggiungere, è stato un work in progress fino alla fine e un processo di crescita a tutti gli effetti. Nei giorni precedenti alle riprese, abbiamo selezionato una serie di luoghi dove poter realizzare gli interventi; altre volte abbiamo lasciato che fosse la suggestione del posto a stimolare l’azione e la ripresa. Durante le riprese con entrambi i registi ho goduto di grande flessibilità e intesa di azione e di pensiero rispetto alla mia opera performativa, e non è stato quindi necessario modificare il mio intervento. Tengo a sottolineare che sono stata molto contenta di aver contribuito con i miei contributi al documentario e soprattutto di aver sperimentato con Marco Mensa ed Elisa Mereghetti una dimensione professionale nuova per me. Infine è stato grazie al prezioso invito di Mili Romano a partecipare per la seconda volta al progetto “Cuore di Pietra”, che ho potuto dare voce – sarebbe più corretto dire Corpo – a riflessioni personali più ampie e profonde in modo diverso e più maturo rispetto all’ esperienza del 2011.

Artisti del film Lavoro ad Arte: Andreco, Ambra Di Noia, Jiang Guoyin, Tao Yi e Sun Lian, Francesca Acerbi, Laura Bisotti e Simona Paladino, Francesco Careri, Rita Correddu, Anna Rossi, Mona Lisa Tina, Emilio Fantin, Loop, Materelettrica, Fratelli Mancuso, Piero Orlandi, Daniela Spagna Musso, Thierry Weyd, con la voce recitante di Matteo Belli insieme a imprenditori, operai e abitanti di Pianoro e i giovani artisti dell’Accademia di Belle Arti di Bologna.

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