Ti sarà inviata una password per E-mail
TOKYO | Gallery Side2 | 17 gennaio – 28 febbraio 2014

Intervista a MICHELANGELO CONSANI di Ginevra Bria

Michelangelo Consani (Livorno, 1971) il 17 gennaio ha inaugurato la sua ultima personale giapponese dal titolo: Nove elefanti bianchi e una patata, alla Gallery Side2 a Tokyo. A qualche giorno di distanza, il 25 gennaio 2014, alla Glassbox di Parigi, Consani ha dato l’avvio a Past forward con Jean-Philippe Convert, progetto che consiste nel lancio di un nuovo sito contenente progetti inediti creati per lo spazio di internet. In questa occasione entrambi gli artisti sono stati invitati a partecipare al lancio della piattaforma negli spazi di Glassbox con la produzione di un’opera che rispondesse al progetto presentato sul web. I due interventi hanno toccato i temi della memoria e del sapere, mentre l’installazione di Consani a Tokyo ha proposto una riflessione sulla storia del sistema capitalista occidentale e sulla ritrasmissione della storia da parte dei media. Espoarte ha domandato all’artista livornese impressioni e sensazioni di questo periodo lavorativo densissimo, raro.

Michelangelo Consani, Nove elefanti bianchi e una patata, Side 2 Gallery, Tokyo
Da quale stato d’animo, da quali idee nascono le tue due ultime personali tra Tokyo e Parigi?

Voglia di “futuro”, questo è il sentimento che anima questi due nuovi progetti.

L’ultima volta che hai esposto in Giappone era il 2010. Come hai trovato, a quasi tre anni di distanza, il paese, culturalmente e artisticamente, quali cambiamenti – a pelle  hai notato?
Sono andato per la prima volta in Giappone per la Triennale di Aichi a Nagoya nell’aprile del 2010 e, successivamente, per tutto il mese di agosto sempre dello stesso anno. Si trattava del primo grande appuntamento di rilievo mondiale al quale ero stato invitato con l’incarico di produrre una nuova opera. Insieme al mio, altri cinquanta progetti eseguiti da artisti del calibro di Franz West, Yayoi Kusama, Cai Guo Qiang, Yang Fudong, Adel Abdessemed, solo per citarne alcuni. La mia attenzione era solo riposta sul mio lavoro. Non ho quindi vissuto la scena culturale ed artistica giapponese; mi sono relazionato con artisti giapponesi, come ad esempio Shimabuku, con il quale ho trovato un’ottima sintonia umana e intellettuale, ma tutto si è svolto nell’ambito di una piattaforma internazionale. Il Giappone di allora era per me alieno e si mostrava nel suo rigore e nelle sue certezze socio-economiche, certezze che sarebbero state messe di lì a poco a dura prova dal disastro nucleare di Fukushima. Oggi, tre anni dopo, sono tornato in Giappone grazie alla collaborazione nata con la Galleria Side2 di Tokyo e inizio a muovere i primi passi verso la conoscenza della complessa situazione artistica nipponica che si sviluppa nel contesto di un paese che sta attraversando una grande trasformazione sociale.

Michelangelo Consani, The Caspian Depression, 2013,  marmo nero del Belgio, legno, patate, colore, dimensioni variabili, Courtesy Side 2 Gallery, Tokyo

Quali temi affini hai sviluppato per gli spazi? E quali le diversità?
I due progetti sono molto diversi tra loro. Il mio interesse per la storia e per il tempo in cui viviamo crea, a tratti, punti di connessione. Il progetto che ho concepito per la mostra a Tokyo, mira a far conoscere al pubblico alcuni grandi personaggi – nove per l’esattezza, Masanobu Fukuoka, Fela Kuti, Nikola Tesla, Ivan Illich, Rachel Louise Carson, Barbara Kerr, Kenji Miyazawa, Pier Luigi Ighina, Nader Khalili – che mi trovo costretto a definire minori perché la “Storia” li ha relegati al margine, in quanto personaggi “scomodi” per il sistema economico politico dominante. Una moltitudine variegata di individui – scienziati, agronomi, filosofi, attivisti, ne ho scelti alcuni ma ne potremmo ricordare tanti altri – che con le loro idee possono aiutarci nel processo di trasformazione dell’ormai logoro sistema capitalistico globale.
Il progetto parigino parte da una riflessione sul concetto di Archivio e di Memoria. In realtà può definirsi come un progetto-evento funzionale a supportare il lancio di www.pastforward.it, una piattaforma online di progetti d’artista e di ricerca teorica creata da Francesca Zappia. Il suo scopo è quello di interrogare la trasmissione della memoria e le strategie di fabbricazione di nuove forme di sapere nell’arte contemporanea. La curatrice si domanda in che modo si possa rileggere il passato e reinterpretare il presente in un’epoca in cui i media ritrasmettono un’immagine sempre più effimera della storia; quale sia il rapporto con la tradizione dell’arte della memoria, nel suo legame ancestrale con l’immagine; ed ancora, si interroga su cosa si costruisce il ricordo personale, e come si forma il ricordo collettivo. Questi sono i temi che Zappia si propone di sviluppare all’interno della piattaforma e su quali anch’io ho lavorato per questa prima presentazione.

Michelangelo Consani, Bussola, 2014, ceramica cruda, legno, dimensioni variabili, Courtesy Side 2 Gallery, Tokyo

Come sei stato accolto dal pubblico di Parigi, hai notato quale tipologia di collezionismo i tuoi lavori hanno incuriosito?
Glassbox, lo spazio espositivo che ha ospitato la mostra francese, si trova nel quartiere di Mènilmontant. Un quartiere effervescente, ricco di locali e spazi espositivi animati dalla presenza dei cosidetti “bobo” parigini (bohemien-borghesi) che amano frequentare questo arrondissement negli ultimi anni. Quindi direi che il pubblico è stato prevalentemente giovane e colto.

L’elemento organico si insinua con una delicatezza e una fermezza unica, all’interno degli ultimi lavori allestiti, che cosa rappresenta per te, ad esempio, la gemmatura di un tubero nei confronti dell’elefante bianco?
L’elemento organico, in modo particolare “la patata colorata” è molto presente nei miei ultimi lavori. Possiamo considerarla come un elemento di rappresentazione scenica del progetto che, come un qualsiasi altro elemento (disegno, scultura in senso classico, video), funziona da tramite per raccontare una particolare storia all’interno dello spazio deputato all’arte. Una forma di scultura vegetale che ha una vita propria che si rapporta con un macrosistema più grande rappresentato dall’opera stessa. L’elefante bianco invece è un pretesto per ragionare sulle differenze tra cultura orientale e cultura occidentale. In Asia e in Indocina gli elefanti bianchi sono per tradizione un simbolo di buon auspicio e di prosperità. Nei paesi anglosassoni, al contrario, l’appellativo “elefante bianco” viene dato a lussuosi beni o a imponenti progetti, i cui eccessivi costi di realizzazione e gestione non sono compensati dai benefici che danno o che potrebbero dare nel caso non siano stati realizzati. Il progetto che ho presentato alla Gallery Side2 gioca sul doppio significato di questa espressione.

Michelangelo Consani, The Caspian Depression, 2013, marmo nero del Belgio, legno, patate, colore, dimensioni variabili, particolare installazione, Courtesy Side 2 Gallery, Tokyo

Potresti svelare i tuoi programmi futuri? Dove e quando potremo vederti nuovamente in Italia?
A primavera durante la Biennale di Berlino farò una personale nello spazio Zirkumflex curata da Kunstverein Milano. In Italia ho in programma una personale nello spazio milanese di Prometeo Gallery.

Potresti formulare un augurio, un pensiero che accompagni questo tuo periodo pieno di riconoscimenti?
Speriam che duri!!!

Michelangelo Consani. Nove elefanti bianchi e una patata

17 gennaio – 28 febbraio 2014

GALLERY SIDE 2
Roppongi Minato-ku, Tokyo (Giappone)

Info:
www.galleryside2.net

Condividi su...
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Questo sito utilizza i cookies per migliorare la tua esperienza di navigazione. Se continui a navigare accetterai l'uso di tali cookies. Maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi