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Le “Principesse” o come le definisce Marco Grassi, le “Monnalise” vanno dritte per la loro strada. Non facciamoci “tradire” dalla volubilità e dalla dolcezza energica del colore, le donne ritratte da Grassi sono lo specchio incantato di una ricerca coerente e concentrata, anche se non circoscritta, sull’universo femminile.
L’artista continua il suo percorso. Non si è troppo lontani da Kissing the pink, quando Matteo Galbiati scriveva che «la gente sente ancora il bisogno di trovare riparo e conforto nelle figure dell’arte, perché ci sia qualcosa capace di chiarezza». Una chiarezza che Grassi trova, oggi, nei modi e nell’intensità del suo dipingere.

Francesca Di Giorgio: Nel testo critico che accompagna la tua personale da LEO galleries, Matteo Galbiati pone l’accento sui binomi figura-soggetto, colore-tecnica per invitare a catturare nel profondo il tuo sguardo. Di cosa subisci il fascino?
Marco Grassi: Guardo il mondo in chiave estetica: sono affascinato dal bello e tutto ciò che può diventare bello, attraverso l’immaginazione e la sua trasposizione in tela. Con il filtro dei miei occhi cerco di cogliere gli elementi più intimi e al contempo più eclatanti di una certa umanità.

Be My Princess segna un’importante assenza nel tuo modo di operare: quella del disegno, componente fondamentale nei tuoi lavori precedenti. Quale necessità ti ha portato a questa scelta e cosa ti permette di raggiungere?
Non tracciando le figure cerco di cogliere il soggetto che rappresento facendolo emergere dalla propria realtà, che non è descritta ma esiste: il soggetto non è quindi marcatamente avulso da un contesto. Non voglio che chi guarda interpreti la raffigurazione del soggetto, l’immaginazione può spaziare a seconda della realtà da cui il soggetto proviene, che senza la traccia disegnata è evocata in modo evanescente e soggettivo.
Le ragazze di Be My Princess sono delle moderne Monnalise che mantenendo l’aria discreta del passato partono alla conquista della contemporaneità.

Ci sono “novità” anche dal punto di vista del colore…
Il mio è un mosaico di grandi spatolate che fa da sfondo a una scacchiera di rosa, lilla, azzurro e verde, sulla quale i corpi sono delineati dal contrasto che si genera.
Il colore non ha mai novità, è l’uso che ne fai che ne cambia i canoni, quindi per me dare importanza ad un solo colore è come riuscire attraverso la pittura a delimitare i vari racconti, per le persone è più riconoscibile il senso del discorso, quindi anche in questo caso il colore è mezzo di chiarezza.

Quando si parla di pittura, ancor più se figurativa, si alza uno stuolo di considerazioni e polemiche che affonda le radici in un genere che in Italia ha avuto alterne fortune e a più riprese è passato al vaglio di pratiche revisioniste e non. Per mettere a tacere le polemiche e fuggire vuote definizioni Duke Ellington diceva «ci sono due tipi di musica: la buona musica e tutto il resto»…

La pittura, figurativa e non, deve suscitare emozioni, come ogni forma d’arte. Che esse siano di natura polemica o di lode, poco conta: essa ha già raggiunto il suo scopo.
Considerazioni e polemiche fanno parte della vita di ognuno, non credo che sia un attacco preciso ad un qualcosa ed in questo caso al figurativo, di fatto è che ognuno di noi trova la sua chiave di espressione e per ora questa è la mia. Domani si vedrà.

La mostra in breve:

Marco Grassi. Be My Princess

a cura di Matteo Galbiati

LEO galleries

Via De Gradi 10, Monza

Info: +39 331 41433031

www.leogalleries.com

Fino all’8 maggio 2010
Per tutte le immagini:
Be My Princess, 2010, olio su tela, cm 140×185

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