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Intervista a Marco Demis di Elena Baldelli

Purezza, sacrificio, soglia, fragile monumentalità, altari: sono alcune delle parole che Marco Demis espira per trasmettere quella determinata sensazione che, chi non ha visto non può comprendere, se non attraverso parole contornate da misteriosa ritualità. Le opere di Demis non accolgono chi osserva, non c’è assimilazione, non può esserci rapporto… le “vergini dalla pelle nivea” che stanno di fronte agli occhi di chi ha visto, non vivono un plesso spazio-temporale, non  infondono in colui che osserva la sensazione di un “io posso”, ma fluttuano in una dimensione indefinita e indefinibile, troppo lontana per essere raggiunta…

Elena Baldelli: Perché utilizzare l’altare come legante delle opere presentate da GiaMaArt?
Marco Demis: Per l’idea di purezza e sacrificio. Il senso del rituale è altro rispetto all’identità del soggetto, alla vittima si attribuisce un valore di ignara soglia fra la terra e il cielo. I miei soggetti sono idealizzati, da un lato elevati e dall’altro svuotati per arrivare a questa condizione. La vittima e il carnefice sono inconsapevoli del motivo, se non del ruolo condiviso dal rituale, messo in scena con figure e oggetti singolari che, nel loro immolarsi, diventano avulsi da ogni contesto o vissuto. Il mio lavoro serve ad esorcizzare una condizione di incompiutezza; la seduzione di questi soggetti nasce dalla tensione che scaturisce dalla loro intima fissità, dalla loro fragile monumentalità.

Come ti sei accostato a questo tipo di rappresentazione in cui il disegno assume un ruolo di primo piano, prevalendo su un colore che mantiene tonalità tenui? Potresti ripercorrere con noi il processo che ti ha portato sino ai lavori di oggi, sino ad Altari?
Il disegno serve a mantenere il soggetto in un ambito ideale, trascendente. I soggetti emergono remoti, incastonati come dei fossili, delineati pur senza essere scissi dall’“intorno”, con-fusi. Il volto non si stacca dal cielo, dalla corteccia dei tronchi o dalla tappezzeria. La scelta di una pittura tendente al monocromo è per dar luogo ad un filtro malinconico, ad uno sguardo che sembra essere su un trascorso, ma che ancora muove il presente. La tavolozza è fredda, pur mantenendo un’atmosfera avvolgente. La volontà è quella di non cadere nell’espressione, mantenendo un certo distacco per arrivare alla tensione per il rimosso e il “non detto”.

Chi sono le tue “vergini dalla pelle nivea”? Perché hai focalizzato un intero percorso artistico sulla loro immagine?
Nei soggetti rivedo me stesso e dei rimandi al mio passato, sono una collezione di relazioni personali, ordinata ed insensata.

Quali artisti incrociano il tuo essere? Chi ti ritrovi spesso ad osservare della storia dell’arte del passato e chi ti incuriosisce di quella contemporanea?
Credo che l’arte, per avere caratteristiche di qualità e condivisione, debba essere “novantiqua”, appartenere al proprio tempo ed avere un rapporto di continuità con il passato. Rifletto sulle mie radici italiane, sulla linea del disegno che passa attraverso Botticelli e Modigliani e alla pittura tonale che nasce con Bellini. Dei moderni guardo molto Morandi, soprattutto da un punto di vista tecnico. Quanto ai contemporanei, gli spunti sono molteplici, sia per analogia che per contrasto.

Hai già in programma progetti futuri?
Questo mese con GiaMaArt oltre alla personale, la partecipazione alla fiera AAM – arte accessibile Milano, nella sede del Gruppo 24Ore; una collettiva, Tempo al tempo, da ARTcore Gallery a Bari; una mostra benefica da Christie’s con Wannabee Gallery (Asta UMAV); la mostra itinerante Sto disegnando!, a cura di Michael Rotondi da Underdog Studio Modena; in futuro nuovi progetti con Ivan Quaroni e il gruppo Italian Newbrow.

La mostra in breve:
Marco Demis. Altari
a cura di Ivan Quaroni
GiaMaArt studio
Via Iadonisi 14, Vitulano (BN)
Info: +39 0824 878665
www.giamaartstudio.it
26 marzo – 25 maggio 2011

In basso, da sinistra:
“Il pavone, la teiera e la bambina”, 2011, olio su tela, cm 100×100
“Senza titolo”, 2011, olio su tela, cm 85×100
In basso, da sinistra:
“Senza titolo”, 2010, olio su tela, cm 80×95
“Senza titolo”, 2011, olio su tela, cm 100×100

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