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REGGIO EMILIA | Galleria Parmeggiani | 11 maggio – 24 giugno 2012

Intervista a MARCO BOLOGNESI di WALTER GUADAGNINI

Bolognesi non può che definirsi fotografo, infatti, ma in un’accezione strettamente legata al tempo presente e ai suoi strumenti, attraverso i quali è possibile compiere gli spettacolari tour de force tecnologici che danno vita a queste immagini. Bolognesi fotografa, e in maniera ossessiva, i suoi personaggi, le sue scene, i suoi pupazzetti e le sue biglie colorate, ma al termine del processo di costruzione ed elaborazione dell’immagine nasce un oggetto la cui natura fotografica si è irrimediabilmente mischiata con quella performativa, cinematografica, pittorica, sottese sin dall’origine alla creazione di questo universo. L’artista, che ha vissuto e a lungo operato a Londra, sfrutta soprattutto le potenzialità tecniche legate alla realizzazione di scene estremamente complesse e ricche di particolari; a differenza di altri autori della sua generazione, non insiste sul rapporto tra realtà e finzione, o sulla manipolazione della realtà in chiave di sospensione del giudizio sul visibile e sul rappresentabile. Bolognesi dichiara immediatamente la falsità, l’artificialità del suo universo, non trae in inganno lo spettatore, piuttosto lo attira con una spettacolarizzazione dell’immagine che nulla nega al piacere visivo, al gusto di immergersi in una narrazione tanto più affascinante quanto più improbabile.

Le tue figure sinora non avevano mai rapporti diretti con la realtà quotidiana e sociale; in Humanescape invece vi sono riferimenti espliciti agli avvenimenti dell’attualità. Perché questa scelta?
Humanescape
segna sicuramente un passaggio importante nel mio modo di fare arte. Come sempre succede nella mia storia, i cambiamenti biografici si ripercuotono nel mio mondo produttivo, e il ritorno in Italia ha modificato la mia visione artistica.
Credo che in un momento come quello che viviamo, caratterizzato da una forte crisi economica, da importanti cambiamenti politici e che vede lo sviluppo di nuove masse in protesta sia sempre più necessario affrontare temi quotidiani e attuali.
Se nel passato il centro della mia analisi verteva sulla modificazione dell’individuo, la chirurgia estetica, con il progetto Cyborg Face, e gli OGM con il progetto Woodland, oggi scelgo di concentrare la mia attenzione sul mondo e il paesaggio che circonda gli esseri umani.
Così si affacciano nelle mie opere quelle problematiche che la società è costretta, volente o nolente, ad affrontare e con cui deve fare i conti: i rifiuti, le scorie tossiche, le proteste civili e i disagi dettati dalla disoccupazione, la mancanza di libertà e la solitudine, la spettacolarizzazione della violenza e il dibattito su ciò che è il socialmente accettabile.

Quella che tu fai si può ancora considerare fotografia, o è ormai qualcosa di diverso, in cui la fotografia ha un ruolo importante ma non unico?
È ancora fotografia nel senso che le opere sono frutto di centinaia di scatti assemblati insieme a costruire quei 14 quadri che compongono Humanescape, ma insieme è qualcosa che va oltre. Il progetto nasce con schizzi e disegni, alla sua origine ci sono molte ore passate a immaginare e comporre questo mondo fatto di complesse strutture di meccano e decine di scenette da diorama. Un collage digitale, che si ispira ai fotomontaggi di Max Ernst degli anni venti a quelli di J. Heartfield degli anni trenta e al collettivo artistico russo contemporaneo AEF+S.

Hai spesso fatto riferimenti al cinema, al fumetto e alla letteratura nel descrivere il tuo lavoro: anche in questo caso esistono rimandi più o meno diretti a quegli universi? Se sì, quali?
Cinema e fumetto sono i miei universi di riferimento quindi sì, anche in questo lavoro, sono andato ad attingere da quei mondi. Il mio primo riferimento cinematografico a cui ho guardato è un classico della fantascienza “Attack of the 50 foot woman”, una pellicola del 1958 di Nathan H. Juran. Questo b-movie si inserisce in quel filone cinematografico di genere che negli anni ’50 esplorò il tema del gigantismo. Il regista però, invece di dare al suo eroe negativo le fattezze scimmiesche di King Kong, o di un dinosauro, alla maniera di Gozilla, decise di rappresentare il mostro con sembianze umane. Erano tutti mostri-colossi che combattevano contro una civiltà piccola e indifesa, ma in questo film la forza distruttrice è consegnata nelle mani di un’avvenente donna.
Fra cinema, fumetto e le tante manifestazioni della cultura Pop, mi sono lasciato attrarre prima da Giganta, un personaggio della Dc Comics, presente nelle avventure di Wonder Woman come sua nemica giurata; in seguito, fra i personaggi del recente film di animazione Alien & Monster, da una ben più scanzonata Ginormica.

Che ruolo ha la donna in queste immagini? È una persona o ha più che altro un valore simbolico?
La donna è un elemento sempre presente nel mio lavoro e in questo caso assume il ruolo di simulacro dell’individuo contemporaneo completamente immerso in una rappresentazione della realtà che è finta. Unico elemento naturale all’interno delle composizioni, il suo essere nuda, bianca e senza capelli, spogliata della sua origine etnico-sociale per diventare simbolo e dare la possibilità allo spettatore di sviluppare un sentimento di immedesimazione.

Marco Bolognesi. Humanescape
a cura di Walter Guadagnini

Galleria Parmeggiani
Interno 1,  corso Cairoli, Reggio Emilia

11 maggio – 24 giugno 2012

Orari: venerdì 11 maggio ore 18.00-24.00; sabato 12 e domenica 13 maggio ore 10.00-24.00.
Dal 17 maggio al 24 giugno, martedì-venerdì ore 9.00-12.00, sabato, domenica e festivi ore 10.00-13.00 e 16.00-23.00. Chiuso il lunedì
Info:
Ufficio stampa Bomar Studio
– Valentina Ferretti – +39 348 7305762
valentina.valfer@gmail.com

stampa@marcobolognesi.co.uk
www.humanescape.it
www.bomarstudio.com

www.marcobolognesi.co.uk

Galleria di riferimento Bonioni Arte www.bonioniarte.it

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