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MILANO | Museo Diocesano Carlo Maria Martini | Fino all’8 aprile 2018

Intervista a LUCA GILLI di Matteo Galbiati

Si apre a Milano al Museo Diocesano Carlo Maria Martini un’importante mostra monografica che ha per protagonista Luca Gilli (1965). Con il progetto Di/Stanze si conferma la grande intensità poetica dell’artista, capace di suggestionare lo sguardo spingendolo oltre i propri limiti di percezione fisica. In un mondo diafano, trasparente, sfuggente, le immagini vivono di un’anima fortissima che trascende la velocità consumistica con cui siamo abituati a fagocitarle oggi. Gli scatti raccolti, molti dei quali completamente inediti, ci portano, inoltre, nel profondo di visioni che scardinano la consueta narratività con cui siamo abituati ad intendere il linguaggio fotografico. Nel poco si assimila il tutto, e, quando tutto sembra sparire (o affiorare), solo allora i nostri occhi si accorgono di riuscire a guardare.
Abbiamo incontrato Luca Gilli per questa intervista, raccogliendo la sua testimonianza tanto sulla mostra, quanto sui contenuti lirici del suo lavoro e della sua ricerca. Riportiamo lo scambio, intenso e sensibile, specchio del valore di queste opere e delle virtù del loro esecutore:

Come nasce il progetto della mostra Di/Stanze?
Questo progetto nasce da una brillante idea del curatore Matteo Bergamini, che ha preso forma attraverso un confronto intenso tra noi e con la gallerista Paola Sosio. A loro va il mio ringraziamento. Il risultato è un percorso espositivo nuovo e suggestivo, con numerose fotografie mai esposte prima d’ora.

Luca Gilli, Blank #8258, 2011, Courtesy Paola Sosio Contemporary Art

Luca Gilli, Blank #8258, 2011, Courtesy Paola Sosio Contemporary Art

Sono presenti due diverse serie di lavori, Incipit e Blank: cosa le contraddistingue? Come si legano tra loro nel complesso della tua ricerca e rispetto al progetto espositivo?
La serie Blank è quella che diversi anni fa ha segnato una svolta nella mia ricerca fotografica. Si tratta di un progetto ancora aperto che ha per soggetto l’interno di cantieri edili perlopiù anonimi. Incipit si muove nello stesso ambito generale, ma è una serie specifica dedicata al divenire del padiglione della Santa Sede a Expo Milano 2015. Ciò che le contraddistingue è soprattutto la specificità dei luoghi, la loro contingenza spazio temporale, ad accomunarle è l’uso personale della luce e del mezzo fotografico nonché il mio intento espressivo. Come scrive perfettamente Matteo Bergamini nel suo saggio critico “Nella loro algidità questi scatti si pongono in un orizzonte che sembra rubato al mistero dell’iconografia che ricorda le parole de Le Porte Regali di Pavel Florenskij. Sono fotografie lontane da una celebrazione fisica, dalla carnalità, al confine tra mondo visibile e invisibile, dove gli espedienti della prospettiva sono annullati a favore di una visione oltre il limite”.

Luca Gilli. Di/Stanze, veduta della mostra, Museo Diocesano Carlo Maria Martini, Milano

Luca Gilli. Di/Stanze, veduta della mostra, Museo Diocesano Carlo Maria Martini, Milano

Cosa racconta e ricerca il tuo sguardo di fotografo?
Probabilmente la mia ricerca parte dall’urgenza che avverto a livello generale e personale di dare più spazio ai modi e ai tempi “biologici” dell’esperienza reale, delle relazioni fisiche, dell’assimilazione e della riflessione. Rallentare, andare controcorrente rispetto al vortice virtuale, alle accelerazioni parossistiche che ci incalzano ovunque; lasciare interagire la propria fisicità con quella del mondo a ogni livello, dare spazio alla memoria e al pensiero per valicare l’effetto anestetico prodotto dalla velocità e dalla consuetudine proprio partendo dalle cose e dai momenti quotidiani, da quelle cose e quelle situazioni prive di una bellezza “canonica” primaria. La vita può essere intensamente profonda e perturbante anche nel quotidiano, ma siamo diventati troppo miopi e non ce ne accorgiamo.

Si sottolinea spesso il tema della “pittoricità” parlando delle tue opere. Ci spieghi questo imprinting formale che si deduce dalle tue immagini? Da cosa deriva?
La fotografia è figlia della pittura e, nel tempo, il loro rapporto, così come avviene tradizionalmente tra genitori e figli, si è dimostrato conflittuale, scandito da un’alternanza di periodi di amore e odio. Quello fotografico è un gesto, per così dire, più sintetico e tecnologico, mentre quello pittorico è più analitico e “manuale”. In ogni caso, per entrambe le discipline, anche se in termini notevolmente diversi, la realtà è sempre solo un punto di partenza e mai un arrivo. Premesso che il presunto realismo associato alla fotografia è di complessa derivazione sociale e culturale a partire da un “archetipo” tecnico-tecnologico, voglio considerare oramai definitivamente superata la convinzione che una fotografia, analogica o digitale che sia, possa essere la “fotocopia esatta” di un frammento di realtà. Oggi dovremmo aver raggiunto la piena consapevolezza che ogni fotografia è sempre, e inevitabilmente, una trasfigurazione della realtà: è un punto di vista soggettivo tecnico-tecnologico e psicologico sulla realtà, con tutte le magnifiche e quanto mai feconde distorsioni/alterazioni che ne conseguono. Detto questo, l’estrema lentezza del mio agire fotografico, il superamento di consueti, e forse oramai un po’ troppo stereotipati, canoni tecnici e formali, una certa predisposizione alla frequentazione dell’“errore”, alla risonanza simbolica e al cortocircuito formale, così come alcuni riferimenti culturali che forse trapelano dalle mie fotografie, sono probabilmente gli aspetti principali che giustificano l’utilizzo del termine “pittoricità”.

Luca Gilli, Incipit #9701, 2015, Courtesy Paola Sosio Contemporary Art

Luca Gilli, Incipit #9701, 2015, Courtesy Paola Sosio Contemporary Art

Luce e percezione, finito e infinito, limite e libertà, chi le osserva entra in contatto con una progressiva rarefazione astratta della verità del visibile; come ti regoli rispetto a questo?
La mia è una rarefazione, una trasfigurazione “precisa” che parte esattamente da quella che noi chiamiamo realtà, senza peraltro sapere bene di cosa si tratta, e, per così dire, la rispetta, la prende per mano per quello che è e l’accompagna lentamente nel territorio fertile e misterioso del limite, della leggerezza, dell’ambiguità. Mi affascina trasformare il cantiere in un luogo di apparizioni sorprendenti “sul confine labile tra visibile e invisibile, tra colore e non colore, tra bidimensionalità e tridimensionalità”, come scrive acutamente Walter Guadagnini nel suo saggio dedicato al progetto Incipit.

Per questo, personalmente, ammiro sempre la profondità meditativa che affiora dalle tue opere, che si smarca da una dimensione fisica e diretta e si apre al mistero di un altro, diverso, orizzonte interpretativo…
Dal mio punto di vista, nelle fotografie, la qualità della luce, i vuoti e l’essenzialità della composizione e dei soggetti conducono, lentamente e “naturalmente”, oltre il livello descrittivo per suggerire, per evocare, per portare altrove. Proprio la luce, madre in fotografia – e non solo – che genera e accoglie ogni cosa, è per me un tramite privilegiato tra la trascendenza personale e il mondo esterno delle apparenze e delle sostanze. Così, le cose, le forme e gli spazi semplici, banali, in quanto essi stessi, ci possono sorprendere, possono diventare potenziali, possono generare stimoli nuovi che accompagnano verso la dimensione di quel silenzio costitutivo, di quella “parola che manca”, che è predisposizione all’ascolto, alla percezione e all’interazione, che è la parte più profonda, libera e vera di noi stessi, che è la radice vitale della nostra specificità di esseri trascendenti.

Luca Gilli. Di/Stanze, veduta della mostra, Museo Diocesano Carlo Maria Martini, Milano

Luca Gilli. Di/Stanze, veduta della mostra, Museo Diocesano Carlo Maria Martini, Milano

Che compito ha la fotografia (sperimentale, artistica, di ricerca, documentaristica, ecc…), oggi, in un’epoca dominata dal consumo svelto delle immagini?
La funzione sociale e culturale della fotografia giornalistico-documentale è sicuramente fondamentale. Ma la fotografia ha tante facce, e ognuna è importante.
Oggi assistiamo anche a dinamiche nuove, che vanno studiate e approfondite, legate alla diffusione e alla condivisione delle fotografie sulla rete e all’uso come fotocamera di quella specie di protesi fissa che è diventato il telefonino. Marshall McLuhan già negli anni sessanta diede dell’epoca della fotografia la definizione più che mai attuale del “bordello senza mura”, dove tutto è mostrato a tutti senza più alcuna intimità e alcun pudore.
In ogni caso, una delle potenzialità che reputo ancora particolarmente importante per la fotografia è proprio quella di essere una pausa, di incidere poeticamente nella pausa, di potersi soffermare, e di poter fare soffermare, sulle cose e sugli accadimenti reali, di poter coinvolgere, di poter riflettere e far riflettere con il tempo, il silenzio e l’intimità necessari; di poter essere un efficace strumento d’indagine, di riflessione e conoscenza, lento e verticale, sia a livello introspettivo, personale, che collettivo, sociale.

Dopo la mostra di Milano quali altri progetti hai in cantiere?
Progetti ce ne sono diversi, alcuni già partiti, ma è ancora prematuro parlarne. Certamente ci sono già contatti per portare Di/Stanze in altre sedi prestigiose.

Luca Gilli. Di/Stanze
a cura di Matteo Bergamini
in collaborazione con Paola Sosio Contemporary Art, Milano

9 febbraio – 8 aprile 2018
Inaugurazione 8 febbraio 2018 ore 18.00

Museo Diocesano Carlo Maria Martini
Corso di Porta Ticinese 95 (ingresso da piazza Sant’Eustorgio 3), Milano

Orari: da martedì a domenica 10.00-18.00; chiuso lunedì (eccetto festivi); la biglietteria chiude alle ore 17.30
Ingresso intero €10.00, ridotto individuale €8.00, ridotto scuole e oratori €6.00 (Museo Diocesano + mostra + Museo di Sant’Eustorgio e Cappella Portinari); intero €8.00, ridotto individuale €6.00, ridotto scuole e oratori €4.00 (Museo Diocesano + mostra)

Info: +39 02 89420019; +39 02 8940267
info.biglietteria@museodiocesano.it
www.museodiocesano.it

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