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MILANO | Ciocca Arte Contemporanea | 16 ottobre – 13 dicembre 2014

di CRISTINA CASERO

Sin dai primi anni Settanta comincia ad emergere, anche in Italia, la consapevolezza di come l’idea femminile che il sistema  soprattutto quello della comunicazione mediatica, che ha assunto in seno alla cultura di massa un ruolo molto importante – propone, a vari livelli, derivi da una visione della donna per molti versi canonica, tradizionale e  soprattutto “maschile”, quando non apertamente maschilista.

Nicole Gravier, Mythes et Cliché, 1976

Quella che viene veicolata, soprattutto a livello visivo, è un’immagine femminile in cui molte non riescono più ad identificarsi, che corrisponde più propriamente a come l’uomo vede la donna, o meglio ancora, a come vorrebbe che fosse, in una sorta di proiezione manipolatoria. Tali riflessioni, per altro, fondandosi sull’ambiguità dell’immagine, si pongono in linea con quanto, in quel momento, viene da più parti teorizzato in merito all’immagine fotografica tout court, che non può più essere ingenuamente percepita come una semplice testimonianza di realtà, bensì si rivela essere la “più sociale delle istituzioni”, come ebbe giustamente a dire Roland Barthes.
Tomaso Binga, Carta da parati, 1977In questo contesto culturale, caratterizzato da una profonda riflessione sull’immagine, sulla sua natura e sul suo valore espressivo, le teorizzazioni femministe, che si vanno in quegli anni diffondendo, ben si coniugano con le diffuse istanze di rilettura dellimmagine e sfociano nelle ricerche di tante artiste e fotografe, capaci di proporre con i loro lavori un nuovo e diverso modello di femminilità che, oltre le convenzioni, i cliché e i desideri altrui, si offre come il frutto di uno sguardo sincero e spontaneo delle donne su se stesse. Tra loro, certamente, ci sono Tomaso Binga (Bianca Pucciarelli Menna), Nicole Gravier e Paola Mattioli, protagoniste della mostra allestita negli spazi della Galleria Ciocca Arte Contemporanea e curata da Raffaella Perna.
I lavori proposti, autoritratti intesi come operazioni di riappropriazione di sé e della propria immagine,  sono realizzati attraverso la fotografia: essa, infatti, risulta essere lo strumento più appropriato per un lavoro sull’identità, poiché è un mezzo che consente alle donne di guardarsi – appunto, come in uno specchio – e di restituire la realtà dal loro punto di vista, che risulta alternativo, antagonista, pur essendo spesso soltanto “vero”.
Come fa Paola Mattioli nelle opere esposte, un autoritratto e una serie di ritratti di Diana Bond che, in quanto ritratti di donna fatti da una donna, nell’identificazione di genere che si compie tra soggetto e oggetto, diventano anch’essi, in senso lato, autoritratti femminili. Le ricerche condotte da Nicole Gravier nella seconda metà degli anni Settanta, come testimoniano i pezzi in mostra, sono invece più esplicitamente mirate a denunciare e a smontare, non senza ironia, la retorica dei media, soprattutto quelli destinati per definizione ad un pubblico femminile, come i fotoromanzi.

Tomaso Binga, Donna in gabbia, 1974

Anche nei lavori di Tomaso Binga è evidente una riflessione sulla condizione della donna che viene portata avanti sul piano dell’immagine: penso a Donna in gabbia, un’opera del 1974 che perfettamente restituisce con un’immagine lo stato di costrizione che attanaglia le donne.
Questa mostra, così, si rivela un’ottima occasione per riflettere su temi e questioni che hanno impegnato molte donne in passato, che hanno avuto fertili sviluppi in ambito artistico e che sono, purtroppo, ancora oggi molto attuali.

Looking Glass: Three Feminist Ways to Self-Portrait
a cura di Raffaella Perna

16 ottobre – 13 dicembre 2014

Ciocca Arte Contemporanea
Via Lecco 15, Milano

Orari: da martedì a venerdì 14.30-18.30 o su appuntamento

Info: +39 345 9059834
gallery@rossanaciocca.it
cioccagallery@gmail.com
www.rossanaciocca.it

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