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L’artista torinese Laura Pugno è in mostra da agenzia04 a Bologna con una personale incentrata sulla sua ultima ricerca.
Dalla statement di presentazione nel suo portfolio leggiamo: «Il mio interesse è rivolto allo stretto rapporto che si crea tra la natura e l’uomo, dove le possibilità di trasformare e dominare il territorio naturale innescano questioni ambientali e sociali […]». Osservare il territorio e la sua continua evoluzione diventa per l’artista una ricerca nel pieno del suo significato: riconsiderare il suo ruolo d’artista e con esso rivedere i rapporti con ciò che la circonda nel quotidiano. Lo spostamento, reso ormai meno necessario dai nuovi mezzi tecnologici, internet in primis, non esclude però l’esercizio, necessario, invece, ad attivare un processo di esplorazione e conoscenza più profonda delle cose del mondo, visibili ed invisibili.

Francesca Di Giorgio: Esercizi di percorrenza è il nome dato al tuo ultimo ciclo di lavori dove l’esercizio prevede una pratica che è, sempre e comunque, movimento, spostamento non necessariamente fisico… Una sorta di allenamento? Se si, destinato a cosa?
Laura Pugno: Il traguardo, che mi sono prefissata, è racchiuso nelle opere intitolate esplorazioni. Ho iniziato a sviluppare questi lavori intervenendo sul vetro delle cornici e sulla cornice stessa con pennarelli, spray e pellicole trasparenti colorate. Ho voluto indagare un nuovo luogo, appropriandomi di spazi, che si è soliti considerare contenitori di arte, con l’atteggiamento di un esploratore che occupa della terra conquistata tracciando dei segni sul terreno.
Le superfici sono diventate il luogo della mia riflessione dell’agire, non più solo dei meri spazi bidimensionali, ma un limite a cui riferirsi per ridefinire un ordine e un nuovo confine del linguaggio pittorico e del suo processo.
La pittura diventa il risultato del percorso di trasformazione che il paesaggio iniziale subisce alterandosi fino alla perdita a favore di una nuova immagine mentale.

Perse le coordinate geografiche, quali sono i punti di riferimento di questa esperienza?
Il mio primo stimolo è un’immagine che trovo fra molte e attraverso un disegno arrivo ad una forma di essenzialità, fatta di linee, forme e colori, che definiscono un primo punto di riferimento. Da questo punto in avanti intervengono ulteriori visioni interiori che si sommano alla prima.
Il bagaglio di immagini al quale accedo è costituito da elaborazioni che giungono dalla scienza, dalla chimica, dal design, dall’arte, dai tessuti. Molte texture realizzate sulla carta nascono proprio dalle mie ricerche legate alle componenti chimiche delle molecole dei minerali. Trasferendo nell’arte le leggi strutturali emergono segni microscopici che convivono contemporaneamente con una visione macroscopica.

È impossibile comprendere la vita senza tenere conto della sua forma.
Il modo in cui operi, nella scelta stessa dei materiali e delle tecniche di lavoro, sembra una cross-section, un’analisi stratigrafica che rielabora le strutture della natura, le sintetizza e ne forma di nuove, come se fosse un tessuto, per sovrapposizione di “trama” e “ordito”. Dove inizia il tuo lavoro?

Questo nuovo ciclo di lavori è iniziato nel momento in cui mi sono domandata quale fosse il mio reale rapporto con l’ambiente naturale e la risposta ha evidenziato una progressiva fruizione virtuale e non più fisica del paesaggio. Questa presa di coscienza mi ha condotto a lavorare vedendo nella mia pratica una nuova esperienza conoscitiva del paesaggio.
Ogni lavoro è il risultato di un’azione che dà forma ad un impulso che riconfigura in modo astratto gli elementi da me esplorati.

La forte carica immaginifica del tuo lavoro prende spunto da fatti molto concreti. Cosa ti colpisce della realtà che ti circonda?

L’interesse maggiore è sempre stato verso le mastodontiche costruzioni e trasformazioni che l’uomo ha realizzato sulla Terra, come la diga delle Tre Gole in Cina, o la miniera a cielo aperto di Bingham Canyon in Utah (USA).
Opere smisurate, che nascono dalla relazione tra l’essere umano e l’ambiente naturale, nel momento in cui il primo invade il secondo alla ricerca di risorse.
Proust diceva «per iniziare un nuovo viaggio non bisogna cercare nuove mete, ma nuovi sguardi».

Campo morfico, una tua opera recentissima, richiama alla memoria la teoria di Sheldrake sviluppata sulla possibilità di comprendere i “misteri” della morfogenesi. Secondo le sue conclusioni gli organismi hanno una storia e contengono in sé una memoria. Che valore hanno nel tuo fare pittorico la dimensione del tempo e del ricordo?
Immagino il mio studio come un contenitore all’interno del quale gravitano in continuazione informazioni visibili e invisibili che condizionano i miei ricordi e modificano la percezione dello spazio.
Non riesco a guardare i miei lavori singolarmente ma come un insieme; tecniche in un continuo dialogo e influenzate dalle configurazioni simili, che sono parte di un meccanismo di sperimentazione dove la nuova pittura si fa carico delle esperienze precedenti, in un tempo che continua ad esistere senza definizione spaziale.
Il morfismo è quel processo che trasforma una struttura astratta in un’altra mantenendo alcune caratteristiche strutturali della precedente.
Così come la pittura non è una cosa fissa, ma un mezzo che si ridefinisce costantemente e si estende verso nuovi territori.

La mostra in breve:
Laura Pugno. Esercizi di percorrenza
agenzia04
via Giovanni Brugnoli 19/C, Bologna
Info: +39 051 6490104
www.agenzia04.com
10 aprile – 30 giugno 2010
Inaugurazione sabato 10 aprile 2010 ore 18.00

In alto da sinistra:
Senza titolo, 2010, acrilico, spray, permanent maker e carta su tela, cm 150×150. Courtesy agenzia04
Orizzonte curvo, 2010, acrilico, spray, permanent maker, grafite e carta su tela, cm 120×120. Courtesy agenzia04
Senza titolo, 2009, acrilico, spray, permanent marker, grafite e carta su tela, cm 46×53. Courtesy agenzia04

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