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MILANO | Banca Sistema | 29 gennaio – 26 marzo 2014
POSSAGNO (TV) | Museo Canova | 5 aprile – 11 maggio 2014

Intervista a ALBERTO GIANFREDA  di Ilaria Bignotti

Tremano le terrecotte dello scultore milanese Alberto Gianfreda (1981), ospitato in una personale negli spazi di Banca Sistema all’interno del progetto no-profit Banca SISTEMA ARTE, dedicato alla valorizzazione del patrimonio creativo dei giovani artisti italianiE non tremano solo quelle.
Ogni materiale – marmo, metallo, legno, tessuto – è stato messo a dura prova dal Gianfreda, ogni superficie plastica è chiamata a verificare la tenuta delle immagini che con grande coerenza l’artista ha saputo ideare e formare. Il risultato è una mostra di grande fascino, di sicuro impatto, dove la sapienza scultorea e l’abilità tecnica sono ancora dei valori, capaci di esprimere al meglio la potenza del pensiero poetico.
Perfetti gli spazi espositivi di Banca Sistema sui quali Gianfreda ha – lo si vede bene – a lungo meditato, creando opere inedite e site specific (per me è un time specific nell’ultima risposta provo a spiegarlo), che si snodano in un percorso composito, dall’ingresso all’edificio fino al nuovo spazio dalle ampie vetrate che dà sulla strada, perfetto per opere scultoree, proseguendo poi al piano superiore nelle sale e nei corridoi della Banca.
La mostra, visitabile fino al 26 marzo su invito, dal 5 aprile si sposterà al Museo Canova di Possagno (TV), avendo Gianfreda vinto il prestigioso Concorso Antonio Canova 2012.
Il tutto completato da un catalogo (bilingue italiano e inglese) dell’esposizione a cura di Andrea Del Guercio, direttore Artistico di OffBrera Milano, e con un contributo di Nicola Carrino.
Un impegno importante per Gianfreda, che in anteprima ci ha raccontato la genesi, i messaggi, le prospettive della sua ricerca esposte in mostra.

Alberto Gianfreda, Cassiopea, Andromeda, Cefeo, Costellazioni della famiglia, 2013, terracotte e ferro Foto di Stefano Pasini Courtesy Banca Sistema, Milano

Partiamo dal titolo, Eartquakes. Di sicuro impatto e metaforico. Quale la sua  motivazione?

Earthquakes credo esprima al meglio tantissime cose che accadono oggi, dentro la mia ricerca e fuori da essa. Il progetto espositivo si fonda infatti sul contrasto tra l’età geologica del nostro pianeta, considerato giovane, e il nostro sistema sociale, inversamente vecchio e obsoleto. Entrambi si trovano tuttavia drammaticamente uniti da un destino comune: continue scosse, oscillazioni, crolli. Da qui il titolo della mostra che dunque nella sua primaria accezione fa ovviamente riferimento alla situazione di instabilità del mondo contemporaneo: dal macro al microcosmo, e viceversa. In mostra vi sono metafore di terremoti, anche artistici, nati da veri e propri movimenti e sommovimenti di terre e materiali.

Alberto Gianfreda, La Veste, 2012, marmo di Carrara e ferro, opera per il Concorso Antonio Canova 2012 Foto di Stefano Pasini Courtesy Banca Sistema, MilanoLe opere per questa mostra sono dunque state concepite e realizzate secondo un percorso unitario e si snodano a partire da un nucleo d’origine. Ce ne parli?

Tutti gli elementi scultorei prendono origine da un Epicentro, come ho intitolato l’opera che apre il percorso espositivo. È stata pensata all’inizio, è in terracotta e catene di metallo, le ho cotte insieme, verificando appunto la diversa risposta e la relazione dei due materiali. Epicentro è stata progettata seguendo le forme che scientificamente sono state individuate sulla terra quando colpita dalla scossa sismica: il movimento rotatorio delle placche scultoree infatti riprende i moti della propagazione del terremoto.
Da qui parte il percorso espositivo, avvertendo lo spettatore del tema e lanciando una forza motrice che poi si propaga ed esprime con potenza nella seconda sala che affaccia sulla strada.

Qui il pubblico entra in una dimensione di complessità visiva, come dire, di caos ordinato: è catturato dalla bellezza anche immediata delle opere, eppure lo percorre una sensazione di brivido e di sospensione: ci parli di questo?

Come dice il titolo della mostra, ho voluto visualizzare i crolli dei sistemi contemporanei, delle certezze sulle quali abbiamo vissuto: dalla famiglia al sistema solare. Le mie opere, come rivelano anche i titoli, parlano di questo, a diverse dimensioni: da cieli e galassie che cadono a terra, accasciandosi in frammenti, come nelle costellazioni della famiglia. Diversi  lavori rimandano metaforicamente alla dimensione domestica: tra due nuvole nere con le superfici fatte di tele diversamente formate, pendono lampadari e intrecci di fili elettrici, in una posizione di instabilità. Dodici gambe tornite in legno per un tavolo classico, sono messe a testa in giù, e reggono un intreccio di tessuti decorati. È l’immagine del cielo trovato sotto a un tavolo. Allusioni più o meno esplicite sono possibili, così come questo lavoro, con il numero dodici, rimanda al tema del sacro e dell’Ultima cena ma a gambe all’aria.
Frammenti di marmo intrecciati in una rete metallica crollano dal cielo e si adagiano sui cavalletti: è la Via Lattea, mitologicamente immagine di unione tra il mondo de morti e quello dei viventi.
E poi a terra vi sono le famiglie di stelle, metafore del cielo e della terra, di noi e dell’Universo.
Il progetto espositivo raccoglie un gruppo di sculture articolato e formalmente eterogeneo con un importante presenza  di lavoro artigianale, che non riporta al problema del fare con la mano ma al desiderio di raccontare la situazione di un territorio. Ci sono lavori in tessuto dei setifici della Brianza comasca, i legni lavorati dalle falegnamerie locali e il cotto lombardo.

La mostra dichiara un profondo mutamento nella tua ricerca: come se il titolo volesse indicare anche il terremoto avvenuto nel tuo percorso, e che ha caratterizzato quindi il procedimento creativo. Concordi?

Probabilmente il mio lavoro ha maturato un livello successivo. Se precedentemente ero interessato a verificare la tenuta dei materiali e a comunicare, attraverso le loro reazioni e relazioni, dei precisi messaggi attraverso situazioni empatiche ed emozionali per il pubblico, alla ricerca si aggiunge l’attenzione alla superficie della scultura, intesa come pelle mutevole e ammiccante verso chi guarda. Intendo la superficie plastica come risultato, certamente, di un’azione sui materiali, ma anche come luogo dove le immagini – la stella, il tessuto decorato, il lampadario – esprimono direttamente il messaggio e invitano il fruitore ad avvicinarsi seppur sempre cercando il limite estremo del lasciarsi andare della materia e delle “cose”. Presento una serie di sculture nell’attimo di oscillazione, caduta, nella fase che precede il definirsi immobile di una  forma.
Credo in un’immagine finale che non sia un’icona ma solo il destino inevitabile della riduzione alla sua forma. 

Earthquakes. Alberto Gianfreda, veduta della mostra Foto di Stefano Pasini Courtesy Banca Sistema, Milano

In mostra vi sono anche diverse opere bidimensionali, legate a quelle scultoree: ce ne vuoi parlare?

Ho voluto raccontare la genesi e la relazione tra il progetto e l’opera scultorea, presentando anche gli studi grafici di earthquakes, lasciando che liberamente dialogassero tra loro. Il disegno resta uno strumento di indagine e approfondimento, è un ponte tra il progetto precedente e quello successivo. In mostra ci sono anche tre studi di La veste, scultura che ha vinto il Premio Canova 2012 e che in un certo senso è il trait-d’union tra la mia ricerca precedente e il nuovo progetto. Questo lavoro introduce il tema della superficie, già ampiamente esplorato dalla scultura, in una linea non esclusivamente analitica ma innescando una sovrapposizione tra il tema della lastra e della sua mobilità con quello dell’immagine del tessuto. La veste è rimando ai grandi panneggi scolpiti nel marmo, alla flessuosità e al dinamismo dei manti della scultura barocca. In queste scultura il tema della bidimensione e della tridimensione quasi si sovrappongono. La scultura se completamente distesa è esclusivamente piatta, una volta collocata supera la sua frontalità per tornare ad essere nello spazio, cambiando anche le sue dimensioni. Nelle didascalie infatti è sempre indicata una misura assoluta e una misura variabile specifica di quel preciso momento in cui è documentata.

Dopo un terremoto, si recuperano i pezzi sparsi delle cose, si ricostruisce la vita attraverso ciò che è rimasto e ciò che è stato trasformato. Come muterà la tua opera dopo questa fase esposta in mostra?

L’idea di mutazione è implicita dentro a queste sculture, mutare è già spostarle in un altro luogo e mettersi in relazione con questo, in quel preciso istante. L’occasione di esporre al Museo Canova è quella di verificare ulteriormente il concetto di time specif ovvero nessuna esclusiva specificità per un luogo ma per il tempo. Giusta in quell’istante, possibile in quel momento, ma probabile ovunque. Con earthquakes siamo nel mezzo del terremoto o nel mezzo del suo racconto spettacolarizzato, i cocci non sono definitivamente a terra e distrutti ma fermati nell’attimo in cui le oscillazioni producono sovrapposizioni inattese, giramenti di testa che mescolano il sopra al sotto, l’Est con l’Ovest in un discorso unitario e complesso come un racconto.

Earthquakes. Alberto Gianfreda

29 gennaio – 26 marzo 2014

Banca Sistema
Corso Monforte 20, Milano

Orario: inaugurazione 29 gennaio dalle 19.00 (previo accredito); altri giorni solo su invito

Catalogo: Vanillaedizioni
con testo critico di Andrea Del Guercio e contributo di Nicola Carrino

Info: +39 02 80280356
newsroom@bancasistema.it
www.bancasistemarte.it

 5 aprile – 11 maggio 2014

Museo Canova
Via Antonio Canova 74, Possagno (TV)

Info: +39 042 3544323
posta@museocanova.it
www.museocanova.it

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