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MILANO | Glenda Cinquegrana: The Studio | 9 ottobre – 19 novembre 2013

Intervista a MATTEO BERRA di Francesca Caputo

Il fascino esercitato dagli spazi cosmici, con ciò che mostrano e ancora nascondono, racchiude la testimonianza viva del mistero, dell’ignoto in cui l’uomo è immerso. La materia oscura è uno degli enigmi più avvincenti. Riveste un’importanza cruciale, a livello cosmologico, eppure rimane sconosciuta, almeno per ora, alle nostre osservazioni.
Con Materia Oscura, suo ultimo progetto, Matteo Berra tenta di dare forma a un universo infinito, rendendo visibile una materia ancora ignota. Proponendo un continuo gioco di conoscenza e viaggio, tra luci e ombre, rigore analitico-geometrico e caos, macroscopico e microscopico, da attraversare per scoprire altri scenari, oltre il consueto, e nuove possibilità…

Cosa rappresentano, entro la tua ricerca artistica, l’idea di spazio, tempo e movimento?
Domanda difficilissima alla quale è impossibile dare una risposta che non sia parziale. Spazio e tempo sono due costanti fondamentali della nostra esperienza, entro cui svolgiamo poi il movimento. I primi due sono cardini della mia ricerca. Lo spazio, come elemento da indagare, dominare, definire, subire, usare. La scultura nasce da e per lo spazio. Lo spazio ne costituisce la materia prima e il fine. Il tempo invece è un valore trasversale, che rappresenta le possibilità di un luogo e quindi ciò che la scultura è stata o può essere. Mentre il movimento è il mezzo entro il quale il tempo si rivela. Spesso nel mio lavoro questo si fissa nel segno, nella possibilità di rendere visibile un movimento in maniera simultanea e in tutte le sue fasi.

Cosa ti ha spinto a porre la materia oscura al centro della tua indagine? Qual è la tua personale concezione artistica del Cosmo?
Da un certo punto di vista, Cosmo e Materia Oscura svolgono lo stesso ruolo nella mia ricerca artistica. Sono metafore molto efficaci del nostro limite quali esseri umani, ricordandoci che esiste qualcosa che ci contiene, di fronte cui siamo impotenti e piccoli. Esercizio di umiltà che penso possa essere sempre utile.
Hanno una natura tale che sfugge, per motivi diversi, alla nostra capacità di possederle e anche solo di definirle correttamente. Sembrano quasi essere prodotti letterari: la materia oscura individuata come necessaria per far tornare i conti nell’equazione dell’universo; il Cosmo che muta semplicemente in base a dove tracciamo il limite dell’esperienza della realtà. Nello specifico, la materia oscura rappresenta un’ottima metafora di una possibilità incognita della materia, come espressione di energia in potenza. Sono interessato all’idea dell’energia dell’oscurità, mentre la luce mi sembra qualcosa che palesando, annulla l’energia. Mi piace l’idea delle energie che si contorcono nel buio, come la decomposizione delle torbiere o del petrolio, che poi giunte in superficie esplodono in nuove forme e possibilità.
Il cosmo invece è un luogo piacevolmente disabitato, ostile all’uomo e libero da esso. Siamo così onnipresenti sul nostro piccolo pianeta che mi affascinano i luoghi, come i deserti, in cui gli uomini sono assenti. Ed il cosmo è la quintessenza del deserto.

In Materia Oscura, proponi un’affascinante connessione tra Arte e Scienza, due campi tradizionalmente considerati a sé stanti, soprattutto in Occidente.
Arte e scienza sono strumenti d’indagine arbitrari, relativi alle specifiche capacità umane di rapportarsi con ciò che ci circonda e con le nostre possibilità. Comprendere il paesaggio in qualche modo ci parla del nostro sguardo su di esso; arte e scienza lo fanno da punti di vista diversi. Personalmente, arricchisco gli stimoli che ricevo dall’arte con quelli della scienza. Al pari degli artisti mi sembra che alcuni scienziati descrivano paesaggi di incredibile vastità che mi affascinano e stimolano.
L’arte dalla sua ha il vantaggio di poter azzardare, di non dover dimostrare tutti i passaggi, a fronte di un risultato finale convincente. Ha così la possibilità di precorrere i tempi, persino quelli della scienza. Anche se tanta arte contemporanea mi sembra più impegnata a catalogare e a citare piuttosto che ad azzardare.

Ci parli della grande installazione Nebula? Con quest’opera ambientale sembri dare vita a uno “spazio di relazioni”…
In linea generale quello che dici è vero, è una delle possibili letture dell’opera.
Nebula vuole essere un luogo di relazioni geometriche, in un certo senso è una manifestazione tangibile di questo processo. La geometria euclidea è per me un possibile approccio alla gestione, al controllo, alla dominazione dello spazio. Uno strumento che offre delle possibilità straordinarie, consentendoci di portare l’analisi e il progetto a altissimi livelli di raffinatezza; approccio alla base del pensiero scientifico e dei suoi successi.
Al contempo, l’installazione finale è realizzata a mano, con semplici fili e tecniche artigianali imperfette. Mi interessa molto mostrare quanto la perfezione del pensiero e del calcolo siano difficilmente traducibili in perfetti oggetti materiali. Un numero non arrugginisce, ma una pietra diventerà polvere nei secoli. Credo che dobbiamo convivere con la nostra fallibilità e affrontarla a cuor leggero.
Nebula è uno spazio di relazioni tra i suoi piccoli elementi, che in virtù della misura di tali rapporti, va a costituire una forma, un’unità finale. Percepisco l’insieme di questi piccoli elementi, come metafora della democrazia, ove il contributo di tutti costruisce un qualcosa che sarebbe fuori portata per il singolo. Ma, anche questa è solo una delle possibilità di lettura.

In alcune delle opere in mostra crei moduli, dove lo spazio è vissuto come punto d’unione tra leggerezza, fragilità e peso; equilibrio e disequilibrio; incertezza, rigore scientifico e casualità. Usi queste linee di confine come porte aperte su infinite possibilità?
Mi interessano opere che siano aperte, come dici tu, alla possibilità, a molteplici livelli d’interpretazione, invece di una filastrocca concettuale che chiuda il discorso in un ragionamento univoco mandato a memoria. Non mi interessa ciò che pedantemente indottrina o educa, né produrre lavori che siano delle risposte o delle specie di saggi conclusivi. Mi piace che siano delle domande, che schiudano orizzonti, che offrano delle strutture sulle quali ciascuno innesti i propri significati, lavorando con i rapporti che ho presentato. E quanto più gli elementi presentati sono in rapporti complessi, tanto più mi diverto e spero di divertire.

La componente simbolica è particolarmente evidente nei lavori di piccole dimensioni, in cui prevale l’uso della forma archetipica dei cerchi concentrici o della spirale. Come mai questa scelta?
Il cerchio e la retta mi ossessionano. Credo che siano le forme elementari per eccellenza e una grandissima parte del mio lavoro si occupa del loro rapporto. La cultura occidentale ne è permeata. Un’installazione di quest’anno Negative Black Hole era interamente costruita su di esse. Credo che il problema sia troppo complicato perché abbia la presunzione di poterlo spiegare, ma ci sono dei suoi ambiti che mi attraggono in maniera irresistibile; come la loro inconciliabilità: il rapporto fra retta e cerchio espresso da Pi greco. Pi greco è un numero specifico, ma per la matematica è indefinito all’infinito. È un rapporto che sfugge, non può essere definito in maniera definitiva dalla matematica. Leonardo nell’Uomo Vitruviano pone l’uomo al centro di questo rapporto, come soluzione. Io non ho ancora una risposta così sicura e definitiva. Ho bisogno di lavorare ancora molto su questo.
Poi come per Nebula, le letture diventano multiple, mi piacciono le analogie delle forme e i cerchi concentrici sono orbite, ma anche i cerchi degli alberi, o le tracce di un disco d’oro spedito nello spazio.

I materiali che utilizzi hanno una loro valenza specifica?
I diversi materiali offrono delle possibilità, e su di esse si basa la mia scelta. Il materiale non è simbolo ma mezzo con determinate caratteristiche fisiche che mi permettono di ottenere un’opera come voglio che sia. Una delle cose che mi fa arrabbiare di più è il non avere il materiale o il processo giusto per un determinato lavoro. Ma mi stimola moltissimo a progredire nella ricerca. Se i materiali non hanno un valore simbolico, il lavoro materiale e pratico mi offre invece costantemente nuovi spunti e nuove idee.

Da anni, vivi in Corea del Sud. Che tipo di atmosfera, tensione artistica e culturale vi hai trovato?
La Corea si è aperta da poco al mondo, grazie all’attuale positiva situazione economica. Anche il suo rapporto con l’arte contemporanea è abbastanza recente e quindi spesso superficiale. Ma, per certi aspetti, interessante, come lo sono le possibilità e gli spazi offerti per colmare questa lacuna. Ciò mi ha permesso di lavorare tantissimo e anche su grande scala. Cosa che naturalmente mi ha reso molto felice ed ha giovato moltissimo al lavoro.

Quali i tuoi prossimi impegni?
Esco da due anni in accelerazione, dove il lavoro si è intensificato via via. E fortunatamente, dopo questa mostra, mi trovo senza impegni già fissati ma con alcuni progetti su cui sto lavorando a lunga scadenza, probabilmente per il prossimo anno mi godrò qualche mese di riflessione.

Matteo Berra. Materia Oscura
a cura di Alessandro Trabucco

9 ottobre – 19 ottobre 2013

Glenda Cinquegrana: The Studio
Via F. Sforza 49, Milano

Orari: dal martedì al sabato dalle 15.00 alle 19.00

Info: +39 02 89695586
info@ glendacinquegrana.com
www.glendacinquegrana.com

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