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LUGANO (SVIZZERA) | Photographica Fine Art Gallery | 11 settembre – 14 novembre 2014

Intervista a SILVIO WOLF di Cristina Casero

L’esposizione di Silvio Wolf allestita alla Photographica FineArt Gallery di Lugano (Svizzera) è una mostra di grande interesse, non solo per la qualità delle opere esposte ma anche, e soprattutto, perché essa, nel suo insieme, è il frutto di quella intelligente e profonda riflessione sull’immagine e sul mezzo fotografico che l’autore porta avanti da anni.
Come sempre accade nei lavori di Wolf, però, tale riflessione non si risolve affatto sul piano freddo e teorico dell’analisi concettuale, bensì si immerge sulla prassi, si fonda sull’esperienza della fotografia, intesa come esperienza condivisa, dall’autore e dall’osservatore, il quale concorre in maniera essenziale a dare vita e significato all’immagine. In mostra ci sono lavori che si possono riferire a quattro differenti cicli di ricerca, diversi negli esiti e nella modalità di realizzazione ma molto coerenti sul piano dell’intenzionalità sottesa e del significato di fondo.
Ci accolgono dapprima gli Orizzonti, colorate scritture di luce che sono state realizzate dal caso senza, o meglio prima, che intervenisse l’autore tramite lo scatto fotografico. Le immagini che vediamo, infatti, si sono letteralmente auto-generate: nascono dall’impressione di quella parte del rullino fotografico che abitualmente viene scartata, sulla quale opera spontaneamente la luce prima che sul supporto vengano impresse le immagini cercate dal fotografo. Queste immagini sono quindi frutto diretto dell’esperienza fotografica, estremamente oggettive e concrete pur presentandosi come astratte e, paradossalmente, anche pittoriche, all’apparenza. In queste opere è, poi, essenziale il ruolo dell’osservatore che può interpretare, attribuire il (suo) senso a quello che vede.

Silvio Wolf. Present perfect, Photographica Fine Art Gallery, Lugano (serie "Orizzonti")

Tale aspetto – il ruolo attivo e partecipe del fruitore – è un elemento tipico della produzione di Wolf, che proprio su questa ambiguità, sostanziale e immanente, della fotografia ha incentrato la sua ricerca. Come appare, con ancora maggiore evidenza, nelle Soglie a specchio, nelle quali l’autore stampa il negativo fotografico a getto di inchiostro su superfici lucide, specchianti, che accolgono così su se stesse anche l’immagine dell’osservatore che si trova di fronte, coinvolgendolo profondamente; nelle Meditations, invece – superfici nere che sembrano avere assorbito così tanta luce, così tante immagini, da risultare illeggibili – lo spettatore rimane, riflesso nell’opera, solo a guardar  se stesso, unica certezza di fronte alla eccessiva informazione. Tali opere, pur nella differenza, hanno quindi un elemento in comune: sono delle superfici riflettenti che restituiscono l’immagine di chi le osserva, di chi passa di fronte a loro, coinvolgendo così l’osservatore in un gioco sottile, nel quale egli si trova ad essere al contempo soggetto e oggetto della visione.
Tale cortocircuito dei tradizionali ruoli è agìto, questa volta, con maggior consapevolezza, da chi osserva le opere del ciclo Shivah. Racchiuse in una stanza, esse sono superfici semiriflettenti che, però, vengono presentate coperte da un panno nero, che si deve alzare per poter ammirare quanto si cela al di sotto e scoprire, stupiti, l’immagine di sé con i riflessi di tutto l’ambiente circostante, non perfettamente leggibile, carica di ambiguità. Gli Orizzonti e le opere del ciclo Shivah, per altro, dall’8 di novembre saranno protagonisti della mostra Double Blind che sarà allestita a Torino, alla Galleria Photo e Contemporary.
In questa occasione abbiamo posto all’autore alcune domande:

Per quale motivo hai scelto la fotografia come tuo linguaggio prediletto?
La fotografia è il linguaggio che conosco meglio in assoluto perché è quello che pratico da più tempo. Non è migliore né più importante degli altri, però credo che si debba conoscere un linguaggio a fondo, perché attraverso di esso ti confronti con tutti gli altri e poi, esso si carica di tutte le implicazioni, simboliche, che tu gli dai. Io non faccio un uso convenzionale della fotografia, non è un uso del mezzo legato al discorso sulla memoria e sul tempo passato. Mi interessano, invece, la chiarezza retinica, la referenzialità assoluta, la capacità di vedere le cose che non posso vedere con gli occhi e non posso captare direttamente. E in questo la fotografia è paradossale.

6.	Silvio Wolf, Orizzonte, 2014

Io ritengo che la realtà sia leggibile a più livelli, di cui quello letterale è il primo: attraverso di esso puoi avere accesso agli altri. La fotografia, nella sua assoluta bidimensionalità, è un mezzo che attiene profondamente alla lettura complessa della realtà, non è un’ancella povera delle arti.

L’immagine fotografica è stata vilmente sfruttata in molti modi e adesso che sta perdendo, socialmente parlando, il ruolo trionfale che ha avuto nel Novecento, si sta aprendo a forme di ricerca veramente interessanti. Oramai non c’è più la gerarchia dei linguaggi come è stato in passato; quando ho mosso i primi passi come artista usare il mezzo fotografico era considerato scandaloso, nel senso che o eri un artista concettuale che non si sporcava le mani con lo scatto o eri considerato un fotografo e in questo caso portare il tuo lavoro alle gallerie d’arte era molto difficile, perché ti dicevano “perché lo porti a me e non vai in una galleria di fotografia?” Per qualche motivo, la fotografia vive ancora oggi in una sua dimensione, quasi fosse una bolla, una capsula, per cui è molto concentrata su se stessa, anche nel sistema della sua distribuzione, circolazione. Questo però, negli anni, non mi ha vietato di portare avanti la ricerca.

È corretto dire che il motivo principale del tuo interesse per la fotografia sta nella natura del rapporto che essa stabilisce con il reale?
Certo. Nella pratica fotografica c’è un dato esperienziale imprescindibile e questo per me è molto importante. Mi interessa anche il più minuto dettaglio del quotidiano perché, spesso, sono i segnali deboli che rivelano più potenza nell’immagine. A partire da questa connessione con la realtà, c’è poi tutto il lavoro a posteriori, di metabolizzazione, di interiorizzazione e di restituzione del reale. La fotografia è il mezzo che mi consente di riflettere nel modo migliore sulla realtà e ciò che io raccolgo poi diventa una sostanza autonoma. Da sempre, infatti, io lascio “depositare” queste immagini per anni: spesso lavoro con cose vecchissime, che sono rimaste li per molto tempo e quando vado a rivederle, con la sensibilità di oggi, le trovo interessanti.
Per esempio, i pezzetti di pellicola che abitualmente vengono scartati e che ora ho usato per realizzare gli Orizzonti, io li raccoglievo da anni. Nel 2002 fui invitato ad una collettiva intorno alla sparizione della immagine e, nel riflettere su questo tema, io subito guardai a quei pezzi di pellicola con altri occhi: da lì è partito questo lavoro, che è paradossale perché sembra astratto ma è quanto di più concreto io credo sia mai stato realizzato in fotografia, perché è una pura scrittura di luce, è l’espressione del linguaggio stesso che si decodifica in piena autonomia, senza il fotografo.

Silvio Wolf. Present perfect, Photographica Fine Art Gallery, Lugano (serie "Shivah")

C’è, dunque, nel tuo lavoro una interrogazione continua sul tema dello sguardo?
Sì, però, è un discorso concettuale, ma posto su una base fortemente esperienziale. Mi baso su intuizioni istantanee, poi ho questo percorso analitico a posteriori. Le mie non sono opere concettuali: l’immagine ti svela delle cose che non avevi visto. Normalmente la fotografia viene fatta per confermare ciò che già credi di sapere. Io però non credo che la fotografia certifichi la realtà. Lo fa per certi aspetti, ma c’è il punto di vista dello spettatore che è importantissimo, perché modifica completamente lo sguardo. Mentre tu guardi una cosa si attua un processo di previsualizzazione: tu ti immagini l’immagine, però il mezzo fotografico struttura la realtà attraverso dei propri codici che non sono quelli retinici. Il più grosso inganno della fotografia è la sua verosimiglianza, perché essa è analoga alla realtà ma è profondamente diversa. Basta pensare alla scomparsa della terza dimensione fisica, che poi recuperi mentalmente attraverso la tua visione. La fotografia è un oggetto filosofico, un oggetto per pensare, riflettere, d’altro canto l’atto di fotografare può essere anche pensato come una forma di riflessione sulla realtà. Tu hai delle immagini nella mente e le confronti continuamente con quanto sta fuori. E l’immagine diventa questa soglia sulla quale due flussi si confrontano. Per gli Orizzonti inizialmente avevo trovato un titolo bellissimo, Prima del tempo, poi qualcuno innamorato del lavoro mi disse che gli piaceva perché ci poteva vedere quello che voleva e lui ci vedeva un orizzonte, che poi è una soglia che collega due mondi, come in questi lavori c’è la soglia che separa la potenza dall’atto, ciò che la luce ha già fatto da quello che succedere quando scatterai le trentasei fotografie. Sono fotografie in cui c’è tutto e al contempo non c’è più nulla.

E la serie Shivah?
L’ho chiamata così perché in tutti i lavori è presente un panno nero che tu devi sollevare. In ogni opera l’immagine fotografica è depositata attraverso un getto di inchiostro su delle superfici riflettenti. Quello che mi ha affascinato in questo procedimento, nella fotografia su specchio, è che l’immagine è variabile, in quanto ospita simultaneamente sguardi differenti; Silvio Wolf, Shivah, 2014inoltre è importante l’esperienza dello sguardo, nel senso che a seconda di dove ti poni vedi cose diverse e quindi ciò che il fotografo aveva visto conta solo in parte perché il completamento dell’opera avviene solo quando qualcuno la osserva. Un ulteriore motivo di interesse in questo lavoro, quindi, è la questione del tempo. La fotografia riguarda sempre un presente del passato, per forza; in questo caso, invece, l’esposizione si prolunga al presente del presente, si espande. Il senso dell’opera è inscritto nello sguardo dell’osservatore, la fotografia è un attivatore di processi. Infatti, è fondamentale che una persona decida di voler vedere sotto. Il panno nero va sollevato con due braccia e a quel punto l’ultima cosa che ti aspetti è di vedere te stesso. Infatti, le superfici sono semiriflettenti, quindi intravvedi delle parti, non ti vedi nella tua interezza, ma ti vedi mentre stai guardando. Succede poi una cosa curiosa: se tu guardi te stesso, vedi l’immagine sfocata, se guardi l’immagine vedi te stesso sfocato, perché non riesci a tenere a fuoco i due piani perché la distanza di messa a fuoco dello specchio è doppia della distanza tra il tuo occhio e la superficie. Se metti a fuoco la superficie, il resto rimane sfuocato e viceversa.

Quindi, ancora una volta, è l’ambiguità dell’immagine al centro della tua riflessione.
È indubitabile che noi guardiamo con gli occhi, ma cosa davvero vediamo è un mistero. Il momento drammatico di questa ambiguità è quando vedi una cosa e decidi di fotografarla, pensando di catturare ciò che hai visto. Ma non è così perché la fotografia ti manifesta cose che tu non avevi visto. Noi continuamente confrontiamo l’immagine che abbiamo nella mente con la realtà e così vediamo solo le forme del nostro pensiero: non esiste una visione neutra. Io ritengo che il mio uso del mezzo fotografico generi delle immagini le più ambigue possibile, pur restando sempre un legame imprescindibile con la realtà dell’esperienza perché le cose che ti mostro io le ho viste.

Silvio Wolf. Present perfect

11 settembre – 14 novembre 2014

Photographica Fine Art Gallery
via Cantonale 9, Lugano (Svizzera) 

Orari: dal lunedì al martedì 9.00-12.30 e 14.00-18.00; 
sabato su appuntamento

Info: +41 (0)91 239657
mail@photographicafineart.com
www.photographicafineart.com
www.silviowolf.com

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