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INTERVISTA A SUSAN HAPGOOD e CORNELIA LAUF di Ilaria Bignotti

Una mostra dove le opere non ci sono, ma esistono attraverso i loro certificati di autenticità, i documenti che ne attestano la proprietà, gli atti legali che ne rintracciano origini, passaggi, percorsi. Parole appartenenti ad un linguaggio giuridico, frasi perentorie che cercano, eludendo ogni ambiguità, di proteggere l’identità e di definire il possesso di un’opera d’arte. Eppure, il cortocircuito scatta immediatamente, appena gli occhi scorrono sui primi documenti esposti in mostra: basta il titolo dell’opera, il nome dell’artista, e visualizziamo il lavoro cui si riferisce il certificato; il problema, da giuridico diventa ontologico. In effetti, cosa ci può assicurare che un’opera è tale? Chi stabilisce quali siano i suoi proprietari? Come possiamo dichiarare il possesso di qualcosa che muta e si trasforma, come gli interventi ambientali, le installazioni temporanee, le performance? Lo chiediamo alle due curatrici, Cornelia Lauf e Susan Hapgood, prima che l’esposizione viaggi per il mondo (prossime sedi: KOHJ International Artists’ Association, New Delhi; Mumbai Art Room, Mumbai; Nero HQ, Roma; John M. Flaxman Library Special Collections, the School of the Art Institute of Chicago, Chicago; Salt Beyoğlu, Istanbul; The Drawing Center, New York)

Ilaria Bignotti: Una mostra sicuramente coraggiosa, e finalmente diversa: come è nato il progetto?
Cornelia Lauf e Susan Hapgood:
Dalla familiarità e dalla vicinanza che abbiamo avuto con la creazione di certificati negli anni, a partire da Joseph Kosuth e da altri esponenti dell’arte concettuale che ho avuto la fortuna di vedere da vicino; ma anche dal rapporto con tutta quella generazione di artisti che creano e convalidano il loro lavoro con l’elemento centrale del certificato. Abbiamo iniziato a raccoglierli, come se fossero delle immagini, sempre aspettando di farne una mostra, anche in una scatola, magari messa in un museo. Susan non si ricorda il momento in cui è iniziato questo progetto, ma certo è sempre stata affascinata dalle opere immateriali ed effimere, al punto da scriverne diversi testi e saggi, per esempio su Fluxus e sulle azioni e performance Neo-Dada che necessitano di un certificato per esistere nel tempo.

La selezione abbraccia certificati e atti che vanno da Duchamp a Manzoni, da Sol LeWitt a Daniel Buren, da Antoni Muntadas a Hans Haacke. Avete riscontrato resistenze o problematiche nella richiesta dei documenti?
Abbiamo incontrato difficoltà solo con Carl Andre (come dice il saggio in catalogo) e con la mancata partecipazione di Tino Sehgal. Gli artisti viventi sono stati tutti meravigliosi, in particolare alcuni di quelli storici che ci hanno mostrato il modo più privato di creare un’opera d’arte, e le sue derivazioni di mercato ed estetiche. Il loro pensiero sui certificati è stato esplicitato nel saggio. Il Sol LeWitt Estate è stato estremamente disponibile, come la Fondazione di Duchamp, e gli Ahrenbergs, proprietari del
Telegram Piece di Rauschenberg; ma anche l’archivio di Yves Klein.

Quando è l’artista a dichiarare l’autenticità dell’opera, il documento pare diventare opera esso stesso, perdendo così molta della sua perentoria rigidità. Nessun artista ha proposto di creare un’opera che rifletta sul tema di questa mostra?
In realtà non abbiamo voluto chiedere agli artisti di creare opere nuove per questa mostra, ma di riflettere su cosa è esistito prima. Tutti gli artisti che ci hanno risposto ci hanno spedito ciò che era stato da noi richiesto, pochi di loro infatti hanno creato opere per la mostra, se questo non era stato esplicitamente chiesto. Il lavoro si è svolto così in modo fluido e abbastanza scorrevole.

Quali certificati a vostro parere meglio “visualizzano” e “rispondono” all’opera cui si riferiscono? In quali invece si avverte il maggiore distacco, una più ampia distanza tra certificato e opera?
Crediamo che ciascun certificato vada considerato di per se stesso e che ciascuno sia coerente con l’opera cui si riferisce. Alcuni certificati sono evidentemente seri nel dichiarare l’autenticità dell’opera cui fanno riferimento, altri sono elaborati dagli artisti e sembrano dei veri e propri ready-made, partendo dalla dichiarazione di esistenza e di autenticità dell’opera arrivano ad essere essi stessi opere; alcuni solo documenti legali, altri disegni. La fotografia e il carattere tipografico sono utilizzati per sottolineare l’autenticità dell’opera. Certo è che ciascun certificato è il ritratto di un artista, la sua carta d’identità.

In Deed: certificati di autenticità nell’arte
A cura di
Susan Hapgood e Cornelia Lauf
Sede
Galleria di Piazza San Marco 71/c, Venezia
14 ottobre – 6 novembre 2011
Info:
Fondazione Bevilacqua La Masa
Palazzetto Tito, Dorsoduro 2826, Venezia
+39 041 5207797
www.bevilacqualamasa.it
Con il supporto di
BlueLabel, Londra

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