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di Carlotta Petracci

Give Me Yesterday a cura di Francesco Zanot, inaugura alla Fondazione Prada Osservatorio.
Un nuovo spazio espositivo dedicato alla fotografia e ai linguaggi visivi, all’esplorazione delle tendenze del contemporaneo e alle loro implicazioni sociali e culturali, all’interno del flusso globale della comunicazione.

È stata una sorpresa. L’immediata risoluzione di un interrogativo: quale ruolo spetta alla fotografia nell’era digitale? Sono anni che cerco di ricostruire il puzzle di quello che sta accadendo alla cultura visiva, attraversata da innumerevoli tendenze, emersioni e sconfinamenti disciplinari. Sono anni che cerco e guardo immagini. Lavoro, piacere? Chi può invocare questa distinzione. Da quando c’è Instagram non conosco più il confine tra vita personale e collettiva, intimità, messinscena, scouting, intrattenimento e morbosa curiosità. È come se il diario di quand’ero adolescente fosse diventato una condizione esistenziale e comunicativa ineludibile. Un pensiero, un autoritratto, un oggetto ritrovato, un’immagine ribloggata, un progetto, un articolo, un viaggio. I social network sono lo specchio del XXI secolo, il quadro di Dorian Gray tanto quanto il lago di Narciso. La fotografia come linguaggio, come medium votato alla rappresentazione e alla documentazione, da più di un secolo ha cambiato pelle, è uscita dagli studi fotografici per entrare prima nelle abitazioni, esaltando l’aspetto vernacolare degli album di famiglia, e successivamente nella vita quotidiana, come un’ombra, attraverso la tecnologia. La nostra identità si è frammentata nella miriade di immagini che ci ritraggono, entrando a far parte di un diario condiviso costantemente in fieri. Controllo e autocontrollo, autenticità e finzione, sono due facce della stessa medaglia. Che cos’è vero, verosimile, credibile, accettabile? Proprio ieri sera dal mio account di Instagram è stata rimossa una fotografia di Leigh Ledare esposta alla Fondazione Prada Osservatorio, nella mostra Give Me Yesterday curata da Francesco Zanot. Aveva violato le policy del mezzo ed è stata censurata. Come può una fotografia inclusa in una mostra essere rimossa da un account personale? La ragione è semplice: la fotografia, quella vera, ha ancora la capacità di scandalizzare. Seguendo la strada tracciata da grandi autori come Nan Goldin e Larry Clark, Leigh Ledare in otto anni ha dato forma ad un progetto fotografico che mette in crisi tabù e moralità, legati al concetto di famiglia.

From left to right: Maurice van Es Ryan McGinley Wen Ling Leigh Ledare. Photo Delfino Sisto Legnani and Marco Cappelletti. Courtesy Fondazione Prada

Da sinistra: Maurice van Es Ryan McGinley Wen Ling Leigh Ledare. Photo Delfino Sisto Legnani and Marco Cappelletti. Courtesy Fondazione Prada

La sessualità esibita, trasgressiva, intima della madre, indagata dallo sguardo del figlio restituisce una visione della maternità e della loro relazione a tratti ludica e disturbante. Pudore e perfomance, pubblico e privato si incontrano e confondono, come nelle nostre vite in rete. È questo il nucleo della riflessione che Francesco Zanot sviluppa attraverso un percorso che comprende più di 50 lavori di 14 autori italiani e internazionali, che hanno esplorato la fotografia nella direzione del “diario personale” dall’inizio degli anni Duemila a oggi. Istantaneità e posa, catalogazione e espressione, spontaneità e ricercatezza costruita, sono i dualismi che accomunano, pur nella diversità, i progetti fotografici in mostra. È il caso di Izumi Miyazaki, con i suoi selfies e “contro-selfies”, e la sua notorietà dovuta a Tumblr. Le sue fotografie sono una ricostruzione surreale di un immaginario alla Amélie Poulain in salsa giapponese, dove fantasia e solitudine si incontrano, dando luogo a innumerevoli peripezie visive ed emotive. Assurdità, humor, delicatezza e tanta incredulità catapultate in scenari suburbani e registrate col realismo e la sensibilità della street photography, contribuiscono a rendere i suoi autoritratti ancora più stranianti. Izumi gioca col suo aspetto, con la sua presenza-assenza, con tutto quel corredo di oggetti e nonsense che attribuiamo alla cultura giapponese, ma soprattutto innesca una riflessione scherzosa sull’attitudine wannabe della società contemporanea.

From left to right: Joanna Piotrowska Kenta Cobayashi View of the exhibition “Give Me Yesterday” Photo Delfino Sisto Legnani and Marco Cappelletti Courtesy Fondazione Prada

Da sinistra: Joanna Piotrowska, Kenta Cobayashi. View of the exhibition “Give Me Yesterday”. Photo Delfino Sisto Legnani and Marco Cappelletti. Courtesy Fondazione Prada

Più psichedelico e digitale è invece Kenta Cobayashi. Nelle sue immagini i pixel si sostituiscono alla grana, la post-produzione ad un certo aspetto pittorico della sua fotografia. Internet è al centro, perchè in Cobayashi assistiamo ad una vera e propria techno-illuminazione, dove la realtà esiste attraverso layer e si esprime con i colori accesi di Shibuya. La macchina fotografica dialoga con altri tools ed energie creative, lo sguardo curatoriale percorre le strade delle metropoli, segue le accelerazioni della rete e con esse scova progettualità che si distribuiscono da un angolo all’altro del pianeta. Lebohang Kganye vive a Johannesburg, in Sud Africa, conosce la storia dell’apartheid attraverso le esperienze della sua famiglia, e la sua fotografia racchiude e reitera un costante bisogno di ricongiungimento con le proprie radici. In “Her-story” inserisce digitalmente la sua figura all’interno di fotografie che ritraggono la madre, talvolta indossando anche gli stessi abiti. È un modo per ristabilire una connessione, per ritrovare una collocazione utilizzando il medium fotografico non tanto per registrare la realtà, ma per reinventarla.

Give Me Yesterday
a cura di Francesco Zanot

21 dicembre 2016 – 12 marzo 2017

Fondazione Prada Osservatorio
Galleria Vittorio Emanuele II, Milano

Info: www.fondazioneprada.org

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