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MILANO | PAC | 25 marzo – 8 giugno 2014

di Jack Fisher

Lunedì 24 marzo si è inaugurata al PAC (Padiglione d’Arte Contemporanea) di Milano, con il sostegno di Amnesty International, ESTOY VIVA, la personale di Regina José Galindo a cura di Diego Sileo ed Eugenio Viola. Si tratta della prima retrospettiva completa dell’artista guatemalteca presentata in Italia, accompagnata da una esaustiva monografia edita da Skira.

CAMINOS, 2013 Concepción 41 Antigua Guatemala, Guatemala Foto di Jorge Linares / David Pérez Courtesy dell'Artista e PrometeoGallery

La mostra si suddivide in cinque sezioni: Donna, Organico, Violenza, Politica e Morte, ciascuna delle quali riconducibili alle più importanti azioni che la performer ha eseguito dal 1999 ad oggi. La forte valenza politica e sociale delle opere, implicita in azioni che la stessa Galindo definisce “atti di psicomagia”, non impedisce di cogliere la grande carica emotiva e la struggente poesia in favore della vita.

In Donna, il corpo di Regina si fa superficie di lotta, grido dolente che testimonia la violenza sulle donne così drammaticamente diffusa in ogni parte del mondo ma soprattutto nel suo Paese. Tra le dieci opere di questa sezione colpisce particolarmente El dolor en un pañuelo in cui il corpo dell’artista, legato ad un letto verticale, è usato come schermo per proiettarvi notizie di abusi contro le donne guatemalteche. Himenoplastia è l’azione del 2004 in cui ella si sottopone ad un intervento chirurgico per la ricostruzione dell’imene e quindi il ritorno all’illibatezza, allusione ad una verginità ritenuta sacra dalle culture più maschiliste. Sei sculture realizzate con i capelli di quattro donne uccise compongono Extension. L’opera è il risultato di un’azione in cui alcune donne, unitamente all’artista, vivono per un periodo con i capelli delle vittime applicati come normali extension. Galindo, anche qui, ci costringe a puntare l’attenzione sui corpi violati i cui i capelli diventano quindi metafora di dolore universale, senza identità, come le tante ragazze di Ciudad Juárez, una piccola cittadina sul confine fra Messico e Stati Uniti, di cui scrive Emanuela Borzachiello nel catalogo della mostra, che scompaiono ogni anno vittime di violenza estrema.

PIEDRA, 2013 San Paolo, Brasile Foto di Julio Pantoja / Marlene Ramirez-Cancio Commissionato e prodotto da Octavo Encuentro Hemisférico del Centro de Estudios de Arte y Política. Courtesy dell'Artista e PrometeoGallery

Sei azioni vanno a comporre Organico. Tra queste profondamente toccante è Piedra in cui l’artista si presenta nuda sul terreno di una piazza polverosa, la pelle color della pietra, rannicchiata come a difendersi da una violenza che sta per essere consumata. In questa posizione rimane in attesa che alcune delle persone attorno a lei si avvicinino orinandole sul corpo. Interessante l’atteggiamento dei maschi, per nulla imbarazzati e fieri di esprimere il potere fallico del gesto di “segnare” un possesso nel modo tipico del mondo animale.¿QUIÉN PUEDE BORRAR LAS HUELLAS?, 2003 Città del Guatemala, Guatemala Foto di José Osorio  /  Víctor Pérez Courtesy dell'Artista e PrometeoGallery

In Violenza si raccoglie il terzo nucleo composto di nove azioni. La presenza di opere con sangue umano lascia letteralmente senza parole. Difficile descriverle o raccontarle, sono opere di assoluta potenza espressiva davanti alle quali si rimane come sospesi, sconcertati dal fascino di quel rosso che esprime la vita pulsante, la violenza estrema e che richiama alla memoria sacrifici e rituali arcaici. Nell’azione El peso de la sangre un litro di sangue umano cade goccia a goccia sulla testa dell’artista coprendole poco alla volta il volto e segnandole con macchie vistose le vesti bianche. Invece in Blucíon un uomo nudo lava via dal proprio corpo il sangue di cui è completamente ricoperto.

Il quarto nucleo, composto di 17 azioni, è raccolto in Politica. Qui Galindo denuncia le violenze e le ingiustizie della società contemporanea, in particolare quelle che la riguardano più da vicino. La prima performance è ¿Quièn puede borarr las huellas? in cui l’artista percorre a piedi il tratto di strada della capitale guatemalteca che conduce dalla Corte Costituzionale al Palazzo Nazionale del Guatemala lasciando sul selciato impronte di sangue umano a memento della guerra civile e contro la candidatura alla presidenza del golpista e dittatore Efraín Rioss Montt.

¿QUIÉN PUEDE BORRAR LAS HUELLAS?, 2003 Città del Guatemala, Guatemala Foto di José Osorio  /  Víctor Pérez Courtesy dell'Artista e PrometeoGalleryCome per la sezione precedente, le parole difficilmente possono descrivere l’impatto emotivo di queste opere. Soltanto trovandosi lì, al loro cospetto, è possibile vivere quello stato di condivisione e comprensione profonda che la grande arte suscita quando è veramente tale. In Mientras, ellos siguen libres l’artista, giunta all’ottavo mese di gravidanza, si mostra nuda legata con dei veri cordoni ombelicali ad una branda arrugginita simulando la pratica usata comunemente nel suo paese durante la guerra civile per procurare l’aborto nelle donne indigene con la precisa volontà di eliminare, in una sorta di pulizia etnica, le radici della società guatemalteca.

È Morte a concludere il ciclo e la mostra. Le azioni rimandano all’abbandono, all’ultimo viaggio, al naturale distacco dal mondo fisico sentito come sollievo e superamento della violenza subita. L’ultimo respiro come fuga estrema, come atto di ribellione che non prevede la sconfitta ma un riscatto dal sapore definitivo. Le immagini che si susseguono mi ricordano alcune scene del film Terra Ferma di Emanuele Crialese in cui alla violenza degli scafisti, che colpiscono gli immigrati per impedire loro di salire sulla barca condannandoli così a morte sicura, si contrappone la passione vitale di alcuni giovani che amoreggiano felici sulle rive di quel mare cristallino. Tra le 14 opere esposte, è Tanatosterapia ad esprimere compiutamente questo tema. Un’opera in cui Galindo si fa truccare da una donna di un’agenzia funebre addetta alla sistemazione dei cadaveri mettendo così in scena quella “migrazione” ultima a cui nemmeno l’aguzzino più spietato può sottrarsi.

Sorprendente è un corpo speciale della mostra composto di disegni e poesie. Linee naif tracciano bruchi, spermatozoi, vagine e donne incinte. Un campionario di visioni, forse l’immaginario dell’artista dal quale le azioni più dense di emotività traggono linfa vitale:

 Dalla Vagina di una regina
Così sono nata
Non c’è stata cicogna
Ne mago
Solo sesso

Regina José Galindo, Exhlaciòn (estoy viva), 2014 Foto di Andrea Sartoki Courtesy PAC Padiglione d’Arte Contemporanea, Milano

Infine non mi resta che parlare di Exhlaciòn (Estoy Viva), la performance inedita pensata e realizzata per Milano (tenutasi il 24 marzo scorso, ndr). Si è trattato di un’azione intima in cui il pubblico è stato invitato a verificare, utilizzando un piccolo specchio, il respiro vitale dell’artista che si trovava adagiata in posa cristologica su un freddo tavolo in marmo e sottoposta a sonno forzato. Un gesto, dunque, teso a verificare la presenza di vita là dove è molto difficile incontrarla: sul freddo tavolo di un obitorio. Galindo, anche qui, presenta formalmente la morte per esaltare la potenza della vita ed il suo insopprimibile bisogno di superare ogni dramma umano.

Regina José Galindo. Estoy Viva
a cura di Diego Sileo ed Eugenio Viola

25 marzo – 8 giugno 2014

PAC Padiglione d’Arte Contemporanea
Via Palestro 14, Milano

Info: www.pacmilano.it

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