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MILANO | Palazzo Reale, Sala delle Cariatidi | 24 luglio – 7 settembre 2014

di FRANCESCA CAPUTO

Da oltre vent’anni, l’universo Superflat (superpiatto) di Takashi Murakami incarna e critica, al tempo stesso, la cultura e la società giapponese contemporanea, attraverso un’incontenibile varietà di media: dipinti, sculture, beni di consumo, incursioni nella moda e nel design; annullando le barriere tra arte e forme artistiche più commerciali e popolari. L’artista ha creato una vera e propria nuova iconografia – a tratti contraddittoria e al limite di un’operazione di branding – che mixa manga, anime, videogiochi, rimandi alla tradizione – a partire dal periodo Edo – filtrata attraverso il NeoPop, fino ad abbracciare la subcultura giovanile otaku e l’estetica kawaii.

Takashi Murakami, portrait, Photo by Chika Okazumi Artwork ©Takashi Murakami/Kaikai Kiki Co., Ltd. All Rights Reserved
Una fusione ibrida, un vero e proprio immaginario distopico, in stretta connessione con la storia del Giappone, dal dopoguerra ai giorni nostri, per tracciare echi del trauma del bombardamento atomico e il conseguente bisogno di evasione di una società in perenne adolescenza. Nel 2013, ha persino debuttato come regista in un lungometraggio live-action, tecnica tipica dei telefilm giapponesi anni Settanta, che mescola attori reali e disegni animati. Presentato in anteprima europea a Milano, Jellyfish Eyes è una metafora della società nipponica post-Fukushima.

Takashi Murakami (Japanese, 1962-) Red Demon and Blue Demon with 48 Arhats, 2013 Acrylic, gold and platinum leaf on canvas mounted on board 3000 x 5000 mm Courtesy Blum & Poe, Los Angeles (c)2013 Takashi Murakami/Kaikai Kiki Co., Ltd. All Rights Reserved.
La dimensione psicologica del suo Paese, in seguito alla recente tragedia, è il filo conduttore che lega l’ultima produzione di Murakami, a cura di Francesco Bonami, ospitata per la prima volta in uno spazio pubblico in Italia. Le sue opere, iperboliche e colorate, allestite nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale a Milano – dove le cicatrici del bombardamento anglo-americani del 1943 sono tracce di memoria, tanto che Picasso volle esporvi Guernica – innescano un cortocircuito stridente e insieme denso di significati. Sotto la superficie giocosa e luccicante, rivelano infatti un immaginario complesso, malinconico, tormentato, tragico, profondamente nipponico ma teso ad una narrazione universale del destino umano.

Takashi Murakami 69 Arhats Beneath the Bodhi Tree, 2013 Acrylic, gold and platinum leaf on canvas mounted on board 3000 x 10000 mm Courtesy Blum & Poe, Los Angeles (c)2013 Takashi Murakami/Kaikai Kiki Co., Ltd. All Rights Reserved.
Fulcro del percorso sono tre dipinti monumentali – 69 Arhats Beneath the Bodhi Tree, Red Demon and Blue Demon with 48 Arhats, 100 Arhats – appartenenti al Ciclo di Arhat, che si snodano lungo tre pareti a formare una sala centrale. Concepito in risposta alla catastrofe che ha colpito il Giappone nel 2011, quando tre reattori della centrale nucleare di Fukushima vennero distrutti dall’inarrestabile forza di terremoto e tsunami, l’artista vi rilegge in chiave contemporanea la secolare tradizione pittorica religiosa giapponese, in particolare la serie dei 100 rotoli, raffiguranti 500 Arhat, dipinti a metà del diciannovesimo secolo da Kano Kazunobu, come protezione per la popolazione in seguito ad un terremoto che sconvolse il Giappone nel 1855.Takashi Murakami (Japanese, 1962-) 100 Arhats, 2013 Acrylic, gold and platinum leaf on canvas mounted on board 3000 x 10000 mm Courtesy Blum & Poe, Los Angeles (c)2013 Takashi Murakami/Kaikai Kiki Co., Ltd. All Rights Reserved. 6.

Arhat è una parola sanscrita che significa “persona degna di venerazione”, perché ha raggiunto l’illuminazione. Sono figure molto popolari nei templi buddhisti. Nel ciclo di Murakami, il suo stile iper-colorato e ricco di particolari è portato ai massimi livelli. Entro un ambiente abitato da creature mitologiche, alberi sacri e demoni mostruosi, trovano posto innumerevoli Arhat, Takashi Murakami Oval Buddha Silver, 2008 Sterling Silver 1365 x 805 x 780 mm Courtesy Blum & Poe, Los Angeles (c)2008 Takashi Murakami/Kaikai Kiki Co., Ltd. All Rights Reservedtrasformati in personaggi grotteschi, buffi, diversi per dimensioni, espressioni e abbigliamento, raffigurati in posizione di preghiera, concentrati nella meditazione o fluttuanti nello spazio, intenti a domare la forza degli elementi. Non ci sono invece esseri umani da salvare o condannare, come nei rotoli di Kazunobu.

La superficie molto estesa permette all’osservatore di immergersi in pieno nel territorio liquido e cangiante di questo mondo psichedelico, dove tutto accade e si mescola. Gli Arhat aiutano a sopportare le difficoltà e ci accompagnano nelle tappe della vita; un modo per comprendere la ferocia della natura e il ruolo dell’uomo nella Storia.

Murakami ha dichiarato:

“Dopo la catastrofe di Fukushima, mentre tutti dicevano che ogni cosa era sotto controllo, miliardi di radiazioni colpivano la popolazione che ha cominciato a organizzare proteste intorno a Tokyo. L’ansia era talmente alta che la gente voleva manifestare. Queste opere nascono con l’ansia che pesava sulle mie spalle. Forse non saranno molto importanti nel contesto della storia contemporanea ma sono molto sincere”.

Il confronto con il declino e la morte, la sua concezione della vita, a metà strada tra meraviglia e tragedia, le sorprendenti interconnessioni tra Oriente e Occidente, le citazione dell’arte antica e underground, sono alla base anche dell’ironica serie di autoritratti, come delle opere site specific con cumuli di teschi colorati e glitterati; prive tuttavia dell’intensità del ciclo che dà il titolo alla mostra.
Introduce il viaggio, la scultura Oval Buddha Silver, la cui superficie riflettente determina rifrazioni inquietanti, accentuandone la doppia identità beffarda e mostruosa.
L’artista ha affermato di essere molto interessato al significato dell’arte religiosa, al mistero dell’arte che salva l’animo e cheta le nostre paure. Il suo pessimismo è rivestito da smalti acidi e ribaltato in un mondo surreale e immaginifico, dove monaci bizzarri – che alle generazioni post-atomiche di qualsiasi latitudine non possono far a meno di ricordare Sakurambo, personaggio di una nota serie anime televisiva degli anni Ottanta, Lamù – ci accompagnano nel cammino della vita. Un’arte sacra, alla maniera di Murakami, grottesca, assurda e irriverente, intinta nei colori dei manga.

Takashi Murakami. Il Ciclo di Arhat
a cura di Francesco Bonami

24 luglio – 7 settembre 2014

Palazzo Reale, Sala delle Cariatidi
Piazza Duomo 12, Milano

Orari: lunedì 14.30 – 19.30
Martedì, mercoledì, venerdì, sabato e domenica 9.30 – 19.30
Giovedì 09.30 – 22.30
Aperto il 15 agosto

Info: 02 0202
www.comune.milano.it/palazzoreale

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