TORINO | Fondazione Sandretto Re Rebaudengo | 4 novembre 2016 – 12 febbraio 2017

di MICHELE BRAMANTE

Con la mostra Parallel di Harun Farocki, la Fondazione Sandretto continua ad approfondire, accanto alle installazioni di Ed Atkins (leggi qui), l’analisi delle trasformazioni provocate sulla realtà dalla velocità incrementale di evoluzione delle tecnologie digitali e di informatizzazione delle nostre cognizioni intellettuali e sensoriali. Farocki risponde al compito assegnato da Marshall McLuhan agli artisti di anticipare i mutamenti del corpo sociale approntando modelli che preparino alla futura integrazione/estensione di ogni nuova tecnologia, altrimenti irritante e traumatica.
Proiettandoci nell’idea bizzarra di Anselmo Paleari e del suo creatore, il romanziere del Fu Mattia Pascal, il nostro sguardo si fisserebbe attonito su uno squarcio nel cielo come quello dell’eroe dentro un teatrino di marionette dove occorresse d’improvviso uno strappo nello sfondo azzurro di carta. «Beate le marionette sulle cui teste di legno il finto cielo si conserva senza strappi», perché possono attendere alla loro commedia senza vertigini.

HARUN FAROCKI. Parallel I-IV, veduta della mostra, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino

HARUN FAROCKI. Parallel I-IV, veduta della mostra, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino. Foto: Daniele Bottallo

Nell’apertura attraversata dal sentimento trascendente di questa inesprimibile vertigine, Farocki installa la sua tetralogia video convertendo in alternanza i poli estremi di realtà e virtualità, in una sorta di didattica dell’esperienza contraffatta dalla cibernetica. Le voci dei video-dittici spiegano quali sono i limiti e le potenzialità dello sviluppo di ambienti virtuali, entro cui le azioni degli “eroi”, la natura degli oggetti che incontrano (ivi compresi gli altri avatar) e i metodi delle relazioni tra di essi sono comandati dagli algoritmi alla base del software. La strategia illuminante di Farocki è rivelatrice nella misura in cui, accanto ai modelli strutturati dalla programmazione, l’artista mette in scena la programmazione stessa, l’operatore tecnologico che quei modelli allestisce e gli strumenti che usa. Il processo di perfezionamento di un cielo postprodotto è giustapposto al video che riprende il lavoro del programmatore “creativo”, e viene inserito all’interno di una finestra dotata dei tools del programma stesso: pulsanti, vettori e moduli costruttivi destinati a scomparire nella superillusione finale. La matrice informatica detta, in tutti i video, i limiti entro cui la libertà di azione del personaggio può esercitarsi, esplorando facoltà consentite solo nel mondo irreale, come l’attraversamento di muri e i salti nel vuoto oltre i confini della piattaforma d’azione, simile all’aspetto della Terra, piatta e finita, delle cosmografie arcaiche.

Harun Farocki, "Parallele II" (Parallel II). © Harun Farocki 2014

Harun Farocki, “Parallele II” (Parallel II). © Harun Farocki 2014

Nel primo Parallel, Farocki traccia la storia della verosimiglianza condotta dalla tecnologia dei videogiochi fino all’inganno perfetto che rende indistinto il discrimine tra immagine costruita e immagine “filmico-fotografica”. Le capacità architettoniche dei primi videogame erano analoghe alle ingenuità spaziali dei pittori prerinascimentali, o alle regole della costruzione cubista, con la differenza che nell’avanguardia il primitivismo plastico era il successo di una ricerca pittorica, non il limite imposto dalla tecnologia. Spostando gradualmente quest’ultimo, l’esito finale sortisce in una perfetta simulazione che, oramai passata dal 3-D al 4-D, si proietta verso un Full-D pervasivo entro cui la coscienza non avrà più coscienza dell’artificialità, rimanendo circuita nella finzione senza una via di scampo che non sia di pura immaginazione.

Harun Farocki, "Parallele III" (Parallel III). © Harun Farocki 2014

Harun Farocki, “Parallele III” (Parallel III). © Harun Farocki 2014

Nel quadro del rapporto tra verità empirica e simulazione, un problema a sé costituiscono le relazioni di violenza, che paiono essere il principio e la fine del rapporto cognitivo con il mondo: disfare per conoscere allo scopo di dominare. Qui pare che un’intelligenza segreta voglia espandere il costruttivismo fino a simulare la consapevolezza di giocare in una realtà virtuale. Nelle azioni di guerra, un filtro video-digitale pacifica la psicologia di chi deve premere pulsanti per far schiantare ordigni sulla realtà e sugli esseri viventi, neutralizzando i suoi sensi di colpa in ragione della sensazione di agire come se si trattasse di un videogame.

Harun Farocki, "Parallele IV" (Parallel IV). © Harun Farocki 2014

Harun Farocki, “Parallele IV” (Parallel IV). © Harun Farocki 2014

Non è affatto un pensiero originale ammettere l’ipotesi che il nostro stesso universo sia un campo architettato a partire da chissà quale altra realtà parallela. La cosiddetta realtà aumentata verrà presto superata da un flusso di dati informatici onnipervasivo direttamente connesso con il nostro sistema nervoso (autentico?). Nel campo dell’immaginazione si situa la piega tra i video paralleli di Farocki: lo strappo nel cielo posticcio, una fessura sorgiva, il taglio metavirtuale dove, anche se fossimo noi stessi degli avatar, potremmo operare ricercando l’effetto di una virtualità diminuita. Dovremmo, cioè, immaginarci – come nella pratica artistica di Farocki – simili a proiezioni soggettivate alle prese con la propria coscienza metafisica che cercano di depotenziare il virtuale per riscoprire il reale.

HARUN FAROCKI. Parallel I-IV

4 novembre 2016 – 12 febbraio 2017

Fondazione Sandretto Re Rebaudengo
Via Modane 16, Torino

Info: +39 011 3797600
www.fsrr.org

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