NAPOLI | MANN | 2 aprile – 6 giugno 2016

Intervista ad ADRIAN TRANQUILLI di Micole Imperiali

Cosa ci fa Batman avvolto in un candido drappo, immerso in un’aura di religioso raccoglimento, che si staglia al centro del Giardino storico, come colonna di un tempio greco? Un Batman che dona e perdona, che si spoglia dell’eroismo cucitogli addosso dalla tradizione per acquisire le sembianze di un Cristo nella sua triplice essenza, un eroe umano consapevole dei propri limiti, incolore, nella sua purezza d’intenti.
È uno dei protagonisti del mondo di Adrian Tranquilli, al Museo Archeologico Nazionale di Napoli fino al 6 giugno in mostra con Giorni di un futuro passato, curata da Eugenio Viola e coordinata da Marco de Gemmis. Un incontro tra classicità e contemporaneità, tra gli eroi della collezione Farnese e quelli di un tempo letterario e artistico di natali recenti, il fumetto supereroico, su cui Tranquilli ha plasmato la sua ricerca artistica.

In Excelsis, 2013. © Adrian Tranquilli

In Excelsis, 2013. © Adrian Tranquilli

Una scelta precisa, che porta due mondi lontani ad un contatto che è insieme azione e interazione. Ci parleresti di questa scelta? Cosa lega il tuo mondo al passato mitologico del Museo?
Ho cominciato a esporre nei primi anni ’90, e la prima grande mostra istituzionale l’ho avuta nel 2001 al Palazzo delle Esposizioni a Roma. Poi sono seguite altre occasioni di esporre in diverse cornici museali, tra cui il MACRO – Museo d’Arte Contemporanea a Roma, il MART – Museo d’arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto e diversi altri, ma con questa mostra a Napoli per la prima volta si è prefigurata l’opportunità di presentare il mio lavoro con uno sguardo retrospettivo. Poter intervenire dentro un contesto così carico e significativo come la Collezione Farnese, ha scaturito una serie di domande sul mio lavoro, che da sempre oscilla tra il passato e il futuro. Così, insieme al curatore Eugenio Vola, abbiamo cominciato a riflettere sulla strada da intraprendere con la mostra Giorni di un futuro passato.
Guardando indietro, abbiamo deciso di soffermarci sul 1998 quando ho cominciato a dedicarmi ad un ciclo di lavori chiamato Futuro imperfetto, che era nato dall’idea di creare una probabile o improbabile immagine del domani. Con questi lavori ho voluto dar vita ad una serie di “apparizioni”, cioè epifenomeni di ciò che potrebbe trovarsi di fronte un antropologo o un archeologo del futuro. In questo senso ho voluto creare dei lavori utilizzando elementi iconografici particolarmente significativi e riconoscibili, appartenenti alle diverse mitologie, sia a quelle religiose sia a quelle generate più recentemente dai media, dal cinema (in particolare quello fantascientifico, delle grandi saghe tipo “Guerre Stellari”), dalla letteratura o dal fumetto (quello dei super eroi della Marvel e DC Comics), con la finalità di costruire una de-realtà possibile. Difatti, questa mostra inizia proprio con alcuni lavori appartenenti a questo ciclo che giocava molto con l’idea del museo e del reperto archeologico, e poi si snoda attraverso altri cicli di lavori più recenti, che potevano instaurare un giusto dialogo con il contesto circostante. Direi che questo sia il primo nesso: la serie di opere del ciclo Futuro Imperfetto che costituiva il punto di partenza, non solo di questa mostra, ma anche dell’incentrarsi di tutto il mio lavoro seguente sul tema della mitologia vista in chiave contemporanea.

Superman - The Man of Steel, 1998 © Adrian Tranquilli

Superman – The Man of Steel, 1998 © Adrian Tranquilli

L’universo che tracci va all’osso dell’icona: ciò che resta è l’elemento umano, la consapevolezza di un destino e la sua accettazione. Come un martire, l’eroe attende paziente la sua fine, la accoglie, anche se questo significa soccombere. Penso a Superman – The man of steel (1998), in cui una cassa toracica blu, la cui base di appoggio è lo stemma dell’eroe che dà identità all’opera, è attraversata da dardi, come un San Sebastiano ridotto all’essenza…
Sì, questo è uno dei lavori del ciclo Futuro Imperfetto, che avevo iniziato nel 1998. Come dicevo, attraverso accostamenti e contrapposizioni di simboli diversi volevo mettere a confronto l’universo mediatico del cinema e del fumetto con i miti delle religioni occidentali e orientali. Ed ecco che in questo gioco di libere associazioni, il San Sebastiano veniva identificato con il Superman. A mio avviso queste realtà o meglio queste de-realtà sono molto più simili di quello che si pensi. Il fumetto per esempio crea un suo tempo interno, un universo parallelo con una sua struttura spazio-temporale “altra” e coerente a se stessa, così come la religione crea una struttura parallela alla realtà, pretendendo di farsi accettare come la sola esistente e possibile. Fumetto e religione sono dei codici che tendono a fare accettare una dimensione evidentemente artificiale, inventata.
Inoltre, attraverso Futuro imperfetto volevo riflettere sui fenomeni culturali attuali, in particolare sui cambiamenti di certi codici e sullo svuotamento e mutamento dei loro significati originari. Credo che evidenziando diversi livelli di interpretazione del mito si possa raggiungere una maggiore consapevolezza: in particolare, una maggiore consapevolezza collettiva delle strutture indotte. Mi riferisco cioè, a quelle strutture che vengono date come certe e assolute (ad esempio il senso dello spazio e del tempo, il controllo della vita e della morte, oppure il concetto del maschile e del femminile) che, nonostante tutto, diventano sempre più ovvie e cariche della loro inevitabile crisi.
Sovrapponendo Cristo a Batman o viceversa, come ho fatto ad esempio nel lavoro Batman, The Dark Knight, Vatican City 1998, sottolineo la relatività di entrambi e affermo che tutto è relativo e indotto.
In questo modo tendo a creare un impasse, dove ciò che la mia maestra, Ida Magli, chiamava, “il muro dell’ovvio” crolla e si apre allo spazio per la ricostruzione del nuovo. Ho voluto vedere cosa ci fosse dopo il crollo del muro dell’ovvio, e se un Futuro imperfetto potesse creare un Presente indicativo.

All is Violent, all is Bright, 2009. © Adrian Tranquilli

All is Violent, all is Bright, 2009. © Adrian Tranquilli

La realtà che rappresenti è maestosa, ma allo stesso tempo fragile: la basilica di S. Pietro, ritratto della poderosa storia della cristianità, diventa un castello di carta soggetto ai giochi del caso, nell’effetto domino che rade al suolo. Ci parleresti di All is violent, all is bright (2009)?
Anche se c’è quasi un decennio tra Futuro imperfetto e All is violent, all is bright, di fondo si tratta delle stesse domande che mi pongo ossessivamente. Il lavoro è costruito con 50.000 carte da gioco, nelle quali si ripropone sempre lo stesso personaggio, ma declinato in varie forme in cui è apparso nel corso dei secoli: il Jolly o il Joker. Sono cinquantadue “facce” di Joker, ripetute e alternate fino all’ossessione per creare un effetto quasi ipnotico di questo particolarissimo “castello di carte”.
Attraverso la sovrapposizione di questi elementi così carichi di simbolismo ho voluto porre interrogativi sulla natura delle fondamenta del nostro modello culturale e sulle ragioni del suo inevitabile collasso. Nei cicli precedenti questi interrogativi venivano affrontati attraverso la figura dell’eroe, di “colui che salva”, il “detentore del bene”, protagonista immancabile di tutti i grandi miti e narrazioni epiche. Con il Joker come protagonista, mi sembrava che queste posizioni si potessero radicalizzare ulteriormente, diventando più taglienti e denunciatorie, ponendo l’interrogativo su cosa significhi lo stato di crisi di uno tra i concetti cardine del modello culturale occidentale, cioè quello della salvezza.

Si tratta di un concetto simile a quanto esprimi con The end of the beginning (2016), la Torre di Babele dal bianco candore presentata per la prima volta in quest’occasione – che nonostante la potenza del mito che l’avvolge si spacca in due rivelando un’anima inaspettata, che sovverte l’istituzione intaccabile della leggenda che perdura nei secoli e che è rappresentata dal personaggio che si rivela al suo interno?
Partendo dalla figura dell’eroe (o anti-eroe nel caso di All is violent, all is bright), con queste opere mi sono proposto di indagare il rapporto tra l’individuo e la collettività, tra il potere del singolo e le sovrastanti strutture di potere, siano esse di stampo religioso ideologico, politico o economico.
In una società come la nostra, in cui il rapporto tra “il potere”, inteso in termini di ricchezza, influenza e controllo sta in proporzione 1 a 99, interrogarsi sulla possibilità di creazione di un modello alternativo di società diventa più che urgente. Il Rimanente 99%, come si definiscono i movimenti che contestano l’attuale società capitalistica e globalizzata, cioè tutti coloro che militano e si riconoscono e identificano con Anonimous, Occupy, Indignados e simili emanazioni di protesta, rappresentano una forza sociale che a sua volta cerca il potere e inevitabilmente rischia di venire assimilata dal sistema.
Comunque, tutti coloro che si sentono parte di questi movimenti si fanno (non)riconoscere indossando la stessa maschera – quella appunto di un personaggio di fantasia, chiamato V, ovvero l’ambiguo eroe della graphic novel V per Vendetta, reso ancora più celebre attraverso l’omonimo block-buster Hollywoodiano.
La maschera dal volto bianco e dal sorriso sardonico dietro la quale si cela l’identità del eroe immaginario V, uno dei più venduti oggetti del merchandising Hollywoodiano, ora è il simbolo del Rimanente 99%, il globale movimento di contestazione. Ciò indica che l’eroe non è più il singolo che attraverso la maschera si proietta su un piano simbolico altro, in cui funge da modello di riferimento, ma si dissolve in un’identità collettiva, molteplice e irriconoscibile, che a sua volta corrisponde allo stesso carattere inafferrabile e invisibile di quel 1% che detiene il potere.

The End of the Beginning, 2016. © Adrian Tranquilli

The End of the Beginning, 2016. © Adrian Tranquilli

Tutto questo ci indica il cambiamento paradigmatico accaduto nel passaggio tra XX e XXI secolo: il singolo cede posto alla moltitudine, non s’innalza al di sopra del modello dominante ma si camuffa per amalgamarsi con altri simili, insieme ai quali opera in maniera virale e sovversiva, trovando il proprio ideale (simbolo) proprio nel prodotto della letteratura popolare e fantasy, dove nemmeno esiste più un netto confine tra il bene e il male, tra l’eroe e il suo antagonista, tra l’utopia e il terrore.

Dunque, dove vive l’Eroe? Nel suo celare la sua aura? In quello spazio silenzioso tra i pilastri della storia, visibile solo a chi possiede lo stupore per la rivelazione della grandezza bisbigliata? Un processo che permette di indagare la natura delle cose, senza spegnere la scoperta appoggiandosi a rassicuranti definizioni, che permette di, come afferma De Gemmis, «allargare il raggio del pensiero. Le scosse salutari che le ardite associazioni possono ancora suscitare».

 

Adrian Tranquilli. Giorni di un futuro passato
a cura di Eugenio Viola, con il coordinamento di Marco De Gemmis
In collaborazione con il Museo MADRE

2 aprile – 6 giugno 2016

MANN – Museo Archeologico Nazionale di Napoli
Piazza Museo 1, Napoli

Info: +39 081 44 22 275
cir.campania.beniculturali.it/museoarcheologiconazionale

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