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GLI ITALIANI DI VIVA ARTE VIVA | 57. BIENNALE ARTE 2017 | 13 maggio – 26 novembre 2017

intervista a GIORGIO GRIFFA di Matteo Galbiati*

Impegnato in numerosi appuntamenti internazionali che lo vedono protagonista, anche Giorgio Griffa (1936) sta vivendo un felice momento di attenzione critica verso la sua ricerca che, dagli anni Settanta, si fa portatrice di una sua particolare e personale interpretazione dei valori fondanti della pittura. Nelle sue opere-sindoni, dove il telaio si sottrae per portare la dimensione nuova del “quadro” ad un momento-istanza che dispone e proietta la tela direttamente nello spazio, il cromatismo si condensa in segni e tratti, a volte anche con lettere e numeri, che segnano, nel loro fluire libero e “liquido”, l’intelligenza di una sostanza capace, con il suo specifico codice, di rinnovare sempre il binomio tela-colore.
Abbiamo intervistato il maestro torinese in occasione della sua importante partecipazione alla 57. Biennale di Venezia, ulteriore omaggio al suo impegno artistico e intellettuale:

A Venezia la sua storia artistica trova celebrazione e riconoscimento internazionali con la partecipazione alla Biennale, cosa significa per lei questa ambita partecipazione?
Significa che la pittura non è morta.

Cosa può rappresentare, in seno alle estetiche attuali, la sua rigorosa dedizione al linguaggio pittorico? Quale testimonianza e valori portano le sue opere?
La sfida è di considerare la pittura come strumento del nostro tempo anziché di nostalgia o parodia del passato.

Giorgio Griffa Canone aureo 720, 2016 acrylic on canvas, 151 x 270 cm 57. Esposizione Internazionale d’Arte - La Biennale di Venezia, Viva Arte Viva 57th International Art Exhibition - La Biennale di Venezia, Viva Arte Viva. Foto: Italo Rondinella

Giorgio Griffa
Canone aureo 720, 2016
acrylic on canvas, 151 x 270 cm
57. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, Viva Arte Viva
57th International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, Viva Arte Viva. Foto: Italo Rondinella

Su cosa si concentra la sua presenza a Venezia? Quali lavori ha voluto che la rappresentassero?
Sono due lavori del ciclo sul Canone Aureo, uno appartiene anche al ciclo Alter Ego in quanto contiene un aforisma di Agnes Martin.

Lei ha dissolto il corpo del quadro privandolo di telaio e di cornici e la tela diventa non solo supporto, ma anche elemento fondante l’opera. Attraverso quali processi ha contemplato l’importanza della tela – lasciata in gran parte grezza – nella definizione dell’immagine complessiva dell’opera stessa?
La tela è uno dei protagonisti dell’opera, non soltanto supporto. Non c’è gerarchia fra i vari strumenti compresa la mia mano.

La sua pittura poi ha stabilito un codice espressivo fondato su segni minimi e iconici. Cosa rappresentano e come si regolano nel “senso” totale del dipinto?
Rappresentano l’ingresso nell’ignoto.

The 57th International Art Exhibition_La Biennale di VeneziaLei ha sempre messo al centro della sua poetica l’“intelligenza della pittura”, cosa intende con questo concetto?
Oggi sappiamo che non esiste più la materia bruta, tutta la materia è intelligente. La pittura ha una doppia intelligenza, quella dei suoi materiali e quella dell’umanità che l’ha inventata e la percorre ormai da più di 30mila anni.

Ogni suo lavoro sembra aprire una dimensione infinitiva e mai delineata e definita alla pittura: i segni non colmano le superfici, ma con ritmo e garbo sembrano disporsi ad un ordine diveniente. Cosa cerca questa attitudine del suo fare?
La perenne mutazione del divenire.

Ha spesso fatto riferimento alla “concentrazione passiva”, a cosa allude? Cosa implica?
Concentrazione passiva significa che la mia mano è al servizio della pittura, la mia attenzione concentrata su quanto essa mi chiede anziché essere essa al mio servizio.

Formulo anche a lei una domanda che ho spesso fatto ad altri artisti della sua generazione impegnati dagli Anni Sessanta e Settanta nel sostenere il valore della Pittura: perché oggi è sempre più crescente l’interesse – di critica, mercato e pubblico – per le ricerche, definiamole per convenzione in questo modo, “analitiche”?
Aspetti analitici appartengono alla pittura ed a tutti i mestieri. Non condivido la definizione di pittura analitica pur riconoscendone la utilità strumentale.

La sua pittura cosa consegna allo sguardo? Quali sono i suoi valori più urgenti?
La pittura, non solo la mia, consegna alla sguardo se stessa.

*[da Espoarte #97 – Speciale Biennale]

Giorgio Griffa è nato a Torino, dove vive e lavora, nel 1936

Gallerie di riferimento:
Casey Kaplan, New York
http://caseykaplangallery.com

Galleria Lorcan O’Neill, Roma
www.lorcanoneill.com

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