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MILANO | Fondazione Mudima | 12 febbraio – 11 marzo 2016

di KEVIN McMANUS

Verrebbe da pensare che una mostra aperta, all’ingresso, da una macchina da guerra installata nello spazio della galleria punti esclusivamente sull’effetto “pugno nello stomaco”. L’idea, tuttavia, viene scartata categoricamente man mano che si procede nella visita, lasciandosi incantare e interrogare dalle macchine inspiegabili (o solo in parte spiegabili) di Paolo Gallerani (1943), dalle sue strane architetture in gesso, dai suoi disegni progettuali che intimidiscono il fruitore alla ricerca di spazi lirici di contemplazione, e spiazzano l’intellettuale, o il tecnico, in cerca di una logica funzionale, di un possibile “prodotto”. La logica c’è, ma possiamo definirla una logica suggestiva, ed è una logica che va oltre il singolo pezzo per abbracciare l’intero progetto di mostra, a cura di Eleonora Fiorani.

Paolo Gallerani, NIKE, dal 2011, carro mobile in due elementi, fusto e testata Foto di Fabio Mantegna

Paolo Gallerani, NIKE, dal 2011, carro mobile in due elementi, fusto e testata Foto di Fabio Mantegna

Ma andiamo con ordine. La macchina da guerra che ci accoglie costituisce in realtà il centro della prima sezione; si tratta di NIKE, un missile anti-missile americano dismesso, acquistato dall’artista come rottame nel 2011, e montato su un carro di avanzamento, con alcuni innesti testuali (in primis James Joyce, che l’artista cita quale fonte ispiratrice dell’opera) e organici (alcuni rami che sembrano scaturire dall’inquietante marchingegno). Lo si definirebbe un objet trouvé, facendo così partire la catena delle associazioni e delle genealogie d’avanguardia; si tratta in realtà di qualcosa di diverso. Da un lato Gallerani ci mostra, ci fa addirittura toccare un oggetto al quale solitamente non siamo in grado di avvicinarci; un oggetto quindi che non è sottratto a un contesto di banalità quotidiana, ma che di per sé era già carico di un’aura propria, magari spaventosa, che nello spazio della galleria cambia di segno, portandoci ad osservare la bellezza del meccanismo e delle sue componenti. Non dunque una semplice ricontestualizzazione, ma piuttosto una riconfigurazione di senso, una nuova moralità, una monumentalità inquieta che si impone a prima vista come immagine sconvolgente, per articolarsi poi nella dimensione dell’analisi, dello studio. Di fronte a NIKE, sulla parete (fondamentale, in mostra, il rapporto orizzontale-verticale) una serie di “carte nere”: stampe fotografiche dell’installazione sulle quali l’artista lavora mediante una cancellazione parziale con inchiostro nero. La macchina rimane visibile, ma lo strato semitrasparente di inchiostro ci impedisce di fruirne l’immagine nella sua dimensione di spazialità illusoria. Non ci rimane che un simulacro, un fantasma, che dialoga con il corpo imponente del suo referente abbandonato.

Paolo Gallerani, Diderot, 2008, particolare dell’installazione Foto di Fabio Mantegna

Paolo Gallerani, Diderot, 2008, particolare dell’installazione Foto di Fabio Mantegna

La mostra prosegue con le Macchine. Qui la poetica di Gallerani si esplicita nei suoi elementi cardine: il lavoro presentato come valore etico-artistico, al di fuori di qualsiasi calcolo sui suoi frutti tangibili. Come nei sogni dei primi (veri) costruttivisti, la figura dell’artista e quella dell’operaio si congiungono; il primo mostra la pienezza esperienziale del proprio lavoro, il secondo esce finalmente dalla sua dimensione alienata, si ritrova a coincidere con la mente progettuale, con il senso dell’opera. Una circolarità che si fa intrigante paradosso: queste macchine “funzionano”, agiscono – fondamentale, sotto tale aspetto, l’elemento primario ed emblematico dell’inclinazione variabile del piano – ma lo fanno al di fuori di una “funzione”, intesa come finalità altra. Compimento di questa logica è la Stanza delle pulegge, installazione ambientale-industriale realizzata su invito di Eugenio Battisti per la Triennale del 1986, oggi al Museo del Patrimonio Industriale di Bologna, e qui presentata attraverso alcuni disegni e fotografie.

Paolo Gallerani, UPs/320, Prototipo 4.7, 1977, acciaio satinato

Paolo Gallerani, UPs/320, Prototipo 4.7, 1977, acciaio satinato

Chiude la mostra una serie di lavori solo all’apparenza eterogenei rispetto al contesto; sculture in gesso ispirate a dettagli di capolavori della storia dell’arte (Carpaccio e Dürer, ad esempio), nelle quali il lavoro è quello del modellatore che diventa tutt’uno con la sua materia, che da una preesistenza fortemente caratterizzata estrae un nuovo potenziale espressivo. Ancora una volta, una riprogrammazione dell’aura originale della fonte, un cambio di dimensione (o di status mediale). Altri gessi mostrano architetture romane rivisitate, schiacciate in uno spazio scorciato a metà tra la scultura da tavolo e il rilievo, quasi ad aggiungere un passaggio umano (di nuovo, un lavoro) all’esperienza di questi spazi.

Paolo Gallerani. Innesti e snodi

a cura di Eleonora Fiorani

12 febbraio – 11 marzo 2016

Fondazione Mudima
via Tadino 26, Milano

Orari: da lunedì a sabato 11.00-13.00 e 15.00-19.00
ingresso libero

Info: +39 02 29409633
info@mudima.net
www.mudima.net

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