MILANO | Spazio Messina 2
 – Fabbrica del Vapore | 25 maggio – 26 giugno 2016 

Intervista a FRANCESCA LEVI TONOLLI di Matteo Galbiati

Lo Spazio Messina 2 della Fabbrica del Vapore ospita la mostra retrospettiva dedicata a Fulvia Levi Bianchi, che, curata dalla figlia Francesca Levi Tonolli, ha per protagonista la forma simbolica dell’uovo, un elemento che l’artista triestina ha sempre utilizzato e inserito in molte delle sue opere. Tra scultura, pittura, design e grafica la mostra milanese abbraccia i temi e i contenuti della sua ricerca con un nutrito numero di opere che rappresentano tanto i soggetti, quanto le innumerevoli pratiche e le tecniche svolte e agite nel corso degli anni.
Affidiamo proprio a Francesca Levi Tonolli il racconto della figura della madre e del contenuto di questa importante mostra: 

Fulvia Levi Bianchi, EKB, Homage, 2005, tecnica mista, 100x100 cm

Fulvia Levi Bianchi, EKB, Homage, 2005, tecnica mista, 100×100 cm

Ab Ovo riassume la lunga ricerca che ha impegnato sua madre fin dagli anni Sessanta. Cosa rappresenta questa mostra per lei?
Questa mostra per me è importantissima, sono anni che penso a come rendere un giusto omaggio al lavoro artistico di mia madre. Ho avuto diverse occasioni, ma nessuna era così interessante come l’opportunità alla Fabbrica del Vapore, che ho trovato perfetta. Le sue uova che simboleggiano la vita, la nascita, la perfezione della forma, il tutto, trovano una giusta collocazione tra le vetrate di questo magico e storico spazio espositivo.

Come si condensa, in questa occasione, la sua lunga e prolifica carriera artistica che ha avuto un’ammirazione internazionale? Quali temi tocca?
In questa mostra ho voluto sottolineare soprattutto il mistero dell’uovo, presenza quasi ossessiva e ripetitiva nella mostra, che mia madre ha interpretato magistralmente sin dagli anni Sessanta e che per lei rappresentava semplicemente l’essere e il divenire. Ha studiato molto sulla simbologia di questa forma meravigliosa e “pura”, identificandosi in lei attraverso una tecnica pittorica che definirei quasi eterea, misteriosa, quasi senza materia… Astratta. 

Fulvia Levi Bianchi nello studio di Lucio Fontana, 1966

Fulvia Levi Bianchi nello studio di Lucio Fontana, 1966

Come ha scelto di sviluppare il percorso espositivo? Quali sono le opere indicative che rappresentano meglio le riflessioni di sua madre?
Il percorso espositivo comincia con un altro simbolo di vita che è il seno, visto da lei quasi come una entità, come un pianeta che galleggia e che ci sovrasta, che ci accoglie con la sua rotondità, immagine insita in tutti noi. Poi si arriva all’uovo che viene descritto quasi come una presenza, una luce, a volte duro su metallo freddo e inerte, a volte leggero su sfondi bianchi quasi impalpabili. Attraverso il colore rosso sangue, il nero della notte, il bianco della luce l’uovo emerge sempre ed esce dalla realtà della tela stessa, diventando solo luce e spogliandosi della sua materia.

Fulvia Levi Bianchi non ha lavorato solo come pittrice, ma si è dedicata anche ad altri ambiti come la scultura, la grafica, il design… Come ha saputo unire esperienze tanto diverse?
La scultura è la forma d’arte per eccellenza, la più complessa e la più completa, la sua tridimensionalità permette di leggere il volume e anche l’attimo che l’artista ha voluto fermare. La grafica era il suo “tratto”, la cosiddetta capacità di disegnare di cui lei aveva una grandissima padronanza, ricordo che stavo ore a guardarla mentre tracciava sicura i suoi segni sulla carta e tutto ad un tratto prendeva forma, come per magia.

Fulvia Levi Bianchi, Interpretazione della "Sacra conversazione" di Piero della Francesca, 1978, olio su tela, 270x155 cm (tre elementi)

Fulvia Levi Bianchi, Interpretazione della “Sacra conversazione” di Piero della Francesca, 1978, olio su tela, 270×155 cm (tre elementi)

Il design l’ha sempre affascinata, cercava di stravolgere una forma o un oggetto esistente usando la sua fantasia e sperimentando nuovi materiali; aveva anche inventato un materiale molto innovativo che chiamò “Fufite” (dal suo sopranome Fufi), una sorta di cemento grezzo composto da polvere di plastica e gesso che mescolato all’acqua prendeva la forma che si voleva e una volta indurito risultava leggerissimo sebbene simile al cemento. Ne fece tavoli e cornici per i suoi quadri.
Inventò un nuovo casco per motociclisti formato da due parti, una studiata per la sicurezza e la seconda per la bellezza, con soluzioni molto innovative d’intercambiabilità, ma non riuscì a farlo omologare forse perché le sue idee erano sempre troppo avanti (eravamo negli anni ’80) e forse perché lei non era una vera designer, ma una pittrice.

Era legata a due figure carismatiche come Arturo Schwarz e Pierre Restany: cosa le hanno dato? Quali ricordi, insegnamenti e quali letture legate alla sua ricerca artistica conservava di questo rapporto con loro?
Sicuramente Arturo Schwarz per la mamma è stato molto importante: ricordo che quando lo incontravo mi diceva sempre “tua mamma ha troppe uova per la testa” e finiva con una bella risata. Le serate passate a discutere d’arte erano interessantissime e ricche di aneddoti che oggi farebbero arrossire molti artisti. Ovviamente mia madre cercava di punzecchiarlo sul concetto di “surrealismo” che, visto da lui, era la vittoria del piacere sulla realtà. La donna era intesa come l’unica divinità che Schwarz riconoscesse e per lui l’amore era uno dei temi principali del Surrealismo, cosa che mia madre condivideva pienamente interpretando questo concetto attraverso i grandi seni dipinti.
E poi c’era Pierre Restany, con la sua barba riccia e bianca, che con uno spiccato accento francese disquisiva di arte come se raccontasse barzellette: era un piacere ascoltarlo, e per mia madre era – oltre che un grande critico – un grande consigliere e amico. Fu lui che la spinse, insieme ad Alexandre Iolas, a “lavare” la sua pittura e a sintetizzare al massimo le sue emozioni. 

Fulvia Levi Bianchi, Grande mistero rosso, 2003, olio su tela, 200x190 cm

Fulvia Levi Bianchi, Grande mistero rosso, 2003, olio su tela, 200×190 cm

Che carattere e personalità aveva?
Mia madre aveva un carattere solare, era una donna allegra e dotata di senso dell’humor, la sua forza e determinazione sono stati gli elementi fondamentali per non mollare mai; mio padre era un industriale e le fece condurre sempre una vita molto agiata, ma questo nel mondo dell’arte era quasi una colpa: forse avrebbe dovuto lasciare quella vita privilegiata, la sua famiglia, per dedicarsi esclusivamente al mondo artistico, ma continuò a dipingere e credo con maggior determinazione e rabbia.
I suoi amici venivano spesso da noi a cena, ricordo Lucio Fontana, persona adorabile e gran signore; il brusco e introverso Giorgio de Chirico, Roberto Crippa con i racconti dei suoi voli in aereo e delle sue spirali… Dova, Raffaele de Grada, Krizia, Valentina Cortese, Restany, Umberto Veronesi, Carlo Castellaneta. Conosceva un mondo variopinto di “artisti”, nomi noti della moda, della cultura, designer, e insieme a mio padre avevano sempre ospiti a casa. La sua allegria e il suo carattere contaminavano tutti e lei attingeva da tutti quel qualcosa che l’arricchiva e che la faceva sentire bene oltre a fare bene anche alla sua pittura, che era lo specchio del suo carattere, la luce, i colori, le emozioni, la sua vita.

Ab Ovo. Un viaggio nell’opera di Fulvia Levi Bianchi
a cura di Francesca Levi Tonolli e Luigi Pedrazzi
con il patrocinio di Comune di Milano
organizzazione e coordinamento Arteutopia
in collaborazione con Assessorato alle Politiche Giovanili del Comune di Milano
con il contributo di Galleria Mazzoleni, Indosuez e Kartell
catalogo Skira con testi di Francesca Levi Tonolli e Arturo Schwarz 

25 maggio – 26 giugno 2016

Spazio Messina 2
Fabbrica del Vapore
via Procaccini 4, Milano 

Orario: da martedì a domenica 10.30-19.00
Ingresso libero 

Info: www.arteutopia.it
www.fabbricadelvapore.org
www.clarart.com

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