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FIRENZE | CCC Strozzina | 5 ottobre 2012 – 27 gennaio 2013

di ROBERTO LACARBONARA 

Francis Bacon padre e testimone della “condizione esistenziale della contemporaneità”: una tesi di fondo – quella assunta dalla mostra in Strozzina a Firenze, aperta fino al 27 gennaio 2013 – suggestiva ed audace, un’ipotesi ansiosa e sinistra.

Bacon conosceva, forse anche godeva del deliro dei corpi, dei desideri incarnati e del tormento. Aveva la virtù di trattenere, nella rappresentazione, l’agitazione concreta del profondo, mettendo sotto vetro l’esistenza, facendone tableau vivant. Ai limiti della patologia estetica, nella spasmodica affezione per la scarnificazione dei volti e per una torbida intimità delle passioni, Bacon ha posto le premesse per una condizione che l’arte contemporanea oggi percorre ripetutamente, una strada che allontana lentamente dalla vita e genera abominio.

Gli 8 dipinti del Maestro irlandese, provenienti dalla Dublin City Gallery The Hugh Lane, corpo centrale della mostra fiorentina, fondano una nuova teoria dell’arte come scienza decadente, peritura e fallace. Un’arte che non può sublimare nulla, può far strada ma non far luce.

Affiancano Bacon cinque artisti di estremo interesse, segno di un gioco ben fatto nella manovra curatoriale di Franziska Nori (direttore CCC Strozzina) e Barbara Dawson (direttore Dublin City Gallery The Hugh Lane).
Annegret Soltau (Germania, 1946) esibisce cicatrici e cuciture, trasforma volti e persone in frammenti impossibili da trattenere. Parla di nevrosi, di scissione, del diverso. Ma senza andare oltre colui di chi si sta parlando, ovvero Sé. Adrian Ghenie (Romania, 1977) lascia esplodere la centrifuga dell’identità, raduna nel dipinto l’ipertesto della mente: immagini biografiche e non, pezzi di film e giornali e massmedia. Tutto compone un’unità figurativa dalle sembianze umane e dall’essenza irrintracciabile.

Nathalie Djurberg (Svezia, 1978) si accosta a Bacon nell’inquietudine più ambigua e straziante: quella di un’infanzia sabotata, messa in fuga dalla volgarità e dalla perversione.
Eppure i suoi claymation (film prodotti dall’animazione di scultura in argilla) fanno sorridere ed ammaliano, dal fondo fiabesco in cui accadono quelle storie di stupri e zoofilie.

Poco gentile ma geniale il depistaggio di Arcangelo Sassolino (Italia, 1967), un corpo macchina che mette in trazione una fune legata a due travi sempre sul punto di cedere e crollare. Trasformare Bacon in fatto, in azione, in forza dirompente e disumana vuol dire averne compreso il profondo slittamento dal reale all’invisibile.

Ed infine Chiharu Shiota (Giappone, 1972), la sua trama inestricabile di filo nero che irretisce ogni cosa, lo spazio aperto e le memorie anguste. Poetico intervento site specific a pochi passi da uno dei dipinti incompiuti di Bacon, Three figures, una grande tela che mostra le linee di costruzione ed i volteggi del colore. La lana nera di Shiota genera un’altra idea di spazio vuoto, già segnato ed irretito. Eppur sospeso, non finito – ancora meglio – in-finito.

Francis Bacon e la condizione esistenziale nell’arte contemporanea
Nathalie Djurberg, Adrian Ghenie, Arcangelo Sassolino, Chiharu Shiota, Annegret Soltau
a cura di Franziska Nori e Barbara Dawson

5 ottobre 2012 – 27 gennaio 2013

Centro di Cultura Contemporanea Strozzina
Palazzo Strozzi, Firenze

Orari: martedì-domenica, 10.00-20.00; giovedì 10.00-23.00; lunedì chiuso

Info: +39 055 2645155
www.strozzina.org

 

 

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