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ROMA | Museo dell’Ara Pacis | 26 settembre – 25 gennaio 2015

di DANIELA TRINCIA

Dietro la stazione Saint-Lazare, Parigi, 1932. © Henri Cartier-Bresson/Magnum Photos-Courtesy Fondation HCBTanto è stato detto e scritto su Henri Cartier-Bresson, che appare difficile possa esserci ancora qualcosa di inedito da asserire su colui che è stato sì un grande fotografo, ma anche un grande artista, tanto che qualsiasi ulteriore dichiarazione può addirittura risultare pleonastica.

Durante i suoi novantasei anni di vita, Henri Cartier-Bresson ha attraversato e documentato quelli che sono stati i momenti salienti del Novecento. Nato a Chanteloup-en-Brie nel 1908, la sua prima passione, come lui stesso scrive, in realtà è stata la pittura: “da bambino, la facevo il giovedì e la domenica, ma la sognavo tutti gli altri giorni”. Proprio a partire dagli anni Venti, fin quando non entra nell’Accademia di André Lhote, dipinge con una certa regolarità negli studi di Jacque-Emile Blanche e Jean Cottenet. Ma è quest’aspetto della mostra ad essere l’elemento più interessante: scoprire nuove prospettive, nuove sfumature, del mostro sacro della fotografia del secolo scorso.

Tra gli oltre cinquecento pezzi esposti a Roma, di cui trecentocinquanta stampe vintage, ci sono alcuni degli scatti che lo hanno reso famoso (i due uomini che sbirciano attraverso dei tagli di un telone, Brussels, 1932; l’uomo che salta fra pozze d’acqua, Dietro la stazione Saint-Lazare, Parigi, 1932; l’uomo con cappello e baffoni con una lente degli occhiali specchiante, Valencia, 1933; Alberto Giacometti, Henri Matisse e tante altre). Tuttavia sono esposte anche foto meno note che, le une accanto alle altre, raccontano uno spaccato della storia e i tanti Henri Cartier-Bresson: le tante anime che lo hanno attraversato e che si sono alternate nei suoi settant’anni di attività.

Domenica in riva alla Senna, Francia, 1938. © Henri Cartier-Bresson/Magnum Photos-Courtesy Fondation HCB
Un’esposizione equilibrata che si apre con i primi lavori di pittura e, in successione, presenta un Cartier-Bresson surrealista e alla maniera di Atget; un Cartier-Bresson suggestionato dalle impressioni d’Africa, dove si reca nel 1930 all’indomani della conclusione del servizio militare, abbracciando definitivamente la fotografia. È infatti nel 1932, all’età di ventiquattro anni, che acquista la sua prima macchina fotografica, una Leica I, 35mm con lente 50mm, che l’accompagnerà per molti anni della sua vita.

Henri Cartier - Bresson, Museo dell'Ara Pacis, Roma, 2014, veduta della mostra, ph. © Stefano Dal PozzoloContrasto (3)
Ma anche un Cartier-Bresson politicamente impegnato vicino alle posizioni del Partito Comunista; un Cartier-Bresson cinematografico e un Cartier-Bresson fotoreporter: occupazione che lo condurrà ad essere testimone dei più importanti eventi storici del Novecento. Come ad esempio l’apertura dei campi di concentramento e gli sviluppi successivi magistralmente testimoniate dai suoi scatti in un campo profughi, dalla serie che racconta di una collaborazionista riconosciuta dalla donna che aveva denunciato, Dessau, 1945. E la sua attività di fotoreporter lo porterà anche a fotografare i più grandi personaggi dell’epoca (uno fra tutti Gandhi).

 Roma, 1959. © Henri Cartier-Bresson/Magnum Photos-Courtesy Fondation HCB
Non si deve neanche dimenticare che proprio lui, insieme ai suoi amici Robert Capa e Gorge Rodger David Seymour, ha fondato nel 1947 la grande agenzia fotografica Magnum Photos. Tuttavia si scopre anche un Cartier-Bresson antropologo, contemplativo, fino a ritornare al Cartier-Bresson pittore, ma essenziale, ancor più scarnificato, perché, dopo aver tolto il superfluo, arriverà al disegno-autoritratto. E il cerchio si chiude.

 

Henri Cartier-Bresson

26 settembre 2014 – 25 gennaio 2015

Museo dell’Ara Pacis
Lungotevere in Augusta, Roma

Info: 060608
www.arapacis.it

 

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