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MILANO | Galleria Glauco Cavaciuti | 4 aprile – 4 maggio 2013

Intervista a FABRIZIO POZZOLI di Matteo Galbiati

Ritroviamo nuovamente impegnato in una mostra personale il giovane scultore Fabrizio Pozzoli che, per quest’occasione, presenta un’ampia selezione dei suoi lavori più recenti, per il cui studio, produzione e realizzazione ha dedicato gli ultimi due anni della sua silenziosa e accorta ricerca. Pozzoli, artista propenso ad un meticoloso lavoro da bottega, il cui merito si evidenzia nella qualità e raffinatezza delle proposte delle sue opere, ha sempre conservato un atteggiamento concentrato sull’anima evocativa e i contenuti profondi, che le sue sculture trasmettono nella fissità mobile del loro atteggiamento. I corpi umanoidi, tessuti di filo di ferro – matasse intricate in un gomitolo di sensazioni e sentimenti – che contraddistinguono il suo fare, non sono mai manichini o sagome stereotipate, ma al contrario sanno assumere una vitalità presente e attiva, che cattura e rapisce, in un processo di immedesimazione istintiva, chi le osserva e chi con esse si relaziona. Componente, che accentua la plastica espressiva dei suoi lavori, è il rispetto che l’artista ha per le caratteristiche intrinseche del materiale: i suoi valori simbolici, le metodologie impiegate, la possibilità di un’evoluzione nell’alterazione fisica della materia… Tutte prerogative che Pozzoli connette – e con cui relaziona – l’esperienza umana attraverso il suo segno inconfondibile, per questo motivo i suoi corpi-sagome diventano, nel loro silenzioso agire, sempre così vitali e presenti nella nostra immedesimazione e immaginazione. Uomo e scultura vivono e si alimentano così sempre della reciproca sensibile identificazione.

Questa mostra celebra la fase nuova del tuo lavoro. Quali sono le novità?
Prodromes è il risultato di un progetto espositivo la cui genesi risale a cinque anni fa: durante un periodo di permanenza a New York venne concepita l’idea di Prodrome 1 e della serie di lavori più recenti, che vedono un’intensa interazione tra le figure in filo di ferro ed elementi di natura diversa. Dal punto di vista tecnico, credo che questa possa essere considerata la principale novità. Mentre la riflessione prosegue e si sviluppa attorno all’individuo e alla sua relazione con il contesto sociale che lo permea.

Prodromes, allude quindi a qualcosa che si pone come base e anticipazione di ciò che ha da venire… A cosa guardano le tue opere e dove vorresti farci guardare?
L’idea di “voler far guardare” è lontana da ogni mio intento. Parlerei più semplicemente di una personale riflessione che prende spunto dall’osservazione quotidiana del tessuto sociale contemporaneo. Stiamo vivendo un momento in cui l’individuo concentra tutta la sua l’attenzione solo su se stesso, l’interazione con il simile viene sempre più preclusa a favore di un egocentrismo che mina l’idea stessa di società. Spesso è proprio il contesto che spinge a promuovere in ogni modo l’individualismo e la competitività. Si anela e lotta per raggiungere un sicuro e asfittico microcosmo protetto. I lavori intitolati Prodromes si pongono come rappresentazione estrema di questa condizione e, proprio perché estremi, spingono a proporsi come monito, riproducendo una personale visione delle conseguenze cui questo eccessivo atteggiamento auto-riferito può portare. Sagome solitarie che spiccano in cima ad esili travi, figure con teste intrappolate in claustrofobiche armature arrugginite, il frequente rimando al concetto di casa non vogliono essere altro che la rappresentazione dei sintomi di un malessere sociale che è visibilmente palpabile. Se si potessero squarciare quelle armature, liberando le menti, si solleverebbe il velo di una malcelata insofferenza, condizione esistenziale frutto di una rassegnazione dilagante e conformista.

In questo senso quali sono i rapporti con la realtà di oggi?
La maggior parte dei lavori in mostra indica chiaramente il rapporto che lega il singolo (figura) alla realtà di oggi (elementi di natura diversa). Questa commistione evidenzia come ci sia una spiccata forma di dipendenza dell’individuo nei confronti del contesto ospite. Questo costituisce un sostegno fondamentale per il singolo, che pur ricercando sempre di più l’isolamento per poter badare al proprio senza condividerlo con i simili, si sente protetto dall’idea di appartenenza al gruppo. In quanto sostegno, il contesto diviene anche vincolo, perché vissuto come necessario. Si crea una forma di dipendenza cronicizzata.

Rimani fedele al tuo materiale: il ferro. Che significato e valore ha per te?
Il filo di ferro costituisce l’origine e il senso stesso del mio lavoro. L’idea del groviglio come rappresentazione del caos originario da cui tutto ha preso forma, dell’intrico materico dei fili in cui pare scorrere la linfa vitale o in senso più etereo il pensiero, le sensazioni, le emozioni; l’idea del veder crescere ogni figura intrecciando ogni singolo filo e di vederla vivere e invecchiare nell’ossidazione provocata dall’ambiente, che ancora una volta è contesto; l’idea di un materiale freddo al tatto, ma che una volta prese le sembianze umane risulta caldo all’occhio di chi guarda. Assisto ogni volta a profonde relazioni empatiche.

Ci sono anche opere in cui “scrivi” attraverso l’ossidazione. Ci sono differenze con le sculture in filo di ferro vere e proprie?
Alludi alla serie dal titolo Shadows. È un percorso decisamente più recente. Si tratta di pannelli in ferro, trattati con smalto monocromo o trasparente e poi più o meno scientemente lavorati per ricercare l’ossidazione, su cui il tempo scrive e continuerà a scrivere. Il legame con le sculture è questo: la ruggine. In quanto ombre, mi interessa la loro provvisorietà, la maggiore inconsistenza rispetto alle sculture. Sono un’ulteriore rappresentazione, in altra forma, della mia personale visione della società contemporanea. Un agglomerato di ombre che si lasciano consumare dal tempo. Ugualmente mi piace considerarle anche come tracce, impronte del momento storico di cui faccio parte.

Riparlando delle altre forme, cosa ci dici di più?
Delle influenze reciproche abbiamo già detto, può essere interessante considerare in più il significato delle specifiche interazioni. All’interno della mostra, ricorre spesso il concetto di casa. Nell’immaginario condiviso è simbolo del nido, di ciò che dà rifugio, protezione. In opere come Psychic skin, Mother home, Out of my world, Urban ostrich o Nostalgic bewilderment, questo riferimento è evidente. Nel momento in cui ci si allontana dalla casa, si viene investiti da un forte disorientamento, perché improvvisamente privi di barriere, di filtri. Nelle opere Boxing freedom e Framed, le figure si trovano incastonate in strutture anguste e poco ospitali, simboleggiando ancora una volta il contesto che le ospita e le contiene al tempo stesso. In Prodromes la commistione con le pietre assume valenze specifiche per ogni lavoro: in generale sottolinea il peso di determinate condizioni più o meno transitorie. La presenza della materia lignea sviluppa la relazione tra l’elemento artefatto e quello essenzialmente più naturale o, nel caso più specifico, come nell’opera In fieri, è la raffigurazione dello scorrere del tempo e del cambiamento che accomuna ogni cosa.

Che ruolo gioca il “simbolo” nella tua ricerca?
Il simbolo vive nell’idea di confronto tra le figure in filo di ferro e i materiali estranei. La scelta di ricorrere ad elementi esterni mi ha spinto a dover considerare il significato ideale, il simbolo per l’appunto, che questi elementi portavano con sé. Ho dovuto valutare quanto quel significato potesse adattarsi al messaggio che intendevo dare al singolo lavoro, senza prevaricarlo. Ho lavorato in modo che s’instaurasse un’interazione concettuale tra ciò che con la scultura intendevo comunicare e il simbolo con cui l’elemento esterno si accompagnava.

Che descrizione fa Fabrizio Pozzoli dell’uomo, e dell’uomo di oggi e del suo presente in particolare?
Quando mi guardo attorno, vedo prodromi ovunque. Vedo individui in bilico su travi altissime, vedo file di uomini che camminano gli uni davanti agli altri con le teste imprigionate in armature che li preservano da qualsiasi contaminazione incontrollata, vedo figure incastonate in incontestabili spazi vitali predefiniti con la loro precaria ricerca di appartenenza, vedo ombre che si lasciano consumare dal tempo, lasciandosi diventare traccia, ma senza il minimo anelito di diventare impronta. Poi, soprattutto, vedo me stesso, con la mia pelle psichica e il mio disorientamento nostalgico.

Progetti per il futuro?
La mostra ha per titolo Prodromes, non soltanto per il legame concettuale che accomuna i lavori esposti. Da un punto di vista più propriamente personale, le tematiche affrontate all’interno di questa esposizione sono da considerare come prodromi di percorsi creativi in fieri. Sono un incipit e una sperimentazione al tempo stesso per comprenderne le capacità e le potenzialità espressive.

Fabrizio Pozzoli. Prodromes
a cura di Alberto Mattia Martini

4 aprile – 4 maggio 2013

Galleria Glauco Cavaciuti
Via Vincenzo Monti 28, Milano

Orari: lunedì 15.00-19.30; martedì-sabato 10.00-13.00 e 14.00-19.30; domenica su appuntamento
Ingresso libero

Info: +39 02 45491682
info@glaucocavaciuti.com
www.glaucocavaciuti.com

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