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MILANO | Triennale di Milano, Gallerie d’Italia e Nuova Galleria Morone |  10 febbraio – 2 aprile 2017

Intervista a FAUSTA SQUATRITI di Cristina Casero

A Milano si possono ammirare tre capitoli, in altrettante sedi, di un racconto inerente una ricerca estetica e artistica lunga sessant’anni e che vede per protagonista Fausta Squatriti. In occasione di questa importante lettura antologica di una delle protagoniste dell’arte contemporanea italiana, abbiamo incontrato l’artista e raccolta questa sua breve e preziosa testimonianza di chi a segnato la storia della cultura visiva, e non solo, del nostro presente:

Fausta Squatriti, Alla gogna, 1972, ferro ossidato, ferro laccato, 115x51x51 cm Foto © Bani

Fausta Squatriti, Alla gogna, 1972, ferro ossidato, ferro laccato, 115x51x51 cm. Foto: © Bruno Bani

La mostra Se il mondo fosse quadro, saprei dove andare…  in corso a Milano, sviluppata su tre sedi, è certamente una rassegna di ampio respiro. In che misura e in quali termini corrisponde alla tua lunga e articolata ricerca?
Le tre mostre  sono autonome l’una dall’altra, ma collegate dal punto di vista concettuale. Abbiamo inteso sviluppare una narrazione, mettendo in evidenza il filo conduttore necessario per rappresentare sessant’anni di lavoro, che ha conosciuto non pochi cambiamenti. La coerenza che a posteriori si evidenzia nel mio lavoro, che non è rimasto sempre uguale a se stesso, si legge, dedicandovi un po’ di attenzione, nell’allestimento della Triennale. Punte minacciose, colori molto accesi, mancanza di ombre, pulizia delle superfici che si stagliano su fondi bianchi, disequilibri, contrapposizioni tra immagini dal valore semantico diverso, quando non opposto.
In tutta la mia vita di lavoro, sono stata, anche inconsapevolmente, partecipe dei cambiamenti occorsi nel pensiero visivo della mia epoca, nella sua vita sociale e politica, non solo testimone. Per chi è abituato a una costante e univoca espressione, o stile, facili da riconoscere come marchio di fabbrica dell’artista, i miei cambi di registro risultano difficili da apprezzare.
Di volta in volta ho trovato una strada, l’unica possibile in quel momento, dando conto del mio punto di vista sul mondo, che è sempre diverso. Si è fino ad ora reso necessario, per me, stare all’erta, trovando, dal passato verso il presente, nuove ragioni espressive, e di conseguenza, nuovo stile per fare vivere nell’opera quel vecchio ‘messaggio’ nel quale continuo a credere come ragione prima del fare creativo.
In accordo con la curatrice generale Elisabetta Longari, e con quelli delle singole sezioni, Francesco Tedeschi, Susanne Capolongo con il gallerista Diego Viapiana, abbiamo messo in luce opere giovanili neglette, negli anni spostate da uno studio all’altro, in gran parte distrutte con quella furia iconoclasta inevitabile verso il doloroso periodo di formazione, che fa spostare la meta in una corsa che per me continua anche adesso.
In Triennale la narrazione parte da due disegni di grandi dimensioni che ho fatto a 16 anni, nel 1957, paesaggi dell’anima – vista la giovane età non posso dire della memoria – in cui le linee sono tracciate con parole che creano un testo poetico coerente. Non ricordo se avessi già visto le poesie visive di Apollinaire, certo è che ero impegnata, in quegli anni, a scrivere e disegnare, in modo totalizzante, escludendo da me quasi tutti gli interessi tipici dell’adolescenza.
A soffitto, e fa da perno centrale di tutta la mostra, La Passeggiata di Buster Kreaton del ’66, pittura dalle campiture piatte con la quale rivisito la visionarietà di Giovanbattista Tiepolo, infrangendone la narrazione mitologica, contaminata dal mondo dell’ironia dei cartoon, e della pop. Cielo lontano, ironico, sotto al quale sta, nelle opere degli anni successivi, la terra del dolore, della frattura, del tragico, ma anche della bellezza, alla quale non so rinunciare; mi serve da viatico per il vero messaggio, la denuncia della condizione umana, derelitta, deleteria, ma anche sublime. E questo a partire dagli anni ’90,  fino al Polittico dell’eclissi di grandi  dimensioni, pensato nel 2015 per la sala dell’Impluvium.

Fausta Squatriti, Polittico dell’eclissi, 2015, fotografie, pigmenti, pastello, legno, resina, acciaio e cristalli, 300x240x45 cm Foto © Zerli

Fausta Squatriti, Polittico dell’eclissi, 2015, fotografie, pigmenti, pastello, legno, resina, acciaio e cristalli, 300x240x45 cm Foto © Zerli

Quanto unisce questi lavori non è lo stile, che ho ricreato spesso, ma i temi astratti, teorici, etici che, dentro alla mente umana, creano, ricreano, comprendono, il mistero dell’esistente, conflitto violento, ma anche complicatissima, irragionevole  malinconia.
Alle Gallerie d’Italia abbiamo allestito le opere della ricerca astratta-geometrica della fine degli anni ’70. Erano gli anni di piombo, indispensabile è stata, inconscia e precisa, la decisione di dedicarmi a sculture più sobrie, nere, ferro e acciaio, disequilibri e convivenze tra pieno e vuoto, nella loro ambiguità. Negli anni ’80 ho voluto riprendere nelle mie mani la manualità, dopo anni in cui la fabbricazione del mio lavoro era in massima parte affidata a lattonieri, modellisti, laccatori, e sono così nate le opere denominate Fisiologia del quadrato, opere bidimensionali con una loro logica dell’assurdo, esemplificata sotto forma di rebus. Il colore l’ho dipinto all’acquarello, con moltissime mani sovrapposte, fino al massimo di intensità cromatica, perfino del nero. Un omaggio al mestiere del dipingere, esaltato, secondo me, dalla sua segreta perfezione. Ho dato corpo geometrico, decorativo, elegante quanto algido, a un contenuto metafisico inquietante, che prende corpo nella forma ingannevole di un rebus matematico, il cui esito è filosofico e non soltanto denotativo.
Andando a ritroso, alla Nuova Galleria Morone sono esposte le sculture colorate degli anni ’60, gioiose e a loro modo crudeli. Dorfles le aveva, nel ’69, definite come “Oggetti inquietanti” provenienti da un’altra galassia. Forme primarie in acciaio, ‘corrotte’ da forme a loro aggregate e contradditorie, parassitarie, danno luogo alla frattura di ogni certezza. Queste sculture, presentate con successo a Stoccolma, Tel Aviv, Caracas, New York, sono quasi inedite in Italia, ad esclusione di una mostra nello spazio milanese di Assab one nel 2011, dove si integravano con i resti di una industria tipografica dominati da una grande macchina, evocatrice di un essere pulsante, utile, abbandonato alla sua lenta morte.

Fausta Squatriti, De rerum natura: dispersione, 2016, matita, pastelli su carta, legno, cm 79,5x102x10

Fausta Squatriti, De rerum natura: dispersione, 2016, matita, pastelli su carta, legno, cm 79,5x102x10. Foto: © Bruno Bani

In molti dei tuoi lavori la spinta sottesa è una riflessione sulla condizione umana. Come ti poni, in quanto artista, di fronte a una questione tanto importante?
L’interesse per la condizione umana è andato crescendo negli anni, anche se mi sono sempre sentita coinvolta dal valore dell’esistente, tutto quel brulicante insieme che individuiamo come vita. Da giovane, per sfida, ho preferito non scialare quello che sapevo fare facilmente, ho compiuto scelte espressive legate all’amatissimo astrattismo geometrico, allo spirituale suprematismo, mi sono “castigata”, andandomi a cercare delle difficoltà, dentro alle quali ricondurre i temi del perenne conflitto. Ricerca malintesa, troppo poetica per i cultori della geometria, troppo rigorosa per i cultori dell’irrazionale. Ho trovato in una frase di Borges, la spiegazione della mia procedura: con gli anni, se le stelle sono favorevoli, si può accedere, non alla semplicità, che non è niente, ma alla modesta e segreta complessità.

Fausta Squatriti, Beata solitudo sola beatitudo: con abito da sposa, 2015, fotografia, pigmenti, pastelli, gesso, abito, 190x130x130 cm Foto © Bani

Fausta Squatriti, Beata solitudo sola beatitudo: con abito da sposa, 2015, fotografia, pigmenti, pastelli, gesso, abito, 190x130x130 cm. Foto: © Bruno Bani

A questo proposito, come hai sviluppato la riflessione sulla forma attraverso i tuoi lavori, che spesso hanno esiti linguisticamente eterogenei?
Non si decide a tavolino, quello che si farà; succede, solo dopo se ne capisce il perché. Non sono capace di ripetermi, solo per routine. Quando mi riesce troppo facile portare a termine un lavoro, so che prima o poi ci sarà una svolta, e mi toccherà ricominciare a soffrire. Ho percepito nell’esperienza, non solo personale ma culturale, dentro e fuori dal mio osservatorio privilegiato, l’interiorità che si squaderna nella creazione dell’opera che una volta terminata, ha vita propria, dice quello che sa, ma anche chi la guarda, vi mette il proprio patrimonio personale, per poterne partecipare. Quando un nuovo argomento mi appassiona, e lo fa perché ne ho la visione, io divento sua, mi faccio possedere da una passione totalizzante, faccio di tutto per metterla al mondo, per omaggiarla, per darle concretezza. Trovo nuovi materiali, nuove forme, nuove ragioni.
Non vado in studio ogni giorno, come se andassi in ufficio. Lavoro anche con grandi intervalli durante i quali  faccio dell’altro, scrivo romanzi, poesie, scrivo dell’arte che amo e conosco, in passato, realizzavo edizioni numerate, progettavo libri, cataloghi, manifesti. Ascolto calare dentro di me sia lo sconforto che l’inevitabile speranza. So che poi, me ne servirò. Tanto tempo l’ho dedicato ai rapporti umani, all’amore, alla voglia di stare dentro un gruppo di persone a me simili. Non ci sono sempre riuscita, ho avuto lutti tremendi, delusioni, che mi hanno fatto dire, come battuta, che sperare è maleducato. Ma è solo una battuta!
Il mio messaggio si è dispiegato, arricciato, è diventato introflesso, complesso (come auspicava Borges). Ho finito per fare opere formalmente impensabili, per me, fino al momento in cui non ho potuto fare a meno di farle. Mi annoierei a morte se dovessi rimanere fedele ad uno stile e siccome non ho mai dovuto farlo, magari per ragioni di mercato, ecco che a 75 anni posso ragionevolmente pensare di avere di fronte a me ancora qualche mutazione  cui dare luce. Recentemente ho disegnato dei fiori, ho cercato la bellezza struggente della putrefazione, della disidratazione, li ho composti in un ammasso di bellezza che fluttua nello spazio, dove l’anatomia del fiore, e del suo scheletro, parla di bellezza. Non sapevo di potere disegnare così, non lo avevo mai fatto. L’esperienza tra vita e arte, allena perfino la mano, sta di scorta in qualche ripiano del nostro sapere, in periodo di carestia, lo si usa, per essere ancora vivi.

Fausta Squatriti, In segno di natura: Islam verde, 1988, serigrafia su grafite, acquarello, pastelli a cera su cartone Parol, marmo patinato, cm 200x200 + volume, collezione Banca Intesasanpaolo

Fausta Squatriti, In segno di natura: Islam verde, 1988, serigrafia su grafite, acquarello, pastelli a cera su cartone Parol, marmo patinato, cm 200×200 + volume, collezione Banca Intesasanpaolo. Foto: © Bruno Bani

Mi puoi raccontare del rapporto – fondamentale – tra opera letteraria e opera visiva nel tuo lavoro?
Sono due linguaggi che nulla hanno a che vedere l’uno con l’altro, mi appassionano entrambi. Ma sono pur sempre io, ad usarli, così accade che, nei romanzi, le descrizioni maniacali di spazi aperti o chiusi, di oggetti, ma anche di modi di pensare, attengono alla mia cultura visiva che mi fa dare importanza ai minimi dettagli. Va però osservato che l’arte della visione procede per sintesi: basta un segno, una sfumatura di colore, un piano inclinato, per dare conto di un universo di pensiero, o di pura percezione. Anche in poesia si può ottenere tanto, con la scelta di poche parole, lasciando il non detto tra una frase e l’altra. Più togli e più metti in evidenza quel poco che rimane, un universo, anche quando è solo un puntino, un frammento. Nel romanzo, anche il più scabro, occorrono migliaia di parole, occorre creare i personaggi, la trama, il linguaggio, che è quanto più mi piace creare. Nell’ultimo romanzo, La Cana, narro di un personaggio nevrotico, dunque il linguaggio segue il flusso di pensieri nevrotici, affannati, sovrapposti. Come potrei far vivere un alienato, con frasi di poche parole, limpide? Potrei farlo solo se l’io narrante fosse uno psichiatra intento a redigere un referto. Se dovessi trasmettere sul foglio, in pittura, peggio ancora in scultura, l’indagine analitica impiegata nel romanzo, dovrei fare un lavoro impossibile, affastellare segni, creare immagini che diano conto del disagio, del tormento del mio anti eroe, inserirlo, forse, in una stanza, una grotta, ma poi, il risultato, sarebbe ancora inadeguato, o ridondante.
Mi sento di dire che non esiste una vera relazione tra i due linguaggi: io ho la capacità di usarli entrambi, e lo faccio. Si soffre in entrambi i linguaggi, per usarli, e ogni volta che comincio a lavorare, in studio, o al computer, so che sto cercando guai! Guai grossi!

Fausta Squatriti, La passeggiata di Buster Keaton, 1965, caolino e pigmenti su tela, cm 280x260

Fausta Squatriti, La passeggiata di Buster Keaton, 1965, caolino e pigmenti su tela, cm 280×260. Foto: © Zerli

Fausta Squatriti. Se il mondo fosse quadro, saprei dove andare…
a cura di Elisabetta Longari

Impluvium
Triennale di Milano
viale Alemagna 6, Milano
a cura di Elisabetta Longari 

10 febbraio – 5 marzo 2017

Orari: da martedì a domenica 10.30-20.30; lunedì chiuso; la biglietteria chiude alle ore 19.30
Ingresso gratuito 

Gallerie d’Italia
Polo Museale e culturale di Intesa Sanpaolo
piazza della Scala 6, Milano
a cura di Elisabetta Longari e Francesco Tedeschi 

10 febbraio – 2 aprile 2017 

Orari: da martedì a domenica 9.30-19.30; giovedì 9.30-22.30; ultimo ingresso ore 21.30; lunedì chiuso; la biglietteria chiude alle ore 18.30
Ingresso fino al 5 marzo intero €10.00 include la visita alla mostra Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce; dal 6 marzo intero €5.00 

Nuova Galleria Morone
a cura di Elisabetta Longari e Susanne Capolongo
via Nerino 3, Milano

10 febbraio – 2 aprile 2017 

Orari: da martedì a sabato 11.00-19.00
Ingresso libero  

Catalogo bilingue, in italiano e inglese, Edizioni Mandragora con testi di Elisabetta Longari, Jacqueline Ceresoli, Claudio Cerritelli, Martina Corgnati, Michel Gauthier e Francesco Tedeschi; con una conversazione di Susanne Capolongo con l’artista; con una biografia ragionata a cura di Ornella Mignone

Info: www.triennale.org
www.gallerieditalia.com
www.nuovagalleriamorone.com

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