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TORINO | Biblioteca Graf – Palazzo del Rettorato, Università degli Studi di Torino | Fino al 10 novembre 2017

Intervista a FATMA BUCAK di Elena Inchingolo

È dal 2014 che la Fondazione Sardi per l’Arte, diretta dall’energica Pinuccia Sardi, dà voce alle idee degli artisti e degli operatori dell’arte in una dimensione concreta d’incontro e confronto, volta alla promozione di progettualità, produzioni editoriali e ricerca.
In particolare il progetto fotografico di Fatma Bucak (Iskenderun, Turchia, 1984) Remains of what has not been said (2016), con il video Scouring the Press (2016) presentati per la prima volta in Europa il 31 ottobre scorso, presso la Biblioteca Arturo Graf della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Torino, attiva una riflessione sui diritti all’informazione e alle libertà civili della società contemporanea.

Fatma Bucak, Remains of what has not been said, veduta dell'installazione, Biblioteca Graf © Rubrastudio

Fatma Bucak, Remains of what has not been said, veduta dell’installazione, Biblioteca Graf © Rubrastudio

Il progetto, a cura di Lisa Parola, presentato in occasione della Torino Art Week, è rivolto ad un pubblico eterogeneo e sarà visitabile fino al 10 novembre prossimo. La mostra è stata preceduta da tre giorni di lezione e dibattito con docenti, curatori e artisti in un programma formativo d’eccezione in collaborazione con la Fondazione Merz.
Sostiene Lisa Parola:

“Il lavoro di Bucak ci ricorda che l’arte e la cultura sono concetti trasversali che si riferiscono alla memoria, all’identità, all’esperienza collettiva. L’arte può essere un mezzo per mettere in dubbio il passato, ma deve essere in grado di stabilire anche una distanza critica […] Essa deve anche sfidare la realtà, le strutture di potere che la determinano e infine i confini dell’arte stessa. L’arte che verrà, sembra dire Fatma Bucak, è capace di creare un temporaneo equilibrio tra la finzione e la realtà, tra ciò che vediamo e ciò che immaginiamo, tra ciò che ci racconta e ciò che raccontiamo.”

Abbiamo rivolto alcune domande all’artista per poter meglio comprendere il processo costitutivo della sua ricerca:

Quando è nata l’idea che ha portato alla realizzazione di Remains of what has not been said?
Ci sono stati gravi rivolgimenti politici in ogni Paese che ho visitato negli ultimi anni, partendo dal mio. Niente è sicuro ora, nulla è certo. In un momento così sensibile e fragile tutto sembra più liquido e poco definito. Le parole cominciano ad avere ancor più peso; un romanzo, un articolo, un dipinto, un suono, un video può essere tracciato ed etichettato come pericoloso fino a far rischiare chi le possiede di essere arrestate per questo. La libertà di parola e il diritto all’informazione sono i primi a perdersi in una dimensione così ostile. I soggetti più sensibili e inevitabilmente anche i media, sono sottoposti ad un controllo sempre più rigido. L’informazione è distorta e occultata. Diventa quindi inevitabile riflettere su una violenza di questo tipo e “metterci letteralmente le mani” cercando le tracce di ciò che può mancare.

Fatma Bucak

Fatma Bucak

Come si compone l’opera? Ci puoi raccontare la sua gestazione anche in relazione alla sua produzione in collaborazione con la Fondazione Sardi per l’Arte e la sua curatrice Lisa Parola?
Remains of what has not been said è una serie fotografica di ottantaquattro elementi. Ogni immagine rappresenta due braccia che porgono un barattolo di vetro, appositamente datato a mano e riempito a metà di un liquido scuro. La fotografie, disposte cronologicamente, presentano minime varianti. A partire dal 7 febbraio 2016 ho cominciato a raccogliere quotidianamente, in maniera sistematica tutti i giornali pubblicati in Turchia, continuando a farlo per gli 84 giorni successivi.
La prima data della serie di fotografie coincide con il giorno chiamato “massacro delle cantine” quando nel sud-est della Turchia nella cittadina di Cizre sono state uccise più di cento persone dalle forze dell’ordine. Ho lavato ripetutamente questi giornali ogni giorno in una vaschetta fino a quando sulle pagine non è rimasta nessuna traccia delle parole. Ho ottenuto, così, il liquido della rimozione del testo e delle immagini. Il video Scouring the press che accompagna le foto in mostra è una performance dove due donne, insieme a me, sono chinate davanti a tre catini di metallo pieni di acqua pulita intente a lavare un fascio di giornali sfregando le pagine una dopo l’altra. La performance si svolge in un paesaggio sereno in contrasto con l’azione stessa.
Quando ho deciso di procedere con la produzione del lavoro ho contattato Lisa Parola che mi aveva già seguita a Il Cairo mentre lavoravo a I must say a word about fear. In quel momento la Fondazione Sardi era interessata alla tematica della mia ricerca permettendone la produzione e seguendone tutte le fasi di lavorazione. Durante la mia permanenza in Turchia siamo sempre stati in contatto e si sono interessati alla gestazione del lavoro e anche alla mia sicurezza. Poi tutta la post produzione è stata realizzata qui a Torino e questo ci ha permesso di seguirla più da vicino insieme.

Fatma Bucak, Remains of what has not been said, veduta dell'installazione, Biblioteca Graf © Rubrastudio

Fatma Bucak, Remains of what has not been said, veduta dell’installazione, Biblioteca Graf © Rubrastudio

Ci puoi spiegare il significato di Remains of what has not been said in relazione al progetto espositivo?
È una testimonianza non solo dell’invisibile, della mancanza d’informazione, delle parole, della violenza subita da tutti noi nel nostro quotidiano, ma vuole anche descrivere il nostro consenso passivo rispetto ai media. È una riflessione sulle modalità di resistenza all’assenza di confronto, alla censura, al linguaggio autocratico del potere.

Perché, con Lisa Parola, avete scelto come sede, per la presentazione del progetto, la Biblioteca Arturo Graf della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino?
Abbiamo scelto la biblioteca in quanto luogo del sapere che rappresenta il mondo dell’educazione e della formazione, emblema della cultura.

Con il tuo fare arte qual è l’obiettivo che ti prefiggi di raggiungere?
Credo che oggi, più che mai, i problemi del mondo siano globali: dalle guerre alla crisi dei rifugiati, all’ascesa del nazionalismo. L’arte è essenziale e richiede la libertà di pensiero.
Penso che le persone si sentano sempre più scoraggiate, nonché frustrate dall’apparente impossibilità di un cambiamento reale. Si può solo aderire alla speranza che ci siano “nuovi” modi di pensare, discutere e sfidare le cose anche attraverso l’arte. Non vedo gli artisti come vettori per la voce del popolo, ma vivo comunque un profondo disagio a causa delle restrizioni alla libertà di parola che mi porta a scegliere qualsiasi strumento che ho in quest’atmosfera per insistere a parlare di ciò che è urgente. Per cui l’arte diventa un territorio per un pensiero dove però non ci sono confini, dove c’è ancora la possibilità di condivisione, dove c’è una voce, una narrazione e una speranza per ottenere uno spazio senza censura.

Fatma Bucak, Scouring the Press, 2016, video still

Fatma Bucak, Scouring the Press, 2016, video still

Pensando al futuro cosa vedi?
È una domanda molto difficile. Non è facile ammettere un pensiero negativo. È un momento dove il nazionalismo diventa il progetto fondamentale della politica proprio quando non esiste più una popolazione omogenea per mentalità e tradizioni. Il diverso è sempre meno accettato. La verità narrata è sempre più censurata, si sente sempre di più un divario tra chi ha il potere di narrare e chi non ha la possibilità di usare le parole. Però è sempre più forte questo senso di scomodità che percepiamo e che ci spinge a cercare nuovi modi di dire, di svegliare la mente, di resistere e di scavare finché c’è la speranza. Io scorgo una possibilità e penso che molti di noi debbano agire.

Fatma Bucak. Remains of what has not been said
a cura di Lisa Parola
con il sostegno di Fondazione Sardi per l’Arte

31 ottobre – 10 novembre 2017 

Biblioteca Graf – Facoltà di Lettere e Filosofia
Palazzo del Rettorato, Università degli Studi di Torino
via Po 17, Torino

Info: www.fondazionesardiarte.org

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