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PIETRASANTA (LU) | Galleria Barbara Paci | 6 luglio – 18 agosto 2013

Intervista ad ARON DEMETZ di Silvia Conta

Alla Galleria Barbara Paci di Pietrasanta (LU) la mostra Keimzeit, a cura di Alessandro Riva, apre ad uno sguardo sulla produzione più recente di Aron Demetz, sulla sua fedeltà all’essenza più profonda della scultura e – insieme – sulla sua capacità di approfondire costantemente la sua ricerca sia sui materiali sia sulle tematiche attuali del fare artistico, giungendo ad esiti coerenti e mai scontati.

La mostra che hai inaugurato il 6 luglio a Pietrasanta si chiama Keimzeit, da dove deriva questo titolo?
Il termine che si avvicina di più a Keimzeit è “il tempo della germinazione” e il curatore ha aggiunto il sottotitolo “Germinale o della metamorfosi del corpo”, come riflessione sulla mia ossessione per il corpo e per la persona. In mostra sono esposti gli ultimi lavori della serie Advanced minorities, presentati per la prima volta l’anno scorso al Macro, che costituiscono il fulcro dell’esposizione e che più di tutti rappresentano in modo esemplare l’idea della “germinazione” dei tronchi.

In mostra ci sono i lavori degli ultimi tre anni, in cui la tua ricerca, mantenendo la figura umana, ha approfondito sempre più l’indagine dell’aspetto materico…
Rispetto ai primi lavori, nei quali il mio interesse era maggiormente incentrato sull’aspetto introspettivo e psicologico della natura umana, i lavori recenti si sono invece spostati su un piano differente, più attento all’indagine linguistica, quasi sentissi il bisogno di trasformare il materiale stesso – il legno – in puro linguaggio scultoreo, coniugando così il materiale con cui lavoro e il concetto che vi è sotteso. Le sculture diventano così degli elementi a se stanti, quasi vivessero di vita propria, lasciando aperte più interpretazioni possibili sui loro significati simbolici, anche se l’impostazione della figura rappresentata offre sempre un forte indizio di partenza.

Negli ultimi anni hai esposto in contesti molto diversi, dalla 54. Biennale di Venezia al Caffè Florian di Venezia, dal Macro di Roma fino alla Gazelli Art House di Londra, che ti ha portato al centralissimo St. James Park. Come, queste esperienze, stanno influenzando il tuo modo di fare arte?
Anche se il mio lavoro ha sempre avuto un suo sviluppo autonomo e indipendente dai luoghi nei quali sono stato chiamato ad esporre, ci sono state occasioni nelle quali ho avuto modo di confrontarmi direttamente col carattere del posto, cogliendo le caratteristiche del luogo e del contesto specifico nel quale esponevo: come, ad esempio, nel caso della mia installazione al Caffè Florian a Venezia, o in quella esposta alla Biennale, o ancora nel caso della scultura intitolata Heimat al Bergisel sul Monte Isel, a sud di Innsbruck; o, ancora, come nel caso delle sculture attualmente esposte a St.James Square a Londra. Luoghi, tutti, che possiedono una fortissima identità, che va rispettata e con la quale è necessario dialogare, altrimenti il lavoro stesso rischierebbe di soccombere, di sparire; al tempo stesso, però, questi posti, per il loro carattere aperto, presuppongono anche un forte senso di responsabilità da parte dell’artista nei riguardi del pubblico.

Nelle tue sculture la figura umana è realizzata prevalentemente in legno, materiale che per te ha un profondo significato legato alla vita e alla natura. Negli anni hai messo il legno in relazione con altri elementi – come la resina naturale, il fuoco – e con procedure diverse dal lavoro manuale dello scultore, facendo intervenire il robot. Perché queste scelte?
Alla fine tutti i mezzi che utilizzo per realizzare le mie sculture sono comunque i miei attrezzi e ognuno di loro mi offre la possibilità di creare superfici, dunque possibilità di comunicazione diverse. La sgorbia classica mi offre certe possibilità, la macchina altre, dal momento che non riuscirei a creare a mano ciò che invece mi permette di realizzare il robot. L’importante è che tutto diventi linguaggio scultoreo: non è mai solamente tecnica, benché il mezzo utilizzato influenzi sicuramente il modo di leggere l’opera e diriga lo spettatore verso un mio intento o verso una possibile visione dell’opera. È soprattutto questo che mi interessa: scandagliare i diversi mezzi di sperimentazione linguistica, non rinunciando mai alla figura umana.

Ti esprimi attraverso la scultura, qual è, per te, la sua peculiarità più significativa?
Credo che ogni tipo di linguaggio abbia i suoi vantaggi e i suoi svantaggi: avvertiamo la musica in maniera diversa dalla lettura, percepiamo la pittura in un modo e il linguaggio video in un altro. La scultura ha, rispetto alle altre arti, la possibilità di “invadere” il nostro spazio e di diventare confronto tridimensionale in forma di materia e dunque è percepibile sia sul piano tattile e sensibile che su quello concettuale, cioè come pura idea.

Aron Demetz. Keimzeit
A cura di Alessandro Riva

CATALOGO vanillaedizioni

6 luglio – 18 agosto 2013

Galleria Barbara Paci
Piazzetta del Centauro 2, Pietrasanta (LU)

Info: +39 0584 792666
info@barbarapaciartgallery.com
www.barbarapaciartgallery.com

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