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Oltre un ventennio di vita e lavoro di Alfonso Bonavita, d’origine calabrese (Amantea, 1962) ma genovese d’adozione. Tutto il suo Universo – popolato da figure surreali ma ancorate prepotentemente al reale – in mostra, contemporaneamente, in due spazi: la galleria il Castello Arte Moderna e Contemporanea e la Rocca di Cento (Ferrara). Oltre cento lavori per un’antologica accompagnata da una monografia che insieme al corredo iconografico permette – anche grazie ad importanti contributi critici – una lettura approfondita di un’intensa poetica…

Francesca Di Giorgio: Dagli anni ’90 ad oggi. Che effetto fa rivedersi in una retrospettiva? È possibile, sempre che sia poi così necessario, valutare con il giusto distacco il proprio percorso?

Alfonso Bonavita: Dall’ultimo decennio del secolo scorso ad oggi il mondo ha subito una tale serie di repentini stravolgimenti, sotto tutti gli aspetti, da non consentire pienamente, a gran parte degli individui (forse a tutti), di apprezzarne interamente la portata: gran parte delle informazioni, delle proposte contenute si sono disperse, assorbite o annullate, sotto la spinta della “nuova prospettiva”. Oserei dire che il mondo, la storia, procede indipendentemente dell’Uomo, cioè nonostante l’Uomo! Infatti, contrariamente a quanto si crede (o si vuol credere), l’Umanità insegue gli eventi, rincorre la storia: se così non fosse l’affascinante racconto della vicenda umana sarebbe, da sempre, universalmente condiviso. In realtà avviene l’opposto: quanto narrato, circa gli umani accadimenti, è il risultato di favorevoli e mistificate traduzioni preparate ad hoc nei laboratori politici, religiosi, culturali, delle singole civiltà.
Sono convinto, che “gran parte” dell’Arte contemporanea conservi ancora, e nonostante tutto, il suo protagonismo perché ultimo avamposto dell’umana coscienza, ovvero esperienza della libera conoscenza!
Attraverso, dunque, questa visione del mondo, perciò della storia, rivisito, leggo, il mio percorso artistico, ossia: recupero pezzi della nostra esistenza, delle nostre relazioni altrimenti frantumati, troppo in fretta, dalla betoniera del tempo.
In considerazione dei suddetti assunti, dunque, non mi accosto al passato professionale in qualità d’autore, bensì visito quella produzione artistica con l’identica curiosità, sospetto e riserbo pari a qualunque osservatore in cerca di risposte, di conferme, sui molti interrogativi che da sempre lo (ci) accompagnano: l’intervallo temporale che mi separa dalle molte opere realizzate nell’ultimo decennio è tale, che considero naturale fissarle alla stessa stregua e “distacco” di qualsiasi persona. Quelle opere le ho realizzate, soltanto: ora non mi “appartengono” più!

Per Eroica Melancholia ha scelto gli spazi della galleria Il Castello di Milano e, dal 15 maggio, le sale della Rocca di Cento (Ferrara). Come si metteranno in dialogo?
Il territorio, le città, le strade, sono parti di un totale: il mondo! L’Universo!
Il particolare assume significato unicamente avendo coscienza dell’intero.
Non può, non deve, mai essere il contrario ossia avere unicamente “misura” del generale significa abitare il labirinto, il “non luogo”, quindi perdersi.
Organizzare, perciò, due mostre in luoghi distanti e differenti significa, simbolica cognizione dell’universale, collettivo collegamento emozionale, un ponte dal virtuale al reale: vivere fisicamente gli spazi, partecipare!
Nella società multimediale contraddistinta dalla televisione (…), da internet (…), attraverso cui intere comunità, nel proprio privato domestico, possono – devono – vedere, all’unisono, il medesimo prodotto, ritengo esaltante, provocatorio, conseguire il medesimo risultato ma con diversa ed alternativa modalità.
Due comunità distinte, lontane tra loro centinaia di chilometri, osservano “dal vero” simultaneamente, l’identica “proposta” senza l’ausilio, libere, dal telecomando, dal monitor!

I suoi famosi soggetti sono qualificati da un abbigliamento dai particolari inequivocabili e resi espressivi dalle loro azioni e gestualità. Più che personaggi in cerca di autore sembrano piuttosto ancorati ad un unico, e apparentemente rassicurante, ruolo…

Nella civiltà dell’apparenza, dell’immagine, del lifting, del beauty farm, del prêt-à-porter di massa, outlet, cineplex, del grande fratello, dell’isola dei famosi, tour operator… i protagonisti presenti nelle mie opere manifestano il diritto all’unicità cioè la titolarità della propria identità. Provano a vivere un’esistenza originale, non stereotipata. Tentano di muoversi in circuiti “propri”. Indossano abiti per coprirsi piuttosto che uniformi da reclute.
Sono privi della loro fisionomica perché preoccupati di scoprirsi identici all’altro da se!

Nell’introduzione al catalogo edito in occasione della mostra ha definito l’opera d’arte come «un atto di notifica al destinatario chiamato a testimoniare riguardo l’inchiesta sulla controversa vicenda umana». Quale compito è affidato all’artista?

La risposta a quest’interrogativo è già sottintesa nelle mie precedenti riflessioni.
In realtà, lo confesso, quando ho scritto quel testo ero combattuto tra Avviso di Garanzia e Notifica di testimonianza. La differenza è notevole come pure il ruolo tra un Agente di Polizia e un Messo Notificatore!
Ho scelto la notifica di testimonianza perché “giudico” il destinatario persona informata sui fatti ed inoltre reputo l’artista collaboratore e ricercatore di verità, antitetico alla limitazione!

Facendo un passo indietro nella sua antologia critica riscopriamo Maurizio Sciaccaluga che definiva il suo lavoro come «un’intensa composizione da camera» e ancora oggi ci conduce a scoprire quanto il suo lavoro sia frutto di relazione e scambio. Tra i gli artisti contemporanei, quali ricerche suscitano il suo interesse?
Ancora oggi quando penso, parlo, di Maurizio Sciaccaluga mi riesce difficile trattenere la commozione. È stato un grande critico, tra i più grandi della nuova generazione! Averlo perso prematuramente è stato un danno per tutta la cultura nazionale ed internazionale, un vuoto incolmabile per l’Arte contemporanea.
Per scelta naturale, seguo la ricerca dell’arte contemporanea nello stesso modo, con la medesima attenzione, con cui seguo l’evoluzione in ambito letterario, in quello musicale e teatrale. Sono attento, anche, alle nuove frontiere dell’attuale eco-architettura.
Il confine settoriale di queste discipline, oramai, si è frantumato: tutte appartengono, di diritto, allo stesso ciclo di ricerca, di proposta, di realizzazione. Il XXI secolo ripropone la collaborazione sinergica tra loro sciaguratamente interrottosi alla fine del XVIII secolo.
In ogni modo sono molto affascinato dal teatro di Emma Dante e dalle coreografie di Pina Bausch.

Ciò che porta alla creazione, di qualsiasi natura essa sia, custodisce per natura un velo di mistero. Dopo tanti anni di lavoro cosa la fa stupire di se stesso e della sua opera?
Non credo di enfatizzare e, forse, neppure essere particolarmente originale, nell’affermare che la mia persona e le mie opere sono coincidenti nella stessa dimensione esistenziale, per cui lo stupore, la meraviglia, interessano entrambi in egual modo e nello stesso tempo.
Quando affermo, allora, il mio stupore circa la capacità di “resistere” nel perdurare a star solo, in studio, per (da) un tempo indefinito, sottintendo anche lo sconcerto nello “scoprire” i protagonisti delle mie opere condividere pazientemente il medesimo stato e le mie stesse aspettative. Però, a volte, mi sorge un dubbio: sono loro che si adeguano a me o viceversa? La risposta non è poi così scontata e, forse, nemmeno indispensabile!

La mostra in breve:
Eroica Melancholia. Figure dal pathos perduto: il mondo di Alfonso Bonavita
Il Castello Arte Moderna e Contemporanea
Via Brera 16, Milano
Fino al 15 luglio 2010
Rocca di Cento
Piazzale della Rocca I, Cento (FE)
a cura di Francesca Baboni e Stefano Taddei
in collaborazione con la galleria Il Castello Arte Moderna e Contemporanea
Inaugurazione sabato 15 maggio 2010 ore 17.00 – 19.30
16 maggio – 27 giugno 2010

In alto da sinistra:
Il lato (mio) peggiore, 2010, olio e tecnica mista su tela, cm 135,5×110,5
Quello che non avrebbero voluto: l’abbraccio, 2010, olio e tecnica mista su tela, cm 110,5×135,5

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