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ALESSANDRIA | Studio Vigato | 24 novembre 2012 – 12 gennaio 2013

Intervista ad ENZO ESPOSITO di Matteo Galbiati

Caratterizzato da un linguaggio che si fonda sulla vigorosa forza espressiva del colore, che si lega saldamente alla qualità segnica del suo gesto, Enzo Esposito si presenta agli occhi del pubblico proprio per il carattere dell’intensità, luminosa e sensibile, del suo fare.
La sua azione, che potremmo definire da espressionista astratto, si concentra su una ricerca in cui la materia-colore viene sottoposta a processi di revisione e interpretazione costanti, atti a sondarne ogni plausibile potenzialità. Il suo segno, rinunciando a qualsiasi elaborazione esasperata, sopraggiunge ad una forma di riduzione essenziale che diventa diretto e immediato nella sua percezione e nella sua variegata articolazione. Lo abbiamo incontrato in occasione della sua prossima personale presso lo Studio Vigato ad Alessandria…

Matteo Galbiati:
La sua vicenda artistica ha alle spalle una lunga e importante storia, ci racconta brevemente le tappe salienti della sua carriera?
Enzo Esposito:
La prima tappa importante del mio percorso artistico ritengo sia stata la mostra nel 1970 alla Galleria Oggetto di Caserta, diretta da Enzo Cannaviello. L’idea era quella di usare materiali e linguaggi extra artistici, dove anche il più insignificante frammento o residuo pittorico veniva messo al bando, come pratica ormai superata. Elaboravo oggetti di estremo rigore formale che rimandavano alla tecnologia medica: bisturi affilati, ovatta, boccette sigillate… che denunciavano una destinazione concettuale al corpo e alla crudeltà, freddi e altamente denotativi. Nel senso che ogni dettaglio, sia che fosse formale o che riguardasse la scelta dei materiali, oltre a non denunciare nessuna funzione estetica, era esclusivamente mirato ad elaborare una tensione emotiva. Dunque un lavoro sul segno che non dà spazio a possibili divagazioni interpretative.
Dal ‘73 c’è stata la fotografia: una foto documento, priva di ombre, piatta, che si limitava solo a citare l’oggetto, che nel mio caso era il corpo. Così fino al ‘76, con le mostre alla Galleria Trisorio a Napoli e da Schema a Firenze. In un secondo momento, la foto si irrobustiva di ombre e di luci perdendo sempre più il riferimento con il reale: vanno, forse, ricercate in questo spostamento le prime avvisaglie della “crisi” del ‘77, anno in cui inizia a crollare la fiducia verso un’impostazione teoretica e formalizzante dell’arte. Avvenimenti e situazioni concorrevano a rafforzare quest’idea, per esempio lo stanco accademismo del concettuale ridotto a pura formula estetica; il consumismo che omologava e svuotava di valore ogni cosa; la caduta delle ideologie; l’idea dell’arte come progetto…
Posso dire che dal ‘77 ad oggi ci sia stata una sorta di continuità nel ripensare al testo pittorico come elemento che possa giocare un ruolo diverso.

Perché negli anni ’70 e ’80 c’era questo desiderio così forte di pensare ancora, e in termini nuovi, alla pittura? A cosa si contrapponeva?
Si pensava al recupero del testo pittorico, come si diceva, perché la “pittura” conquista la sua autonomia più avanti. Allora pensavo al frammento pittorico che si coniugava con un sistema di relazioni ambientali, perché solo in questo modo il “pittorico” poteva assumere nuovi ed imprevedibili aspetti.
La cosa importante era che la ripresa del colore e del segno spostavano drasticamente l’arte da un “sistema logico” ad una dimensione emozionale, fisica, recuperando tutto il negativo, come il passionale, l’emotivo… Questo significava che tutto il rigore ideologico degli anni ‘70 non era più legittimato dall’attuale situazione politica culturale.
Poi un recupero totale della propria creatività, in parte sottratta all’adesione ideologica.

Come sono evoluti la forma e il linguaggio della sua ricerca?
Ci sono stati degli spostamenti nella natura espressiva del segno, nella valutazione dello spazio, nel calibrare la sonorità del colore, nell’accentuare il peso oggettivo dell’opera, ma tenendo costante l’idea di sganciare la pittura dagli automatismi interpretativi saldamente codificati dalla nostra cultura.

La sua pittura ha espresso, tra le prime in Italia, il desiderio di misurarsi con lo spazio ambientale, da cosa è nata questa sua riflessione, da cosa è stata spinta o motivata? Cosa significa lavorare direttamente dentro al luogo?
Il primo approccio con il lavoro pittorico è stato attraverso gli “ambienti”, siamo nel ‘77-‘80, così si chiamavano allora per differenziarli dalle installazioni minimaliste. Si trattava di interventi pittorici che si svolgevano lungo le pareti della galleria. La pittura abbandonava così il suo habitat classico e nominava lo spazio fisico come nuovo supporto. Questo da un lato si poneva come una sorta di continuità con le classiche installazioni, ma era soprattutto una voluta e precisa distanza che si voleva assumere con il termine classico di “pittura” e quello che fino ad allora aveva indicato. Questo per sottolineare che non si trattata di un ritorno nostalgico al passato.

Per lei è importante cercare di evidenziare il valore oggettivo della pittura, come viene letto dallo sguardo di chi osserva questa volontà di ricerca?
Sottolineare il valore oggettivo della pittura ha significato riportare lo spazio pittorico dalla percezione illusoria alla tangibilità del reale, e questo ha segnato una frattura con il concetto rappresentativo dell’opera. La pittura dunque scivola nello spazio reale per non essere più osservata ma vissuta fisicamente.

Quali sono i contenuti che ci presenta in questa nuova mostra personale?
Presento una serie di lavori su carta di grandi dimensioni, dove la prevalenza del bianco e nero sposta il colore in un ambito più silenzioso e laterale. Una ricerca recente che si sofferma sul valore del segno.

Ci sono artisti che sente vicini per affinità di visione o linguaggio?
Sono tutti gli artisti che nel periodo giovanile hanno aderito al “concettuale” e che oggi si trovano a interrogarsi se la pittura o la scultura possano ancora avere un lato oscuro da esplorare.

Tra i giovani chi crede abbia un lavoro notevole? Chi ci segnala?
La mia impressione è che ci sia una omologazione di linguaggi e di intenti che hanno perso il loro reale valore culturale e sociale, una assenza di avventura creativa che dovrebbe essere fatta di errori e disubbidienze e non di aderenza totale a tutto ciò che può portare a mimetizzarsi, una situazione che mi impedisce di individuare una singola figura emergente nel panorama attuale dell’arte.

Enzo Esposito. Il calore del colore
a cura di Marisa Vescovo

24 novembre 2012 – 12 gennaio 2013
inaugurazione sabato 24 novembre 2012 ore 18.00

Studio Vigato
Via Ghilini 30, Alessandria

Info: +39 0131 – 444190 / 02 – 49437856
www.studiovigato.com

Orari: lun/sab 16.30 – 20.00
Domenica su appuntamento

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