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MILANO | Fondazione Stelline | 10 aprile  8 giugno 2014

di CRISTINA CASERO

La bella personale che la Fondazione Stelline ha dedicato a Emilio Scanavino (1922-1986), curata da Elisabetta Longari, riserva interessanti sorprese, anche a chi da tempo ha saputo apprezzare le opere dell’artista. La mostra presenta una decina di lavori su carta (licenziati in un arco di tempo che va dal 1961 al 1978) e diciassette sculture, una del 1959 e tutte le altre realizzate nel corso degli anni Sessanta. L’allestimento pulito, calibrato ed elegante valorizza le opere, ponendole tra loro in una serrata ed espressiva dialettica che vicendevolmente le esalta e al contempo dà ragione di un percorso unitario e coerente.

Emilio Scanavino, Geometria malata, 1967, legno e corda, 54.5x3.5x54 cm Foto Jurgen Becker

È Scanavino, ma come non l’abbiamo mai visto: non soltanto perché sono esposti disegni e sculture finora inediti, cosa che già di per sé rende la mostra un’imperdibile occasione per conoscere più a fondo l’autore, ma soprattutto per il fatto che la rassegna ci offre la possibilità di rileggere la complessa ricerca dell’artista oltre la ben nota produzione pittorica di marca informale, cioè da una prospettiva nuova, differente rispetto a quella cui siamo abituati. I lavori scultorei degli anni Sessanta, purtroppo finora meno noti, ci consentendo di seguire il percorso di Scanavino attraverso un rinato interesse per l’oggettualità della scultura, praticata con atteggiamento non privo di connotazioni concettuali, intese però solo nel senso di quella precisa consapevolezza di quali debbano essere i caratteri e la natura del linguaggio artistico che l’autore, con chiarezza, riafferma in ogni opera.

Emilio Scanavino, Senza titolo, 1969, acrilico e matita su cartoncino, 70x100 cm Foto Jurgen Becker

Usciamo così dalla mostra con uno sguardo più aperto, di più ampio respiro, su un lavoro serio e coerente come è stato quello di Scanavino. In sculture concepite come installazioni di oggetti, collocati e allestiti nello spazio, in linea con le tendenze più innovative di quei primi anni Sessanta, l’autore indubbiamente sperimenta un nuovo linguaggio con esiti di grande modernità, ma lo fa senza tradire una precisa concezione della prassi artistica, che già aveva guidato la sua mano, basata sul fare, sul profondo significato del gesto, evocato in molte delle opere in mostra nella veste di impronta, su quella “centralità della componente artigianale dell’esperienza artistica” di cui parla Longari nel saggio in catalogo.

Emilio Scanavino, Scultura, 1968, sabbia e uova in terracotta smaltata, dimesioni variabili

L’interesse per le forme archetipali, infatti, è un elemento ricorrente  uovo, pane, nodo  ma non si risolve affatto in una dimensione metafisica o freddamente mentale, bensì ci riconduce proprio nel cuore della natura, a seguire i suoi ritmi, il suo ciclo. Il gesto dell’artista si colloca nella costante tensione tra la materia (“bruta”) e le forme, fragili e perfette, che grazie a lui da essa scaturiscono ma che sembrano poi spontaneamente svilupparsi. Questa dialettica continua, ben evidente nelle sculture in mostra, nelle quali elementi molto differenti sono accostati e giustapposti, innerva anche i disegni, la cui intensa espressività deriva spesso proprio dal contrapporsi di forme sottilmente geometriche a presenze vive, misteriosamente organiche.

Emilio Scanavino: Nascenza
a cura di Elisabetta Longari
in collaborazione con Archivio Scanavino

10 aprile  8 giugno 2014

Fondazione Stelline
corso Magenta 61, Milano

Orari: da martedì a domenica 10.00-20.00
Ingresso intero €6.00; ridotto €4.50; scuole €2.00

Info: www.stelline.it
info@archivioscanavino.it
www.archivioscanavino.it

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